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Autismo, spesso mancano i giusti consigli ai docenti: “cosa fare, cosa non fare, i consigli dell’esperto”. INTERVISTA a Marco Pontis

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Si parla spesso di autismo ma a volte mancano i giusti consigli per operare nel migliore dei modi con questi alunni? Ne abbiamo parlato con il Professor Marco Pontis, Docente di Didattica Inclusiva alla LUMSA di Roma, di Pedagogia e Didattica speciale per le disabilità intellettive e i disturbi dello spettro autistico e di Pedagogia e Didattica speciale per la collaborazione multiprofessionale presso l’Università di Bolzano.

Professor Pontis, di autismo se ne parla molto però a volte mancano le indicazioni su come operare. A tal proposito lei ha scritto un libro “Autismo, cosa fare (e non)”, edito dalla Erickson e divenuto un bestseller tradotto in numerose lingue, cosa l’ha spinta a realizzare questa guida?

Il libro nasce dalla mia esperienza sul campo e dall’analisi delle richieste di docenti, educatori, assistenti all’autonomia e alla comunicazione e di altri operatori che si prendono cura di persone autistiche. In pratica nasce dall’esigenza di fornire delle indicazioni concrete e degli strumenti per l’osservazione del funzionamento globale di ciascuno, anche perché ogni bambino autistico ha delle sue caratteristiche ed esigenze diverse, ad esempio di tipo comunicativo, relazionale o di autonomia e quindi dobbiamo partire per la predisposizione di un buon piano educativo individualizzato e un progetto di vita che possa divenire quanto più autodeterminato possibile, dall’osservazione della singola persona, del suo funzionamento globale in termini ICF, andando oltre gli aspetti biometrici legati alla diagnosi, e andando a capire come funziona la persona nei diversi contesti di vita reale, qual è il suo grado di partecipazione sociale , quali sono i fattori contestuali, ambientali e personali che influiscono su questo funzionamento. Quindi andare a trovare delle soluzioni mirate per ciascuna persona, a prescindere dalla diagnosi di disturbo dello spettro autistico.

Si parla di spettro autistico perché abbraccia una serie di situazioni ampie e molto differenti tra loro, quanto è difficile per un docente riuscire ad operare in situazioni così complesse?

Indubbiamente non è affatto semplice, proprio perché ogni persona è diversa, ogni bambino di cui ci prendiamo cura è diverso, ogni alunna o alunno autistico, pur avendo la stessa diagnosi, è diverso dall’altro in termini di abilità, punti di forza e difficoltà comunicative (verbali e non), relazionali o di autonomia. Per cui la necessità di molti docenti è di poter avere degli strumenti operativi e non solo delle buone conoscenze teoriche rispetto ai disturbi dello spettro autistico e delle neurodivergenze. Occorre acquisire conoscenze, abilità e competenze teorico-pratiche che vanno molto oltre gli aspetti biomedici e diagnostici. Bisogna anche possedere almeno alcuni essenziali strumenti per osservare attentamente il funzionamento globale al fine di individuare le aree di forza del singolo bambino, che possono essere aree comunicative, di interazione, comportamentale e così via, e poterle valorizzare cercando, contemporaneamente, delle strategie e delle soluzioni più opportune, in base alle necessità specifiche, per superare le maggiori difficoltà che s presentano nelle diverse aree di sviluppo e operare non solo con l’alunno autistico ma con tutti i compagni di classe. Oggi sappiamo che un approccio inclusivo non solo è utile, ma migliora il contesto di tutti gli alunni della classe, a prescindere dalla presenza o meno di una eventuale neurodivergenza o disabilità o altri bisogni educativi speciali. Da questo punto di vista abbiamo notato un interesse internazionale sulle strategie inclusive, validate anche dalla ricerca scientifica. Nello Spettro Autistico rientrano tante Persone, uniche e differenti, che meritano docenti e operatori capaci di valorizzare i loro punti di forza e di costruire percorsi concreti di inclusione scolastica e sociale per tutte e per tutti, come ci ricordava il grande Prof. Andrea Canevaro, soprattutto in questo delicato momento storico, anche le differenze di genere son importanti! Quando si crea una reale collaborazione tra genitori/familiari, docenti specializzati per il sostegno e curricolari, assistenti all’autonomia e alla comunicazione, educatori extrascolastici, operatori sanitari e sociali, attraverso la condivisione di pochi ma chiari obiettivi educativi e strumenti operativi validati dal punto di vista scientifico i risultati possono essere davvero incoraggianti e significativi. Anche questa collaborazione multidisciplinare in rete però, molto spesso, viene lasciata al caso o alla buona volontà dei singoli attori: possiamo invece avvalerci oggi di metodologie e strumenti ormai ben conosciuti, che hanno dimostrato una concreta efficacia nel corso degli ultimi cinquant’anni, per costruirla passo dopo passo.

Quando parliamo di bambini con sviluppo atipico, come nel caso dell’autismo, spesso si parla di autonomia come obiettivo. Lei però parla di autonomia quale prerequisito per l’inclusione sociale, ci spiega questo aspetto?

Lavorare sulle abilità di autonomia personale, comportamentale, sociale e di movimento sin dalla prima infanzia risulta fondamentale per garantire la possibilità a qualunque persona, con disabilità o meno, di partecipare attivamente alla vita sociale del contesto in cui porta avanti la propria vita quotidiana. Sviluppare molteplici abilità di autonomia personale, sociale e di movimento, immediatamente spendibili nella propria quotidianità, risulta oggi fondamentale sin dalla prima infanzia per vivere al meglio in una società che diventa sempre più complessa. Troppo spesso, però, nei curricula formativi, queste abilità non vengono contemplate, o quantomeno, non vengono adeguatamente tenute in considerazione. Buona parte dei ragazzi con bisogni educativi speciali, infatti, termina il percorso scolastico obbligatorio con gravi carenze in questo ambito: molti di loro sanno effettuare semplici operazioni matematiche, decodificare testi o pronunciare parole in lingua inglese, ma non sono in grado di vestirsi e svestirsi in maniera corretta, di prendersi cura della propria igiene personale, di utilizzare il denaro per fare acquisti o di prendere l’autobus per spostarsi in città. La consapevolezza delle reali e più urgenti necessità educative della singola persona ci obbliga a considerare fondamentale, e in qualche modo prioritario, lo sviluppo delle autonomie personali, comportamentali e sociali, accanto allo sviluppo di abilità strumentali comunemente previste dai programmi scolastici, come scrivere e leggere, per favorire una partecipazione sociale significativa. Fornire gli strumenti necessari per l’inclusione significa promuovere l’acquisizione di tutte quelle abilità coinvolte nello sviluppo di un’autonomia concreta e funzionale in modo da vivere ogni contesto sociale nel migliore dei modi. Per cui risulta fondamentale, soprattutto per persone con fragilità, con difficoltà specifiche in queste aree, riuscire a fornire degli strumenti operativi concreti che sappiamo portano dei risultati significativi nell’aumento delle abilità di autonomia e quindi nelle possibilità concrete di far parte di gruppi di persone e di poter avere delle possibilità reali di inclusione.

Un’ultima domanda, nella sua guida lei si rivolge in modo particolare alla scuola primaria e parla sia dei comportamenti da adottare che di quelli da evitare, ci fa alcuni esempi?

La necessità di avere delle indicazioni operative partendo da situazioni concrete che si possono trovare quotidianamente nella scuola, è stata una delle esigenze che ho percepito fin dall’inizio del mio percorso, anche grazie al supporto delle associazioni di genitori e familiari che si occupavano di autismo e che mi hanno dato la possibilità di formarmi con i maggiori esperti dell’Università di Yale (USA) e delle maggiori Università italiane, come Michael Powers, Giacomo Vivanti, Dario Ianes e Andrea Canevaro, per riuscire ad andare oltre la diagnosi e capire davvero il funzionamento della persona. Il libro si rivolge prevalentemente alla scuola primaria, ma in realtà possiamo dire che quasi la totalità dei suggerimenti che vi si trovano dentro, con i dovuti accorgimenti in base all’età e alle capacità, sono applicabili anche alla scuola dell’infanzia e alla scuola secondaria di primo e di secondo grado. Questo perché si affrontano situazioni concrete in cui si offrono degli strumenti di lettura della eventuale difficoltà specifica. Spesso si portano avanti a scuola delle pratiche assolutamente scorrette dal punto di vista pedagogico e didattico come, ad esempio, forzare le persone autistiche a guardare negli occhi i docenti o i compagni. Non è raro, ad esempio, quando vado nelle scuole per effettuare delle supervisioni al gruppo classe di bambini o ragazzi e al team docente o consiglio di classe che se ne prende cura, di osservare insegnanti che, spesso assolutamente in buona fede, pensano che se l’alunna o l’alunno non gli sta guardando negli occhi mentre spiega o comunque svolge una lezione frontale, non sia attenta/o. In realtà in letteratura scientifica è ormai ben noto, dalle numerose testimonianze di studiose, ricercatrici e altre persone autistiche in genere, che evitare lo sguardo mentre si ascolta la lezione permette alla persona autistica di concentrarsi su ciò che viene detto evitando il sovraccarico sensoriale.

Ecco alcuni suggerimenti pratici su questo aspetto ripresi dal manuale Autismo cosa fare e non:

Cosa fare

  • Insegnate al bambino che può ricavare molte informazioni (o ottenere più facilmente ciò che desidera) guardando negli occhi le persone.
  • Fornite immediatamente attenzione quando riesce a guardarvi negli occhi.
  • Organizzate spesso dei giochi (a lui graditi) a due, in cui possa sperimentare gli effetti positivi del guardare negli occhi.
  • Fornite frequentemente delle spiegazioni su motivazioni, intenzioni, emozioni che stanno dietro i comportamenti degli altri.

Cosa non fare

  • Rimproverarlo perché non vi guarda negli occhi.
  • Obbligarlo o forzarlo a guardare negli occhi voi o i suoi compagni.
  • Inserirlo subito in gruppo esteso senza aver prima insegnato abilità di base per l’interazione a due.
  • Richiamarlo o rimproverarlo perché non sta guardando l’insegnante: potrebbe invece essere molto attento a ciò che sta dicendo!

Dobbiamo sempre ricordare che buona parte dei bambini/ragazzi autistici presentano delle difficoltà specifiche nell’area dell’interazione sociale e della comunicazione. Non è mancanza di esperienza o di volontà, ma una vera e propria neurodivergenza di natura neurobiologica. Il contatto oculare, la gestualità, le espressioni, o la postura (che sono fondamentali per entrare in relazione, trasmettere e decodificare messaggi verbali e non verbali) per molte persone autistiche non hanno particolare rilevanza. Mentre i bambini “neurotipici” sviluppano queste importanti abilità spontaneamente possedendo un’innata predisposizione a imparare osservando gli altri, ad anticipare il loro comportamento, gli alunni e le alunne autistiche necessitano di un insegnamento esplicito e programmato di tali capacità. Le difficoltà di lettura della mente degli altri spesso impediscono al bambino con autismo di comprendere ciò che influenza il comportamento altrui, quali credenze, desideri o emozioni, diverse dalle proprie, stanno dietro i comportamenti visibili.

Non possiamo sottovalutare il fatto che se il bambino volge lo sguardo altrove ed evita il contatto oculare possa farlo anche per cercare di minimizzare il sovraccarico sensoriale dovuto ai numerosi stimoli che osserva o al notevole sforzo che il cercare di interpretare le espressioni altrui comporta. In una situazione comunicativa, inoltre, la sua attenzione non è catturata da stimoli sociali, ma spesso da altri dettagli (ad esempio la bocca dell’interlocutore) che lo distraggono. Dovremo dunque procedere gradualmente e con pazienza, senza forzare il bambino e calibrando le richieste alle reali possibilità.

Come intervenire

Le difficoltà nella comunicazione e nell’interazione sono specifiche e “intrinseche” nel disturbo dello spettro dell’autismo: per favorire e sviluppare queste capacità è necessario procedere in maniera graduale, cioè partire dal rapporto a due, e predisporre una situazione tranquilla e piacevole.

  • Organizzate dei giochi a lui graditi, interrompeteli e attendete che vi guardi negli occhi per riprendere immediatamente il gioco. Successivamente, organizzate dei giochi in piccolo gruppo in cui sia necessario guardare negli occhi il compagno, anche solo per un secondo, per procedere con la turnazione.
  • Cercate di comporre dei piccoli gruppi di alunni (2-3 bambini) che stabilmente si aiutano vicendevolmente e svolgono con regolarità delle attività insieme cercando di individuare i compagni con cui il bambino ha maggiore facilità di interazione.
  • Sfruttate tutte le possibili occasioni che si presentano in ambito scolastico per spiegare al bambino il significato delle espressioni facciali dei suoi compagni, dei gesti e delle posture corporee.
  • Insegnate al bambino alcuni gesti convenzionali per comunicare con gli altri.
  • Offrite delle occasioni concrete per drammatizzare una storia e incoraggiate il bambino a riprodurre espressioni facciali/gesti/posture corporee dei personaggi scelti.
  • Quando leggete o raccontate una storia, enfatizzate attraverso la mimica facciale o le posture corporee i sentimenti, gli stati d’animo o i desideri dei personaggi del racconto.

Patto educativo

Risulterà fondamentale riuscire a creare un’alleanza pedagogica costante con genitori e professionisti extrascolastici.

I genitori potranno fornire al bambino tantissime opportunità quotidiane per sviluppare l’uso dello sguardo in modo funzionale incoraggiandolo a osservare il viso e il comportamento dei fratelli, ad esempio, stimolandolo a imitare azioni con e senza oggetti, proponendo giochi e attività gradite in cui è necessario essere guardati o guardare insieme in direzione di un oggetto, fare a turno, scambiare sorrisi o condividere emozioni. Anche la visione di cartoni animati o film possono divenire delle occasioni preziose per comprendere quali intenzioni, credenze o desideri sono connessi a determinati comportamenti dei personaggi o quali espressioni del viso o posture corporee, spesso enfatizzate soprattutto nei cartoni animati per i più piccoli, risultano congruenti o meno con alcune emozioni, stati d’animo o sentimenti degli stessi.

I consigli dell’esperto

  • Non costringete mai il bambino a guardare negli occhi!
  • Portiamo un oggetto a lui gradito all’altezza dei nostri occhi in modo che possa in qualche modo “agganciare il nostro sguardo”.
  • Siate autorevoli ma non autoritari.
  • Non rimproverate mai il bambino perché non guarda i suoi compagni negli occhi: sarebbe come rimproverare un bambino in sedia a rotelle perché non svolge le attività in piedi.
  • Cercate di rendere piacevoli questi difficili momenti di interazione delle occasioni per sperimentare il piacere del gioco condiviso.
  • Se il bambino inizia un’attività spontaneamente cerchiamo di imitarlo e di implementare progressivamente l’attenzione condivisa.
  • Fornite dei rinforzi programmati al bambino dopo ogni singola sessione di lavoro.

Mi raccomando: non sottovalutate mai la fatica e l’impegno che comporta per lui coinvolgersi in una situazione sociale o lavorare su queste abilità.

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