Autonomia differenziata? “Sì, ma bisogna garantire i livelli essenziali del servizio o ci saranno disparità tra Nord e Sud, centro e periferia”. INTERVISTA a Irene Manzi (PD)

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“Non c’è dubbio che l’attuazione dell’autonomia differenziata comporterebbe una forte disparità territoriale. Nessuno vuole punire le Regioni virtuose, però quando si parla di istruzione si deve evitare di allargare le divisioni che finiscono per penalizzare certe realtà territoriali. E’ una materia delicatissima per il Paese e merita un’attenzione e un focus ancora maggiore”. L’onorevole Irene Manzi, del Partito democratico, è da ieri membro della VII Commissione Istruzione della Camera

Come tutti sta attendendo di leggere la bozza della proposta di attuazione dell’autonomia differenziata, di iniziativa del Governo, che sarà presentata nei prossimi giorni alle Regioni dal ministro Roberto Calderoli. Il, come abbiamo già anticipato, avrà ripercussioni anche sulla scuola

Dopo l’incontro di mercoledì scorso con i Presidenti di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna, il governo tira dritto. Si va verso una legge di attuazione entro fine anno che comprenderà la possibilità per le Regioni di chiedere il decentramento di tutte le materie previste, compresa appunto l’istruzione. La bozza del disegno di legge “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione” cita esplicitamente la scuola e il Lep, i livelli essenziali di prestazione da applicare anche in questo settore. Si legge infatti: “Nelle materie di cui all’articolo 117, norme generali sull’istruzione, tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, della Costituzione e nelle materie della tutela e sicurezza sul lavoro, dell’istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale, e della tutela della salute, (…) il trasferimento delle competenze legislative o delle funzioni amministrative e delle risorse corrispondenti ha luogo a seguito della definizione dei relativi livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”

C’è chi in queste ore parla apertamente di un vero e proprio processo separatista per la scuola, alludendo ai programmi di studio che potrebbero essere diversi a livello regionale, ai sistemi differenziati di reclutamento territoriale con un ipotetico trasferimento di molti docenti nei ruoli della rispettiva Regione. Ciò su cui l’autonomia potrebbe incidere maggiormente è l’organizzazione. Le Regioni punterebbero all’obiettivo di assicurare la presenza di tutti i docenti in aula fin dal primo giorno di scuola, mentre i programmi di studio potrebbero non essere coinvolti. Potrebbero. I Lep, i livelli essenziali di prestazione, devono essere fissati entro un anno dall’entrata in vigolre della legge, e su questo si concentrerà il dibattito parlamentare, poiché i Lep investono in pieno il tema spinoso delle risorse. Che per la scuola non ci sono quasi mai.

L’ira dei sindacati

I indacati intanto si dicono pronti alla mobilitazione e ribadiscono un secco no a qualsiasi forma di regionalizzazione dell’istruzione. A sottolinearlo sono stati ieri i sindacati di categoria Flc Cgil, CISL Scuola, UIL Scuola, Gilda e Snals che, insieme al Coordinamento per la Democrazia Costituzionale hanno dato il via ad una raccolta firme per la proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per la modifica dell’articolo 116 e 117 della costituzione. La proposta dei sindacati pone un vincolo alla richiesta di autonomia, che può essere concessa solo se “giustificata dalla specificità del territorio”. La proposta di legge costituzionale, che ovviamente non gode dei numeri in Parlamento per potere essere approvata – servono infatti i due terzi dei componenti oppure la maggioranza assoluta più un referendum popolare confermativo – esclude “la possibilità di una generica Legge quadro in ambito nazionale che lasci sostanzialmente campo libero a intese tra Stato e singole Regioni”. L’autonomia differenziata “non riguarda soltanto la scuola, ma questa è uno degli obiettivi particolari di chi vuole la regionalizzazione – dice il presidente del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, Massimo Villone per tre motivi: identitario, di risorse e di gestione politica”. Quest’ultimo punto, per Villone, è il più importante. La scuola entra nelle famiglie, e quindi “si avrebbe a disposizione un’armata per la formazione della gestione del consenso”. Se questi lavoratori “sono governati da un assessore regionale e non dal ministero, significa molto – secondo Villone – in termini di gestione politica”.

La posizione del Pd

Da parte sua, il Pd è consapevole che l’autonomia in molte materie è prevista dalla Costituzione dopo che nel 2001 fu approvata la molto discussa e contestata modifica del Titolo V. Sul tavolo della discussione dunque è sempre presente una bozza all’epoca proposta dall’ex ministro Francesco Boccia. “L’istruzione è una delle quattro materie che saranno delegate ma in questi mesi da Ministro ho dovuto anche spiegare ad alcune regioni del Nord che vanno tenuti fermi i principi della continuità didattica e dell’unità della scuola, da Nord a Sud, nei grandi centri urbani e nelle aree interne” aveva spiegato Boccia quando era ministro nel secondo governo Conte. “Non voglio scomodare don Sturzo, ma è di la’ che dobbiamo partire – aveva chiarito Boccia – e questo vuol dire che sul plesso scolastico di un comune non decide l’algoritmo di Roma, decide il sindaco, non dici più: ci sono 22 studenti o 23 in una classe, la dobbiamo chiudere perché non arriviamo a 22; questa cosa se si attua l’autonomia secondo la nostra Costituzione, non succede più perché se dai un range e dici al sindaco che stai chiudendo un servizio, il sindaco lo dice al presidente della Regione e il presidente della Regione nella programmazione trova le risorse con il governo centrale per evitare di chiudere quella scuola, perché in un’area interna chiudere la scuola significa togliere la vita a una comunità”. “L’autonomia differenziata è scolpita nella Costituzione – ha concluso Boccia –  vi prego non facciamo più l’errore di dire ‘io sono contro l’autonomia’ perché significa essere contro la Costituzione e lo dice Mattarella, l’autonomia rafforza l’unita’ nazionale e allora noi abbiamo il dovere di capire di cosa parla il Presidente della Repubblica quando dice che l’autonomia rafforza l’unita’ nazionale, sta parlando del principio di sussidiarietà che e’ scolpito nella storia della Repubblica”.

Ma oggi a che punto è il dibattito all’interno del Pd? Come reagisce il Partito democratico di fronte all’accelerazione del processo di regionalizzazione della scuola? “Attendiamo ora di leggere il testo”, ci dice Irene Manzi, deputata di un partito, il Pd, che vede dimissionaria la segreteria. Manzi è entrata a far parte ieri della VII Commissione Istruzione della Camera

Onorevole Irene Manzi, nei prossimi giorni Calderoli presenterà alle Regioni un testo per l’autonomia differenziata. Qual è la posizione del Pd su questa materia che sta infiammando gli animi?

“Attendiamo ora di leggere il testo. Le indiscrezioni di stampa sembrano riproporre il modello che prevede accordi individuali tra le Regioni e lo Stato, un modello che ci lascia perplessi: ancora di più sul tema di scuola. La regionalizzazione della scuola ci allarma perché riteniamo che l’istruzione, per rispetto della nostra Costituzione, debba assicurare omogeneità di istruzione su tutto il territorio nazionale. E’ una materia fondamentale per lo Stato, e ovviamente occorre considerare le previsioni contenute nell’art. 116, che stabilisce modalità di concessioni e autonomie alle Regioni, però con la necessità di rispettare una coerenza e una unitarietà dell’istruzione, essenziale per il Paese e motore della sua crescita e del suo sviluppo. Lasciare tutto all’autonomia delle Regioni comporta tuttavia un pericolo e dunque c’è la necessità di lanciare un allarme, poiché serve una riflessione approfondita su questo tema, che non va preso con leggerezza”.

L’ex ministro Francesco Boccia, Pd, aveva già predisposto una bozza su questa materia.

“Nella precedente legislatura, noi come Pd, con il Governo Conte bis, avevamo tracciato un percorso, da recuperare, che partiva dall’individuazione dei Livelli essenziali di prestazione, senza i quali non si può procedere, perché si corrono dei grossi rischi. Vedremo la bozza che ora verrà presentata dal Governo alle Regioni. La bozza di Fancesco Boccia aveva trovato un accordo unanime da parte delle Regioni. Prevedeva dei passaggi che partivano dai livelli essenziali e coinvolgeva il Parlamento e il suo ruolo rispetto a questa attribuzione delle materie”.

Secondo la bozza del governo attuale alle Regioni virtuose potrebbe essere consentito di ottenere un aumento delle somme destinate alle prestazioni

“Non c’è dubbio che questo comporterebbe una forte disparità territoriale. Nessuno vuole punire le Regioni virtuose. Però quando si parla di istruzione si deve evitare di allargare le divisioni che finiscono per penalizzare certe realtà territoriali. E’ una materia delicatissima per il Paese e merita un’attenzione e un focus ancora maggiore”.

Nell’art 3 della bozza del Governo si parlerebbe, secondo indiscrezioni, di livelli essenziali di prestazione da applicare anche a scuola. In che cosa si potrebbe tradurre questo principio? Qualcuno ipotizza un processo separatista: programmi diversi a livello regionale, sistemi di reclutamento territoriale e meccanismo di finanziamento differenziati. Docenti e ata passerebbero nei ruoli delle Regioni…

“Sono timori comprensibili sui cui riflettere, proprio perché l’uniformità territoriale nell’istruzione nei decenni è stata importante e se dunque si va davvero verso la previsione di programmi ministeriali differenziati, una certa riflessione va fatta. Noi come Pd nel nostro programma elettorale per le elezioni politiche di settembre 2022 avevamo proprio dedicato un punto specifico al tema dei livelli essenziali delle prestazioni senza i quali non si può intervenire nelle materie. Nella redazione della norma anche una virgola può fare la differenza”.

Come mai secondo lei a un certo punto s’è voluta dare una decisa accelerazione all’iter legislativo sull’autonomia differenziata?

“La scuola entra nelle materie individuate dalla Costituzione per una maggiore autonomia che peraltro viene richiesta. Il tema lo abbiamo affrontato anche noi ed è un’esigenza che avvertiamo anche noi. Ma quando la proposta di Calderoli arriverà alle Camere potremo finalmente sapere quali siano le intenzioni del governo sul tema dell’autonomia. E’ un tema presente da più di vent’anni ma se non s’interviene sugli squilibri territoriali – non solo quelli Nord-Sud ma anche tutti gli altri – e se non si tiene presente che i livelli essenziali vanno finanziati con risorse, temo che si rischi di creare regioni di serie A e di serie B, e questo ci preoccupa. C’è la necessità dunque di trovare una soluzione equilibrata. Come partito non ci siamo sottratti a questo tema, ma vanno trovate le giuste modalità. La stessa riforma del Titolo V dice che c’è la possibilità di attuare l’autonomia su certe materie ma chiede anche che ne siano pesati e soppesati gli effetti nel lungo periodo. Capisco che le Regioni che sono politicamente omogenee rispetto alla maggioranza di governo spingano. Ma io penso che vada considerato l’ordinamento nel suo insieme e che vada coinvolto il Parlamento il cui contributo è importante”.

C’è il rischio che il Parlamento non possa incidere?

“Dipende dalla bozza, che prevede le modalità del procedimento legislativo e la soluzione. La bozza di Boccia prevedeva una legge quadro del Parlamento e stabiliva come dovessero essere attuati gli accordi tra Stato e Regioni”.

I sindacati intanto sono sono sul piede di guerra

“Stiamo approfondendo attentamente il testo della proposta di legge popolare di riforma della Costituzione avviata dai sindacati, che fanno capire comunque che c’è una grande preoccupazione”.

Qual è la vostra più grande preoccupazione su questo tema in questo momento?

“Riguarda il tema delle risorse. Nella Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, che lancia una prospettiva verso il Bilancio dello Stato, non c’è una cifra, né una prospettiva rispetto agli investimenti che questo governo vuole mettere sull’istruzione. C’è stato un gran clamore e noi cercheremo di capire come la maggioranza intende impostare la sua azione di governo. Ma nella Nadef mancano i progetti per la scuola”.

Del resto, qualcuno sottolinea come il Ministero dell’Istruzione fosse l’ultima preoccupazione (e non la prima) durante l’iter di formazione del governo attuale.

“Infatti non se ne parlava affatto durante la formazione del governo. E’ preoccupante. Lo evidenzieremo nella nostra risoluzione in Aula”.

Il ministro Valditara ha annunciato al Gr1 che a Natale i lavoratori della scuola riceveranno un gradito regalo

“Lo aspettiamo, nessuno vuole che i docenti siano penalizzati. Ma attendiamo i fatti”.

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