Autonomia differenziata, in arrivo l’ok preliminare. Regionalizzazione della scuola resta uno dei nodi centrali da risolvere

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Nella riunione del 18 gennaio fra il premier Giorgia Meloni, i vicepremier Salvini e Tajani e gli altri Ministri si è raggiunto l’ok ad inserire in uno dei prossimi CdM l’approvazione preliminare del disegno di legge a firma Roberto Calderoli sull’autonomia differenziata.

In una nota di Palazzo Chigi si legge infatti che durante la riunione “si è definito il percorso tecnico e politico per arrivare, in una delle prossime sedute del Consiglio dei ministri, all’approvazione preliminare del disegno di legge sull’autonomia differenziata“.

Si tratta di un passo non ancora completo ma importante verso il progetto di regionalizzazione promosso dal Ministro Calderoli.

Non sarà facile comunque. Anche all’interno della stessa maggioranza sul tema ci sono sensibilità diverse. Il piano è spinto dalla Lega, con Fratelli d’Italia disponibile all’ascolto e Forza Italia che già mette le mani avanti.

La strada non è facile. Confronto fra le forze di maggioranza

Il “diretto interessato”, il Ministro per gli Affari Regionali Roberto Calderoli, ha già chiarito, rispondendo agli attacchi: “Non ho mai inteso dividere il Paese – garantisce -, né favorire regioni che già viaggiano a velocità diversa rispetto alle aree più deboli dell’Italia, il mio auspicio è che tutti aumentino la velocità: il Nord che con l’autonomia può accelerare e un sud che finalmente si avvicini alla velocità del Nord. In questo modo cresce tutto il Paese, aggiunge Calderoli.

Sempre per la Lega, nei giorni scorsi si è espresso Luca Zaia, presidente della Regione Veneto: “Questo governo ha l’occasione di scrivere la storia. Di completare finalmente una riforma, quella dell’autonomia, in grado di rendere un Paese bellissimo e con infinite risorse, moderno come il mondo ormai richiede. Se qualcuno avesse in mente di tirare il freno d’emergenza per fermare la storia, non avrebbe capito che il rischio non è che si avvantaggi un partito o l’altro, ma che l’Italia vada in default”.

“Questa è una riforma che non lascia indietro nessuno, che non penalizza il Sud ma anzi lo chiama alla sfida della modernità, che aiuta i cittadini ad avere le istituzioni più vicine e più efficienti. Perfino i padri costituenti – spiega –avevano previsto la possibilità di delegare poteri e funzioni agli enti locali, lo stesso Mattarella ne parla spesso, non può essere un tabù”.

Di tono opposto il commento di Antonio Tajani, vicepremier e Minsitro degli Esteri in quota Forza Italia: “L’Italia – spiega – è fatta da 60 milioni di cittadini, che non sono solo quelli di alcune regioni. E bisogna lavorare, come Costituzione prevede, perché tutti abbiano le stesse possibilità di sviluppo, assistenza, protezione, benessere. Il Nord ma anche il Sud, che non può essere lasciato indietro. E Roma Capitale, una battaglia che per primi abbiamo portato avanti. La vogliamo o no una Capitale all’altezza di Parigi, Berlino, Washington?”

“Le grandi fabbriche che hanno reso il Nord trainante sono state possibili anche grazie all’enorme capitale umano del lavoro di cittadini del Sud. Adesso dobbiamo lavorare ai Lep, pensare a un fondo di perequazione, tenendo conto che non faremo un decreto ma un disegno di legge e il Parlamento – conclude Tajani – avrà modo e tempo per discutere”.

La scuola? Resta uno dei temi controversi

E sul campo del dibattito politico il ruolo della scuola è centrale e allo stesso tempo un rebus: verrà inserita l’istruzione già da subito all’interno della riforma dell’autonomia differenziata? Oppure entrerà in seguito?

In verità, per molti non deve entrare per niente, come spiega il candidato alla segreteria del partito democratico Stefano Bonaccini: “La proposta di autonomia differenziata, che anche il Pd a livello nazionale ha proposto, è una proposta che non dice no a prescindere, perché sarebbe un regalo alla destra e alla Lega, ma che pone delle condizioni ben precise: i Lep vanno definiti prima e non dopo”.

Secondo Bonaccini,bisogna togliere materie divisive come scuola e sanità che devono rimanere centrali. Un’autonomia differenziata così, potrebbe diventare occasione avere meno burocrazia e più programmabilità delle risorse e degli investimenti. Se qualcuno ha in mente, come temo, di dividere il paese non se ne fa niente“, aggiunge il presidente della Regione Emilia Romagna.

La tesi sostenuta da Bonaccini e condivisa da molti è che l’autonomia differenziata, specialmente su alcuni settori come l’istruzione e la sanità, possa far aumentare la forbice fra Nord e Sud del Paese.

A titolo di esempio, l’associazione Svimez riporta alcuni dati sulla scuola primaria, prendendo come riferimento l’ultimo rapporto del 2022, che vedeva il 50% dei bambini in Lombardia ed Emilia-Romagna frequentare classi a tempo pieno, in Piemonte il 51%. Numeri ben distanti da quelli di Sicilia (10%), Calabria (24%) e Campania (18%).

Il no dei sindacati

I sindacati si sono esposti all’unisono per dire no alla regionalizzazione della scuola, condividendo e promuovendo in prima battuta la raccolta firme lanciata dal Coordinamento per la democrazia costituzionale per bloccare questa riforma, così come proposta, e modificare la Costituzione a tutela “dell’uguaglianza dei diritti e dell’uniformità dei servizi su tutto il territorio nazionale”, si legge sul manifesto, pur valorizzando le specificità territoriali.

“La nostra posizione, fin da sempre, è netta e chiara: ci opporremo in ogni modo contro scelte che tendono a dividere il Paese. Con la regionalizzazione della scuola statale, di fatto, si frammenta l’istruzione e si accentua la diseguaglianza sociale e civile. Non si tratta di una forma di dissenso su una questione nord/sud ma un’opposizione a un sistema che non garantisce laicità, gratuità e pluralismo rischiando di non mantenere alto il livello qualitativo dell’istruzione”, ha detto recentemente il segretario generale della Uil Scuola Giuseppe D’Aprile nel corso di un’intervista rilasciata a Orizzonte Scuola.

Per la Cisl Scuola è indispensabile mettere in sicurezza il sistema di istruzione pubblica, nella sua dimensione unitaria e nazionale, rispetto a ogni ipotesi di regionalizzazione. Diversamente, si andrebbe in direzione esattamente opposta a quella indicata dal Pnrr, che punta a ridurre ed eliminare disparità e disuguaglianze ancora molto marcate fra le diverse aree del Paese anche per quanto riguarda gli esiti formativi”, ha detto invece Ivana Barbacci, segretaria generale della Cisl Scuola.

Soltanto la scuola pubblica statale può garantire il pluralismo tra visioni e posizioni diverse. Sono in atto pericolose tendenze disgregatrici e la scuola pubblica statale rappresenta un caposaldo dell’unità nazionale”, sottolinea il numero uno della Federazione Gilda-Unams, Rino Di Meglio.

Il dossier della Camera

Lo scorso settembre un dossier della Camera aveva ripreso la questione facendo il punto della situazione.

L’articolo 116, terzo comma della Costituzione – si legge sul documento della Camera – prevede la possibilità di attribuire forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario (c.d. “regionalismo differenziato” o “regionalismo asimmetrico”, in quanto consente ad alcune Regioni di dotarsi di poteri diversi dalle altre), ferme restando le particolari forme di cui godono le Regioni a statuto speciale (art. 116, primo comma).

L’ambito delle materie nelle quali possono essere riconosciute tali forme ulteriori di autonomia concernono: tutte le materie che l’articolo 117, terzo comma, attribuisce alla competenza legislativa concorrente.

Un ulteriore limitato numero di materie riservate dallo stesso articolo 117 (secondo comma) alla competenza legislativa esclusiva dello Stato: organizzazione della giustizia di pace; norme generali sull’istruzione; tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna: gli accordi preliminari

Bisogna però partire dall’inizio e tornare al 2017, quando il tema dell’autonomia regionalizzata ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, è sorto a seguito delle iniziative intraprese da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.

Dopo aver sottoscritto tre accordi preliminari con il Governo a febbraio 2018, su richiesta delle tre regioni, il negoziato è proseguito ampliando il quadro delle materie da trasferire rispetto a quello originariamente previsto. Nel frattempo altre regioni hanno intrapreso il percorso per la richiesta di condizioni particolari di autonomia, che hanno dovuto però interrompere le iniziative a causa del covid.

Quattro settori coinvolti

Per alcune materie, tra cui l’Istruzione (non quella professionale), servirà la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni. Allo stato attuale ogni regione potrà chiedere che nella propria intesa le venga riconosciuta una più forte autonomia in materia (salvo le prerogative che sono in capo alle singole scuole).

Sono quattro le materie coinvolte: la scuola, la sanità, l’ambiente e le politiche del lavoro, materie sulle quali verrà aperta la trattativa. Alle Regioni virtuose sarà consentito di ottenere un aumento delle somme destinate alle prestazione. Si ipotizza di prevedere un monitoraggio ogni tre anni. Non verrà erogato un solo euro in più: tanto lo Stato spende, tanto lo Stato darà.

La bozza del disegno di legge “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione” risulta completa, in questa nuova formulazione, con alcune modifiche rispetto alla bozza elaborata dal ministro Maria Stella Gelmini nell’aprile 2022.

All’articolo 3 si parla anche di scuola. I livelli essenziali di prestazione sono applicati, infatti, anche in questo settore. Ad esempio, entro il 2027, ogni Comune dovrà mettere a disposizione il 33% dei posti negli asili nido per i bambini di fascia 0-3 anni e fissare i numeri di alunni e docenti per ogni scuola e classe.

Si legge: “Nelle materie di cui all’articolo 117, norme generali sull’istruzione, tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, della Costituzione e nelle materie della tutela e sicurezza sul lavoro, dell’istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale, e della tutela della salute, (…) il trasferimento delle competenze legislative o delle funzioni amministrative e delle risorse corrispondenti ha luogo a seguito della definizione dei relativi livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”

Con la proposta di regionalizzazione, dunque, si rischia un vero e proprio processo separatista per la scuola: programmi diversi a livello regionale, sistemi di reclutamento territoriale e meccanismo di finanziamento differenziati. Migliaia di docenti transiterebbero, secondo quanto segnala il quotidiano, nei ruoli della Regione con effetti sulla contrattazione nazionale e possibili differenziazioni salariali territoriali.

La proposta di legge, si specifica, non significa che una Regione potrà modificare il programma didattico o svolgere attività di insegnamento, che rimane riservata allo Stato. Ciò su cui l’autonomia potrà incidere è l’organizzazione. L’obiettivo a cui mirano le Regioni è iniziare un anno scolastico con i docenti assegnati alle classi fin dal primo giorno. Non è in discussione l’autonomia delle scuole nel fissare i programmi, né i concorsi per le assunzioni. I livelli essenziali di prestazione saranno fissati entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge.

Prima del trasferimento di competenze lo Stato dovrà approvare i livelli essenziali delle prestazioni, entro un anno secondo la bozza.

BOZZA DDL [PDF]

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