Autonomia differenziata, le norme generali sull’istruzione restino allo Stato. Anief l’ha chiesto al Senato: evitare che crescano i gap d’apprendimento, le 100 mila firme negli istituti non vanno ignorate

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L’Istruzione pubblica deve essere sganciata dal disegno di legge sulle “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”: lo ha chiesto espressamente il sindacato Anief.

Facendo riferimento all’Atto del Senato n. 615, su cui il Governo sta imprimendo un’accelerata con l’intenzione di approvarlo entro la fine del 2023, il giovane sindacato si è rivolto alla prima Commissione di Palazzo Madama, che sta esaminando il testo, chiedendo espressamente lo stralcio delle norme generali sull’istruzione perché si tratta di una competenza esclusiva dello Stato e si andrebbe anche a minare l’autonomia scolastica: il pericolo fondato è che si andrebbe ad acuire ulteriormente quel gap di competenze territoriali bene evidenziato qualche mese fa dallo Svimez con lo studio “Un paese due scuole”.

“Su questo disegno di legge – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – il dibattito parlamentare sta entrano nel vivo e tra non molte settimane sarà già tempo di votazioni in Aula: il nostro sindacato ha chiesto al Governo di chiarire un punto: il testo normativo che si vuole approvare non deve contenere riferimento alla scuola e in generale all’Istruzione. Peraltro, in diverse dichiarazioni, sono state date rassicurazioni anche dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, prima ancora che fossero raccolte più di 100 mila firme nelle scuole a dimostrazione di una sollevazione popolare di cui i nostri parlamentari e governanti non possono tenere conto”.

La posizione dell’Anief è indicata anche dallo stesso ministero dell’Istruzione e del Merito: nel sito internet ufficiale dell’amministrazione pubblica centrale, infatti, si ricorda che “il sistema educativo di istruzione e di formazione italiano è organizzato in base ai principi della sussidiarietà e dell’autonomia delle istituzioni scolastiche. Lo Stato ha competenza legislativa esclusiva per le “norme generali sull’istruzione” e per la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Lo Stato, inoltre, definisce i principi fondamentali che le Regioni devono rispettare nell’esercizio delle loro specifiche competenze. Le Regioni hanno potestà legislativa concorrente in materia di istruzione ed esclusiva in materia di istruzione e formazione professionale. Le istituzioni scolastiche statali hanno autonomia didattica, organizzativa e di ricerca, sperimentazione e sviluppo“.

Anief ritiene che il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata da applicare anche alla Scuola rischi anche di incrementare i divari territoriali sugli apprendimenti già oggi evidente. Oltre che produrre discriminazione ulteriori tra i lavoratori, con la possibile approvazione di nuovi “vincoli pluriennali per stabilizzare gli organici della scuola”: in questo caso si produrrebbero altri vincoli agli spostamenti del personale andando a determinare un ulteriore vuoto di cattedre e posti Ata in determinate regioni italiane.

Secondo lo Svimez, infatti, ben 550 mila allievi delle scuole primarie del Mezzogiorno (66% del totale) non frequentano istituti dotati di una palestra: una differenza che incide certamente sul dato preoccupante di quasi un minore su tre del Sud nella fascia tra i 6 e i 17 anni, in sovrappeso (contro un ragazzo su cinque in sovrappeso nel Centro Nord). A rendere ancora più chiaro il quadro è ’intensità dell’intervento pubblico nell’istruzione – dalla scuola all’università – sulla base dei dati di spesa pubblica di fonte Conti Pubblici Territoriali: dallo studio risulta un progressivo disinvestimento dalla filiera dell’istruzione che ha interessato soprattutto le regioni del Sud: tra il 2008 e il 2020, la spesa complessiva in termini reali si è ridotta del 19,5% al Sud, oltre 8 punti percentuali in più del Centro-Nord. Con conseguente scarto sfavorevole al Sud nella spesa per studente, per il quale si investono circa 100 euro annui in meno rispetto al resto d’Italia.

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