Bagni (CIDI), Invalsi: diventino documenti di proprietà degli alunni, non “patenti” da esibire

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Gli esiti delle prove Invalsi di fine secondo ciclo potrebbero diventare documenti di proprietà degli alunni, utili tanto a loro per prendere coscienza del livello di competenza nel contesto nazionale, quanto all’istituzione scolastica per calibrare al meglio i propri interventi formativi.

Non più, quindi, attestati che certificano livelli di competenza, non più ‘patenti’ da esibire alle università o alla aziende, ma tappe di un processo complesso che sono le scuole a orientare.

È questa la proposta che Giuseppe Bagni, presidente del Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti e membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, intende portare avanti suggerendo al Governo di anticipare lo svolgimento delle prove alla fine del primo quadrimestre dell’ultimo anno delle superiori, “cosicché in nessun modo possano essere considerate l’atto finale di un percorso e di conseguenza non diventino concorrenti della scuola stessa, la sola che può legittimamente ratificare il livello di preparazione e di competenza dei suoi studenti”.

Con l’approvazione della delega che riforma il nuovo Esame di Stato conclusivo di primo e secondo ciclo – in base al quale, lo ricordiamo, le prove standardizzate non fanno più media per l’attribuzione del voto finale –  l’Invalsi è tornato nei giorni scorsi al centro di un vivace dibattito tra associazioni professionali e Governo, “doveva essere uno strumento di conoscenza per le scuole, invece si è inteso dargli un ruolo di ente certificatore complementare alla scuola”, è stata la sintesi di Bagni, il quale però una terza via sembra, appunto, averla trovata: l’Istituto potrebbe rilasciare allo studente un attestato privato sul suo livello di competenza, un documento descrittivo, insomma, che non entrerebbe a far parte del curriculum (e, quindi, non potrebbe essere richiesto da università o aziende), ma che potrebbe servire alla scuola per programmare o rimirare i suoi interventi didattici conclusivi.

Con l’allontanamento anche cronologico della data delle prove dall’Esame di Stato – dovrebbero cadere non oltre la fine del primo quadrimestre al massimo – cesserebbe, inoltre, anche l’ambiguità che in qualche modo potrebbe configurare i due momenti come doppioni, “e soprattutto le rilevazioni non correrebbero il rischio di penalizzare gli studenti cresciuti e formatisi nelle aree più svantaggiate del Paese, permettendo al titolo di studio di continuare ad avere il valore legale che ha avuto finora” chiosa Bagni.

Tuttavia, come reagirebbe l’Invalsi di fronte a un ridimensionamento come quello ipotizzato dall’autorevole membro del CSPI? Accetterebbe un ruolo così ancillare? Si giustificherebbe comunque un investimento nella sua funzione? La sensazione di Bagni è che lo stesso Istituto potrebbe gradire una soluzione del genere, sensata e condivisibile anche dal nostro punto di vista proprio perché probabilmente in grado di attivare quella fiducia reciproca con la scuola che negli anni non si è mai veramente cementata, sfibrata da un agone che ha fatto perdere di vista valori e obiettivi comuni.

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