Aumento della povertà educativa e pandemia, cosa fare. Ne parliamo con Simone Digennaro [INTERVISTA]

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La povertà educativa è un problema che da diversi anni è al centro dell’azione di Governo, Fondazioni bancarie e Terzo settore per il suo contrasto. La complessità nasce dal suo fenomeno multidimensionale che deriva dal contesto economico, sociale e familiare in cui vivono i minori. Ne abbiamo parlato con il Professor Simone Digennaro, Presidente dei Corsi di Laurea in Scienze Motorie dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale.

Professor Digennaro, il tema della povertà educativa è al centro del vostro convegno “Con i piedi a penzoloni. Le povertà educative, la voce dei bambini e delle bambine, la comunità” che si svolgerà il prossimo 15 dicembre presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Quanto è importante mantenere viva l’attenzione su questo tema soprattutto nel periodo pandemico che stiamo vivendo.

L’emergenza che stiamo affrontando da quasi due anni si è mostrata come un potente acceleratore di processi di cambiamento – sia positivi, che negativi – che hanno riguardato principalmente i sistemi educativi e formativi, con la scuola esposta in prima linea. Penso, ad esempio, allo scatto in avanti che c’è stato rispetto all’utilizzo della tecnologia come strumento didattico, alle nuove modalità d’intendere il tempo scuola, alle interconnessioni sempre più fitte tra il mondo reale e quello virtuale. Sulla sponda opposta, si è amplificata la storica incapacità dei sistemi scolastici di saper reagire, con prontezza, alle dinamiche di cambiamento sociale che interessano la società, o all’incapacità da parte del sistema educativo nel suo insieme di sapere intercettare i bisogni e le necessità dei soggetti più vulnerabili. È su questo specifico punto che noi vorremmo portare l’attenzione durante i lavori del convegno: le povertà educative sono un tema ricorrente nel dibattito di settore da almeno 10 anni. Nel tempo è maturata una capacità di analisi del fenomeno sempre più sofisticata e dettagliata, da cui sono poi derivate azioni mirate, volte a ridurre le cause sottese alle povertà educative. Tuttavia, con l’emergenza in atto, si è manifestata una certa fragilità degli interventi attuati: perché le povertà educative che erano state mitigate sono riemerse prepotentemente e nuove e più complesse povertà si sono aggiunte, andando a colpire un numero sempre crescente di minori. Si è assistito a una trasformazione della natura e della conformazione delle forme di disagio minorile. Il massiccio ricorso alla tecnologia, ad esempio, se da un lato ha aumentato la forbice tra chi ha accesso alla strumentazione e all’infrastruttura tecnologia e chi invece ne rimane escluso, dall’altro ha portato forme di disagio da “eccesso” di opportunità, gettando in un delirio tecnologico gruppi sempre crescenti di minori, incapaci di saper reggere l’impatto con un mondo tecnologico pieno di insidie e di punti ciechi. Alla luce di questi processi in atto, attraverso i lavori del convegno, vogliamo allargare il ragionamento sulle povertà educative, provando ad ampliare gli orizzonti di analisi, da cui poi speriamo possano essere sviluppate delle rinnovate politiche e strategie d’intervento.

L’azione di contrasto è un’azione sinergica che vede coinvolte istituzioni, scuola e terzo settore, nel convegno voi cercate di dare voce a tutti questi attori. Che cosa vi aspettate dai lavori che si svolgeranno?

Vogliamo in prima battuta creare un momento di confronto, partecipato, coinvolgete, stimolante dal punto di vista culturale. L’Università è il luogo del sapere “vivo”, che si muove al passo con i tempi, attraverso cui è possibile analizzare i fenomeni sociali più complessi per dare delle risposte ai grandi temi della società moderna. Ci aspettiamo di innescare un cambiamento sul modo di intendere e quindi affrontare le povertà educative. Non che quanto finora fatto sia stato vano, tutt’altro. Se oggi ci troviamo nella condizione di poter fare un passo in avanti nelle azioni di contrasto alle povertà educative lo dobbiamo proprio agli intensi sforzi che sono stati messi in campo negli ultimi anni. Ma adesso il mondo tutt’attorno a noi è cambiato, la società è stata rovesciata nelle sue fondamenta, i sistemi educativi e formativi sono in fibrillazione, il terzo settore è in una fase profonda di rinnovamento: non sembra più possibile proseguire lungo la strada intrapresa. Occorre fermarsi un momento a ragionare, per ricostruire la mappa delle povertà educative e individuare nuove tracce di lavoro. E per farlo c’è bisogno di un contesto di lavoro aperto, dinamico e democratico, in cui tutti gli attori della cosiddetta “comunità educante” possano trovare un luogo in cui far emergere la ricchezza del proprio operato.

La crisi pandemica ha accentuato alcuni elementi che sono alla base della povertà educativa, mettendone in evidenza alcuni, come il Digital Divide, che erano poco attenzionati. Cosa proponete a tal riguardo?

Occorre fornire un presidio costante e coordinato. La povertà educativa si contrasta con la ricchezza culturale e sociale. Solo dove c’è un’alta intensità educativa è possibile generare quei meravigliosi processi di cambiamento sociale e culturale, capaci di trasformare nel profondo un’intera comunità. Questo è un insegnamento che non dobbiamo perdere e che dobbiamo estendere anche alle nuove e più complesse forme di comunità. Perché se esiste una comunità reale è altrettanto vero che esistono anche forme di comunità virtuale che si affiancano, fino quasi a sovrapporsi alle comunità reali. La domanda è allora questa: chi presidia queste comunità? Chi si sta occupando di portare quei sistemi di protezione e salvaguardia già presenti nel mondo reale anche nelle comunità virtuali? Chi opera per contrastare le nuove forme di povertà educativa? Il digital divide è certamente un tema di rilievo: oggi più che mai l’accesso alla tecnologia è un diritto che deve poter essere garantito a tutti i cittadini. Questo è pacifico. Ma accorre anche rendersi pronti a contrastare le nuove e più complesse forme di povertà educative che nascono assieme alle comunità virtuali. Come detto, l’accelerazione che c’è stata nell’utilizzo della tecnologia a scopi educativi ci ha dato una prima rappresentazione di quanto ci aspetta. Negli ultimi mesi sono aumentati, ad esempio, i casi di malessere psicologico dovuti all’adozione di abitudini di vita quotidiana sempre più digitalizzate. E questo malessere ha per lo più riguardato quella casistica di soggetti che, storicamente, non viene considerata come esposta alle povertà educativa. Evidentemente si tratta di un cambiamento sociale epocale, inarrestabile che se non correttamente governato e presidiato poterà, alla fine del processo, all’emersione di nuove forme di disagio, vanificando tutti gli sforzi sin qui profusi,

Un’ultima domanda. Voi proponete una collaborazione tra tutte le istituzioni coinvolte nell’educazione dei minori. Scuola, famiglia e terzo settore dovrebbero dialogare in maniera più efficace tra loro. Quale suggerimenti vi proponete di fare?

Sembrerà banale dirlo, ma occorre rinforzare il dialogo. Solo un’azione coordinata, strategicamente orientata, scientificamente fondata e politicamente governata è in grado di affrontare le sfide educative della modernità. Ogni attore coinvolto deve offrire il proprio contributo, cedendo anche un pezzo della propria sovranità, se necessario. Oggi ci sono nel Lazio e nel resto d’Europa numerose progettuali, alcune delle quali molto innovative. Penso, ad esempio, alle azioni di Fondazione con il Sud, ai progetti del CSV Lazio, all’azione politica del Coordinamento Genitori Democratici e alle tantissime progettualità che giorno dopo giorno mettono in campo le Cooperative, le ONG e tutte le altre organizzazioni del terzo settore. Ma il problema è che tutte queste iniziative, per quanto lodevoli, finiscono per esaurire ben presto la loro spinta al cambiamento. Questo accade principalmente perché non fanno sistema, non sono coordinate tra loro, non sono inserite all’interno di un sistema strategico di intervento che faccia dialogare le azioni in atto e le risorse disponibili. Si perde, in questo modo, un patrimonio inestimabile e si riduce la capacità d’intervento sulle povertà educative. Il convegno si inserisce, dunque, proprio all’interno di un’azione più complessa ed articolata che ha come fine principale proprio quello di costruire un sistema integrato di dialogo e di intervento.

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