Autonomia, Ministro Boccia: giusto numero alunni per classe deciso da regioni. Ma no a scuola regionalizzata [INTERVISTA]

di Anna Angelucci
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Il tema dell’autonomia differenziata continua ad essere centrale anche nel secondo governo Conte. Abbiamo intervistato il Ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia, succeduto alla leghista Stefani, per chiedere a che punto è l’iter legislativo.

Le risposte non sono tranquillizzanti: il Ministro dichiara di aver “ribaltato il modello” precedente, partendo da una legge-quadro che anticipa e delimita il campo delle Intese con le Regioni, ma è pur vero che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia. E il risultato è che una legge-quadro, che è legge ordinaria dunque modificabile, e la definizione preliminare dei LEP (Livelli Essenziali di Prestazione) non risolvono il problema di una inaccettabile frammentazione politica ed economica in campi di interesse generale e non locale. Senza contare i rischi che correrebbe il Sud, già ampiamente penalizzato da un divario insostenibile.

Se è vero che forse la scuola potrà essere esclusa da questo percorso di differenziazione regionale perché, come afferma il Ministro, “la scuola è e deve restare di competenza statale”, non ci convince affatto l’idea che le infrastrutture, l’ambiente o le politiche dell’immigrazione possano invece essere gestite a livello locale. E soprattutto con una distribuzione delle risorse che potrebbe in molti casi rivelarsi drammaticamente insufficiente.

Ministro Boccia, all’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Bari, Lei ha appena dichiarato che intende realizzare l’autonomia differenziata dentro il perimetro della Costituzione e che ha già pronta una legge-quadro. Ricordo tuttavia che anche il progetto autonomistico del Veneto leghista è stato definito “millimetricamente costituzionale” dal governatore Zaia. In cosa consiste dunque la differenza? E quali sono i contenuti di questa proposta di legge-quadro?

Andiamo con ordine. Il progetto autonomistico di Zaia a cui fa riferimento sarebbe la prima proposta di Intesa della Regione Veneto, proposta legittima come quella avanzata dall’Emilia Romagna o dalla Lombardia ma pur sempre di parte. Su queste proposte con lo scorso governo erano sorte delle criticità: i ministeri, a partire da quelli guidati dalla Lega, avevano evidenziato dei rilievi alle amministrazioni regionali e da lì si era finiti nel pantano. Questo è il passato che l’attuale governo ha ereditato e ho trovato sulla mia scrivania il 5 settembre, giorno in cui mi sono insediato. Io sono ripartito da lì, tenendo per buoni i tanti sì che si erano costruiti e riaprendo il confronto sulle criticità riscontrate.

Noi abbiamo però voluto ribaltare il modello, perché per noi l’autonomia differenziata è da intendere come nuovo modello sociale e applicazione del principio di sussidiarietà necessario per contrastare le disuguaglianze esistenti non solo tra Nord e Sud ma tra Nord e Nord, Sud e Sud, città metropolitane e periferie, aree interne o di montagna e aree più sviluppate.

Da qui la proposta di una legge-quadro che anticipa e delimita il campo delle intese. Legge che auspico venga approvata entro l’anno, presumibilmente entro la sessione di bilancio, se si sarà trovato l’accordo con le Regioni. La legge quadro attuerà tutti gli articoli del titolo V della Costituzione raccordandoli dal 114 al 120, senza dimenticare l’articolo 3 che obbliga la Repubblica a rimuovere ogni ostacolo di ordine economico e sociale. Lo ripeto, il governo Conte 2 l’autonomia differenziata vuole farla ma nel rigoroso rispetto di tutta la Costituzione.

In un’altra occasione, Lei ha affermato che, come prima cosa, occorre definire i LEP, i Livelli Essenziali delle Prestazioni “concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”, come chiede esplicitamente l’articolo 117 della Costituzione. Ma come è possibile determinarli in relazione a tutte le materie su cui Veneto, Lombardia e Emilia Romagna chiedono condizioni particolari di autonomia? Attraverso quali indicatori? E soprattutto, non condivide il timore che garantire i Livelli Essenziali di Prestazione possa significare, in tante zone d’Italia e non solo del Sud, la determinazione di parametri bassi, insufficienti, e destinati ad alimentare condizioni di sottosviluppo?

I Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, non sono una mia invenzione, sono scolpiti nella Costituzione. L’errore è stato nel non riuscire mai a definirli in questi 18 anni. Adesso è arrivato il momento. Penso sia giusto pensare a un commissario di governo, non una persona esterna ma un alto dirigente dello Stato che conosce bene la macchina, che definisca i LEP in tempi brevissimi pretendendo i dati da tutte le amministrazioni. Utilizziamo il modello realizzato anni fa con Alessandro Pajno per l’attuazione delle Leggi Bassanini. Decideremo in Parlamento come fare e a quali condizioni, ma i Lep vanno fatti. Stiamo elaborando un modello che ci aiuterà ad arrivare al risultato in tempi rapidissimi. Nulla sarà imposto ma sarà tutto condiviso con le Regioni, le parti sociali e il Parlamento.

Nel nostro Paese le diseguaglianze non ci sono solo al Sud e non solo tra Sud e Nord, ma anche tra Nord e Nord e tra Sud e Sud. In tutta Italia ci sono le aree interne in difficoltà e le aree di montagna che si stanno spopolando. Lo Stato ha il dovere di fissare dei parametri condivisi, definiti appunto dai LEP, e rendere automatico l’intervento dello Stato quando c’è un ritardo di sviluppo. Le aree sotto soglia vanno portate sulla media nazionale e regionale anche quando ci sono casi di ritardo regionale. L’autonomia differenziata sarà veramente attuata se diventerà lotta senza quartiere alle disuguaglianze.

Sono ormai note le analisi fatte da esperti giuristi ed economisti, che parlano, a ragion veduta, di “secessione dei ricchi”. Questo perché le richieste di autonomia differenziata, incrociando il federalismo fiscale, si traducono in significativi spostamenti di denaro verso alcune regioni a scapito di altre, con il conseguente allargamento della forbice tra cittadini di serie A e cittadini di serie B. Quali sono le ipotesi allo studio per arginare queste iniquità economiche e sociali?

Sull’autonomia differenziata in questi mesi è stata fatta molta propaganda. L’autonomia non può essere intesa come Nord contro Sud, né si può pensare di attuarla senza il Mezzogiorno. Il Paese è uno e indivisibile. Proprio per evitare la propaganda spicciola, abbiamo ribaltato il modello elaborando una norma-quadro che diventa una cintura di sicurezza per tutto il Paese. In questo modo vincoliamo tutti i fondi pluriennali di investimento già previsti nel bilancio dello Stato (al netto di quelli europei che hanno regole diverse e devono diventare davvero aggiuntivi), in maniera prioritaria secondo i livelli di crescita del territorio.

Approviamo la norma-quadro e dopo, anche da gennaio, possiamo portare in Parlamento i primi accordi con le Regioni che sono già avanti nella trattativa. A fine ottobre, parallelamente alle mie visite istituzionali dai presidenti di regione, sono ripartiti i negoziati tra i tecnici del governo e delegazioni trattanti delle Regioni. Ad oggi sono ripresi i negoziati con Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Toscana (che aveva tutte le carte in regola ma non era mai stata convocata). Sul Piemonte si aspetta il passaggio in consiglio regionale, passaggio obbligato prima di iniziare i negoziati. La Liguria sarà presto convocata per l’avvio del negoziato. Personalmente, ho esortato tutte le regioni a far domanda per l’attuazione del 116 comma 3. Può essere una grande occasione per tutto il Paese, se fatto nel rispetto della Costituzione.

A lei che è un convinto europeista chiedo: come si può coniugare il progetto di un’autonomia differenziata che smembra il Paese con la necessità per l’Italia di essere credibile e coesa nell’attivazione di processi democratici a livello europeo?

Gli Stati Uniti d’Europa per me, per il Partito Democratico, sono l’obiettivo ultimo per cui lavoriamo incessantemente. La mia Europa sin dai tempi del mio lavoro allo European Institute della London School è sempre stata l’Europa delle regioni. Ma dentro Stati nazionali che concepiscono l’Europa federale come casa comune. La strada è ancora lunga e anche in Europa, mi auguro già con la nuova commissione Von der Leyen, dovranno cambiare molte cose. Fino a quel momento, però, dobbiamo fare in modo che lo Stato centrale e le Regioni lavorino nell’interesse esclusivo dei cittadini costruendo un mondo aperto senza fili spinati e più giusto. L’equità passa attraverso la garanzia indipendentemente da ceto e censo dei servizi indispensabili e dei servizi alla persona.

Parliamo della scuola, che più ci interessa. Il problema non può essere circoscritto allo stipendio e allo status giuridico degli insegnanti. La posta in gioco è il futuro della scuola pubblica, la garanzia di curricoli nazionali e di un ordinamento scolastico che garantisca stesse opportunità formative su tutto il territorio italiano, già ampiamente compromesse dagli esiti dell’autonomia scolastica introdotta da Berlinguer vent’anni fa. Per questo, proprio dal mondo della scuola è nato un Comitato Nazionale contro qualunque autonomia differenziata che, attraverso incontri formativi e un confronto culturale e politico serrato, lotta per l’unità del nostro Paese. Cosa risponde ai tanti cittadini che vi chiedono di fermare questo progetto?

La scuola regionalizzata non è un tema all’ordine del giorno quando parliamo di autonomia differenziata. Voglio ribadirlo con nettezza anche dalle vostre pagine. La scuola è e deve restare una competenza statale, la scuola rappresenta il cardine nella nostra idea di società, su questo non accetto nessuna forma di propaganda politica. La scuola non può essere smembrata o, ancora peggio, non si possono creare scuole e studenti di serie A o serie B. La scuola è una e così rimarrà.

Detto questo però è evidente che ci sono delle competenze amministrative che avrebbe più senso che venissero gestite direttamente dalle Regioni. Penso al numero di alunni per classe ad esempio, se in un istituto di periferia, di una valle o nelle aree interne, di un piccolo comune le classi devono essere composte da 20, 15 o 18 alunni dovrebbe poterlo decidere il presidente della regione che conosce, sicuramente meglio di Roma, il contesto, le peculiarità di quel territorio, i disagi che le famiglie possono vivere con gli spostamenti quotidiani.

Così come è necessario sostenere e finanziare il tempo pieno in tutte le scuole a partire da quelle di periferia. C’è un tema, poi, che pone il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, che è molto serio: la continuità didattica. È un problema che le famiglie affrontano anno dopo anno e lo dico con cognizione di causa, essendo padre di tre figli. Il problema è serio ma la soluzione auspicata dalla Lombardia, con i concorsi regionalizzati, non è secondo me giusta. Non si può smembrare la scuola quando si possono trovare, con la politica, con le norme ordinarie, soluzione più appropriate. Così come abbiamo già fatto prima con l’Agenzia delle Entrate e ora lo stesso Ministero lo sta facendo con gli insegnanti nei nuovi concorsi, stabiliamo insieme ai sindacati un periodo di permanenza nel luogo in cui si è vinto il concorso: saranno 5 anni? Decidiamolo insieme ma non possiamo smembrare la scuola perché un problema serio viene affrontato con la terapia sbagliata. Alla fine sono convinto che entrando nel merito delle scelte prevarrà l’interesse collettivo che è l’obiettivo di tutti.

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