Aumentano i disturbi del neurosviluppo tra gli studenti: di cosa si tratta, i nuovi approcci. INTERVISTA ad Alessandro Bozzato

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Negli ultimi anni abbiamo verificato un costante aumento dei disturbi del neurosviluppo all’interno del contesto scolastico, tanto che mi capita spesso di parlarne a lezione dicendo che chi parla di emergenza non ha idea della realtà: non è emergenza, ma norma. Gli insegnanti e i genitori sono spesso costretti a destreggiarsi tra impegnative per viste, certificazioni della Neuro Psichiatria Infantile e richieste di sostegno, dove possibile. Questo studio, che ha preso il via un paio di anni fa, cerca di portare nel dibattito scientifico anche il punto di vista del Pedagogista o, perlomeno, un approccio pedagogico tra quelli che sono definiti disturbi “qualitativi”. Ne parliamo con Alessandro Bozzato presidente nazionale dell’Unione Italiana dei Pedagogisti coautore del volume “Microbiota e neurosviluppo. Per un approccio bio-pedagogico ai disturbi cognitivi” con Salvatore Canalella, Diego Morgera, Eleonora Zanzarri.

Il disturbo qualitativo si distingue da quello “quantitativo” perché non è misurabile?

«Il disturbo qualitativo, per sua natura, si distingue da quello “quantitativo”, perché non è misurabile, non è come quando si assegna un valore numerico all’insufficienza mentale, ad esempio, non si può catalogare come i QI, ma si può narrare, si può descrivere e lo si può raccontare. Il racconto della sua storia e la sua descrizione ci permettono di ipotizzare le strategie di intervento, i trattamenti educativi e anche i supporti clinici specifici. Il tutto, però, ha bisogno di essere tenuto insieme, con un’ottica ecologica (cioè, a 360 gradi) che possa garantire una presa in carico reale del soggetto e dei vari adulti coinvolti (genitori, terapisti, insegnanti, rete affettiva)».

Il ruolo dell’animatore sociale, ieri. E oggi? Cosa fanno, professore, i pedagogisti che si occupano di pedagogia speciale?

«In ambito sociale, tra le figure professionali che si occupavano dell’applicazione delle pratiche, o come si dice adesso, delle “buone pratiche”, volte all’aggregazione e alla socializzazione, c’era una volta l’animatore sociale: una figura educativa che aveva soprattutto il compito di favorire le esperienze di gruppi informali e singoli soggetti, facilitando l’accesso ai luoghi istituzionali e creando connessioni. In pratica era un tessitore di contesti, di relazioni che creava relazioni tra il formale e l’informale, tra le istituzioni e tra le realtà più o meno sommerse all’interno delle costruzioni sociali. Gli animatori sociali, con le variabili declinazioni di animatore socioculturale, sociopedagogico, di comunità, eccetera, agivano soprattutto tra gli anni Settanta e gli anni Novanta del secolo scorso, e si trattava il più delle volte di operatori educativi, spesso provenienti dal mondo del volontariato o dell’impegno politico, motivati dall’idea che lavorare nel tessuto sociale per migliorarlo si può e si deve; è ovvio che la motivazione era quella, perché di sicuro non si può parlare di motivazione economica (visti i miseri compensi che da sempre caratterizzano qualunque attività educativa), e oggi quelle figure non sono del tutto scomparse: sono state inglobate nella famiglia dei pedagogisti e degli educatori, formati da atenei e facoltà di Pedagogia che, forse per venire incontro alle nuove esigenze, hanno anche cambiato il loro nome trasformando la catalogazione in “Scienze dell’Educazione”. Bene, quello che a suo tempo facevano gli animatori sociali, continua a essere fatto da molti pedagogisti. Parlo soprattutto di quelli che si occupano di Pedagogia Speciale, che continuano a cercare collegamenti (connessioni) tra discipline e professioni sia nell’ambito accademico che nell’ambito sociale e professionale».

Integrazione sociale e integrazione scientifica. Quale il ruolo della pedagogia?

«Perché la pedagogia non è solo la ricerca del significato educativo o la conoscenza della storia del pensiero pedagogico: i pedagogisti continuano a “sporcarsi le mani” sul campo, a volte bistrattati, spesso poco valutati o messi in posizione di margine, costretti ad attivarsi in condizioni di semi- volontariato ma comunque presenti e caparbi nel voler prendere parte ai percorsi e ai processi di inclusione e integrazione: perché solo la ricerca scientifica trasversale, quella che non rinuncia al tentativo di comprensione della complessa natura dell’essere umano ha la possibilità di portare a compimento (o almeno di avvicinarsi) al modello inclusivo di una società che accoglie tutti i suoi componenti. Integrazione sociale e integrazione scientifica».

L’ambito biologico e nutrizionale. In cosa consiste, professore, la ricerca eziologica? Quali nuovi scenari all’orizzonte e nel volume?

«In questo volume sono presenti i risultati di alcune ricerche in ambito biologico e nutrizionale, che si integrano con le considerazioni pedagogiche del professionista che si trova a dover operare in ambito di neurosviluppo (che sia a scuola, in ambulatorio o a casa) e che prova a impostare uno scenario operativo che tenga in considerazione più prospettive e più approcci. Come dicevo prima, da un paio di anni sto lavorando per approfondire le mie conoscenze nell’ambito di alcuni dei più comuni disturbi nel neurosviluppo, in particolare nella ricerca sull’eziologia (ancora in gran parte da stabilire) dei più comuni, cioè lo spettro autistico, l’ADHD e tutta la famiglia dei disordini associati alla disprassia, cioè quelli che a scuola vengono definiti i DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento). I tre studiosi che mi hanno affiancato e aiutato a portare a termine il lavoro sono il biologo Salvatore Canalella, lo storico Diego Morgera e la scienziata nutrizionista Eleonora Zanzarri, che associano alla loro attività di ricerca quella di docenti impegnati nel quotidiano compito del sostegno scolastico. Le conclusioni sono state affidate alla studiosa Rossella Bonfatti, italianista che da qualche tempo si dedica alla divulgazione scientifica, concentrandosi in particolare alla comunicazione delle pratiche mediche e sanitarie. A lei è stato dato il compito di rimettere ordine a tutti gli scritti e di riannodare alla fine i capi sparpagliati delle linee di ricerca, per farli convergere in una possibile direzione più o meno univoca. In modo che sia possibile riorganizzare il pensiero complesso che sta dietro ogni percorso che tenta un approccio trasversale.

Per ricorda che la Pedagogia consiste, appunto in pensiero, azione, e di nuovo pensiero».

La conoscenza si basa sulla capacità di creare connessioni. È così?

«L’idea di unire nella stessa ricerca discipline “umanistiche” e “scientifiche” nasce dalla convinzione che la conoscenza si basa sulla capacità di creare connessioni tra ciò che già si sa e ciò che si apprende».

Si può parlare di ‘scienze dell’uomo’, comprendendovi il sapere scientifico e quello umanistico considerati come un’unica conoscenza?

«La risposta affermativa si evidenzia dal punto di vista linguistico; infatti, le discipline che convergono sulla formazione della persona vanno declinate quasi sempre al plurale, e questo non accade per un relativismo ermeneutico, così come non accade nemmeno in nome di qualche statuto disciplinare: è necessario per adattarsi alle condizioni ibride, instabili e sfuggenti legate alle identità relazionali, dislocate e provvisorie dell’attuale confronto epistemologico. Si presentano alcune ‘famiglie’ lessicali, in questo studio intese sempre come vettori-indicatori, rivelatori di condizioni in divenire: capaci cioè di tradurre il rapporto tra salute e malattia, tra divergenza e tipicità, tra metodologie programmatiche e percorsi euristici, abbandonando l’idea di uno standard manualistico: i disturbi dello spettro autistico, le pedagogie speciali o dello sviluppo, le scienze della nutrizione, le discipline psicomotorie».

Questo volume si focalizza sulle dinamiche eco-biopedagogiche. Possiamo dire che sia questo il principale filo conduttore?

«Questo volume, dedicato a ricostruire il rapporto tra microbiota e neurosviluppo, si focalizza sulle dinamiche eco-biopedagogiche che lo determinano, alla luce del rapporto tra mente e soma, tra funzionamento cognitivo e influenza ambientale. Spezzando il rapporto di causa-effetto e privilegiando una logica qualitativa, l’ADHD, per esempio, va inteso come condizione, anziché come patologia, come caos cognitivo-sensoriale e come danno quantitativo anziché come deficit.

I quattro autori, insieme, ricostruiscono, a partire dall’idea-guida di connessione, lo stato dell’arte negli studi più recenti che coinvolgono ‘microbiota’ e ‘neurosviluppo’. Se il microbiota rimanda alla di ‘tessitura di contesti’, il neurosviluppo funziona come un rafforzativo contro la furia normalizzatrice che ripudia il disordine e indirizza verso la medicalizzazione delle “strategie abilitative”, sottoponendo così alle lente del danno/deficit, un’anomia».

Il neurosviluppo come spazio di connessione trova un rispecchiamento nella rivoluzione microbiologica. È così?

«L’“integrazione sensoriale”, alla base del modo di intendere il neurosviluppo come spazio di connessione trova un rispecchiamento nella rivoluzione microbiologica, ricostruita da Morgera, che vede nel gut-microbiota il ‘terzo cervello’ (o forse, per alcuni approcci eziologici, il ‘terzo incomodo’ quale vero ‘convitato di pietra’ tra intestino e cervello). Riprendendo la questione centrale del libro, il biologo Canalella chiarisce come ‘microbiota’ assolva ad una doppia semantica (insieme genetica e ambientale), presentandosi, alla pari della pedagogia speciale o dell’inclusione, come punto di partenza di una rete di relazioni (microbiota-intestino-cervello), che si potrebbe definire ⍶-diversità. La stessa ‘diversità’ che Zanzarri approfondisce nella cornice delle scienze dell’alimentazione, che identificano nella disbiosi intestinale (causato da squilibri biochimici indotti, per esempio, da glutine e caseina nell’equilibrio probiotico) una delle cause di alterazioni in grado di incidere sullo sviluppo neurologico».

Cosa resta sullo sfondo?

«Sullo sfondo resta l’‘imparare ad imparare’ dal nostro corpo e dalla nostra mente: un obiettivo comune, un nodo dilemmatico, un problema teorico. Il microbiota dovrebbe essere lo strumento orchestratore perché esso tende ad essere contenuto, ma, a sua volta, è un contenitore, vivendo nello scambio musicale. Quando, per esempio, si considera l’autismo come una patologia, si interrompono i suoni, ma non le note o l’armonia; considerandolo, invece, una condizione, il continuum tra silenzio e musica, tra sistema di decodifica/scrittura e interpretazione permane. E l’orchestra continua a suonare anche quando finiscono le prove o il concerto perché nell’aria rimane la memoria dell’esecuzione».

Quali sono i nuovi approcci?

«Come tentano di mostrare i contributi raccolti, la ricerca sulle cause e sotto cause dei disturbi del neurosviluppo, tra cui in primis quelli dello spettro autistico, si avvale oggi di nuovi approcci. Grazie alle ricerche congiunte delle discipline dell’educazione, di quelle psicomotorie, delle neuroscienze a base cognitivista (che si concentrano sul rapporto tra percezione e pensiero visivo, tra pensiero e codificazione linguistica). Si è tentato di riportare la discussione al suo centro: la base fisiologica e ambientale che accompagna il funzionamento cognitivo. Il microbiota rappresenta così una rivoluzione (filosofica) invisibile eppure percepibile, trasversale: pensare noi stessi come inclusi e includenti, proiettati in uno scambio (vitale seppur disordinato) incessante, insieme biologico, educativo, esperienziale, sensoriale».

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