Autonomia: regioni vogliono assumere i docenti, pagarli di più ma decidere orario. E’ scontro

di Elisabetta Tonni
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Si fa sempre più serrato il confronto all’interno del Governo sulla regionalizzazione. Più che di confronto, si può parlare a ragion veduta di scontro. Il tema che sembrava sopito dopo l’incontro sindacati-Governo del 24 aprile è tornato alla ribalta in questi giorni.

A dare i dettagli sull’idea di scuola regionalizzata è stato proprio il ministro Bussetti. In un articolo pubblicato dal Corriere del Veneto domenica 6 luglio, il titolare dell’Istruzione avrebbe indicato come linea da seguire il modello del Trentino e della Valle d’Aosta.

Che cosa prevede il modello

Ieri c’è stato vertice di maggioranza concluso con una fumata nera sulla questione regionalizzazione e autonomia. Tra i nodi da sciogliere quello relativo all’istruzione e alla scuola che ha visto un acceso dibattito.

Le Regioni di cui si parla in questo momento sono Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.

Secondo l’art. 12 le regioni potranno assumere docenti con concorsi regionali.

Obiettivo ancora non messo nero su bianco: garantire stipendi più alti, ma anche  decidere l’orario di lavoro.

Significherebbe inoltre che i docenti diventerebbero dipendenti regionali e non più statali.

Proprio durante l’incontro sindacale di fine aprile, dove venne scongiurato lo sciopero del 17 maggio, il Miur aveva garantito l’impegno per la salvaguardia dell’unità del sistema nazionale d’istruzione, stato giuridico di tutto il personale regolamentato dal CCNL, ecc.

Il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini (Pd) si è tirato fuori dalla problematica affermando di non avere posto il problema delle assunzioni e della contrattualizzazione degli insegnanti per la regione da lui amministrata.

I nodi degli articoli 11 e 12

L’opposizione del Movimento 5 Stelle a questo disegno non ha consentito di raggiungere l’intesa nel vertice a palazzo Chigi, sostenendo che in questo modo si sarebbero create differenziazioni troppo evidenti “scuola di serie A, B e persino C” all’interno del Paese.

A certificare questo scenario è stato anche Sergio Mattarella nel periodo in cui ricopriva l’incarico di costituzionalista nella Consulta. Come ha ricordato il sottosegretario al Miur, Salvatore Giuliano, fu proprio l’attuale presidente della Repubblica a scrivere una sentenza nel 2013, evidenziando che la richiesta avanzata allora dalla regione Lombardia, molto simile a quella attuale, era “incostituzionale“.

L’articolo 11 del testo curato dalla ministra Erika Stefani – si legge inoltre sul Manifesto – prevede che alle regioni passino quasi tutte le competenze scolastiche: piano di studio, valutazioni di sistema, alternanza scuola-lavoro, formazione degli insegnanti, contenuto dei programmi, norme sulla parità scolastica, organizzazione su offerta formativa.

Il modello di regionalizzazione a cui si fa costante richiamo è quello già in vigore in alcune regioni a statuto speciale, come per esempio il Trentino. In quei territori alcuni aspetti sono già di competenza regionale: risorse, orario, piano di studio, contratti di lavoro, mobilità, aggiornamento del personale docente e personale Ata, reclutamento dei dirigenti scolastici.

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