Aumenti stipendiali per i docenti fino a 200 euro al mese. Ecco come

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Sono 2,85 i miliardi stanziati nella legge di bilancio per il 2018 cui aggiungere un altro miliardo proveniente da altre fonti, pronti per il rinnovo del contratto.

Una cifra che permetterebbe di raggiungere un aumento stipendiale di circa 85 euro al mese lordi.

Cifra sulla quale il sindacato Anief continua ad avere grossi dubbi: secondo i conteggi del sindacato servono 2,3 miliardi di euro per coprire l’intera cifra, utile ad assegnare l’incremento stipendiale a 1,1 milioni di docenti e Ata. Molto più proficuo sarebbe  recuperare il 7% dello stipendio da settembre 2015, come già confermato dalla Corte Costituzionale.

La cifra comunque che era stata data nei mesi trascorsi come media, ma che col passare del tempo viene sempre più indicata come cifra piena, se non addirittura di partenza.

I sindacati confederali, infatti, da canto loro hanno fatto sapere di non essere molto propensi a considerare questo esiguo aumento soggetto alla “meritocrazia”, quindi con distribuzione in base ai risultati raggiunti o impegno profuso.

Ma c’è di più, infatti si profila all’orizzonte l’idea di trasformare la sede di confronto per il rinnovo del contratto in una occasione per rivedere l’impianto della riforma relativamente ai fondi investiti per i docenti.

Ricordiamo, infatti, che i fondi presenti nella legge “Buona scuola” investiti per i docenti ammontano a circa mezzo miliardo. In questo fondo bisogna annoverare i 24mila euro a scuola per il bonus merito, oltre ai 500 euro per l’autoformazione.

L’obiettivo è di contrattualizzare l’erogazione dei questi fondi e farli entrare nelle buste paga dei docenti.

Somme che, insieme alla garanzia degli 80 euro del bonus, possono facilmente raggiungere i 200 euro di aumento mensili.

In tutto l’impianto c’è solo un problema da prendere in considerazione. Infatti il bonus di 500 euro per la formazione è al momento esentasse, con il passaggio in busta paga verrebbero tassati, anche se vincolati dalla necessità di spesa per la formazione e soprattutto validi da un punto di vista pensionistico.

Insomma, un do ut des che potrebbe andare a vantaggio dei docenti, ma che scardinerebbe buona parte dell’idea meritocratica di base della riforma.

Quale migliore scenario se non quello della vigilia delle elezioni politiche.

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