Autonomia, non è l’unico problema della scuola italiana. Lettera

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Inviato da Daniele Iannotti – La questione dell’autonomia scolastica rappresenta certamente un esempio di un Paese con differenti velocità, anche nell’istruzione, e che non vuole più viaggiare unito.

È facile leggere in queste intenzioni la volontà del nord del Paese di fare per conto suo, abbandonando il resto della penisola a se stessa. Non nascondo che queste inclinazione sia, è bene dircelo, una nuova e più evoluta forma di desideri secessionisti; tant’è vero che si pretende che passino al demanio regionale anche infrastrutture finanziate coi soldi di tutti gli italiani, così come si vuole rendere gli insegnanti dipendenti regionali.

La Scuola è uno dei collanti di questo frammentato Paese e già solo operare questa distinzione apparentemente formale rischia di acuire la differenza. Aggiungo, altresì, che pagare di più i docenti regionalizzati del nord, equivarrà ancor di più a svuotare il meridione dei laureati, suo patrimonio storico ed indiscutibile, data anche la diversa composizione socio-economica del Paese.

Quando le prove INVALSI fotografano la spaccatura tra nord e sud, dimenticano di rimarcare proprio il fatto che molti insegnanti, in tutti gli ordini e gradi, presenti al settentrione sono di origine e formazione meridionale. Questo vuol dire che l’abisso che si apre dinnanzi alle scuole del sud è attuale, non dovuto (solo o in larga parte) a carenze storiche, perché il sud sforna molti insegnanti e tra tutti spesso i migliori.

Premesso tutto ciò, a mio avviso occorre focalizzare l’attenzione su altri aspetti che per pigrizia o anche per “omertà di categoria” spesso non abbiamo il coraggio di ammettere:

a) l’autonomia esiste già per ogni singolo istituto scolastico ed ha prodotto esiti molto spesso nefasti, trasformando le scuole in aziende. Spesso è più l’occasione per alcuni docenti di arrotondare con progetti, anche discutibili, piuttosto che rappresentare – come nelle intenzioni del legislatore – un contatto forte coi territori e coi bacini di utenza;

b) il vero atteggiamento compromissorio della qualità dell’insegnamento è dato da: l’interventismo dei DS negli scrutini; la logica dell’innalzamento dei voti e delle promozioni anche immeritate per non ledere l’immagine della scuola e conseguentemente per garantire o aumentare l’afflusso dei finanziamenti ministeriali;

c) rispetto al punto precedente, l’opposizione dei docenti, anche quando sono stati liberati dalla mannaia della chiamata diretta, è troppo flebile. Perché? Perché il/la DS decide sulle ferie, sui permessi, sugli orari settimanali, sui vari incarichi e bonus. Questo è ovviamente più forte nelle scuole di provincia, nelle quali è più frequente che vi siano, tra gli studenti iscritti, parenti dei docenti – e questo rappresenta una fonte di possibili ricatti. I docenti, dunque, impegnati a capire quando e come andranno in pensione, a parlare delle loro beghe quotidiane – spesso fuori dal mondo – non hanno la forza e la volontà di opporsi ai DS;

d) I Collegi Docenti e i Dipartimenti non elaborano criteri stringenti per blindare le decisioni dei Consigli di Classe;

e) la favola delle competenze senza conoscenze, avallata da un intervento troppo a gamba tesa dei pedagogisti più alla moda, ha trasformato l’insegnante in un recruiter più che in un coltivatore di talenti, conoscenze e desideri di cittadinanza. Ma i recruiter sono figure aziendali, pensate per inserire le persone nel mondo del lavoro e non per formarle alla vita. Se i ragazzi non sanno più leggere e comprendere un testo in lingua madre, scrivere o far di conto, non è solo un fattore generazionale, oppure l’abuso nefasto degli iphone; molta responsabilità è anche interna, perché non si può raggiungere il liceo quando non si è in grado di scrivere in corsivo minuscolo, e non parliamo di DSA o casi H;

f) abuso di certificazioni BES e DSA e troppa presenza dei genitori, spesso anche facoltosi, nelle dinamiche delle scuola.

La risposta non è nemmeno in un ritorno al passato, una mera conservazione, perché questo atteggiamento è sinonimo di chiusura, di episodi di nonnismo e di classismo che specialmente chi è supplente, chi è stato su potenziamento o sostegno conosce troppo bene.

Detto tutto questo, possiamo ancora pensare che il problema sia solo l’attuale compagine di governo, le regioni più ricche e anche un po’ più schizzinose; la soluzione, tuttavia, si troverà solo quando vorremo fare una profonda e convincente autocritica.

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