Attacco ai BES, sarà “un insuccesso clamoroso”

di
ipsef

red – Si moltiplicano gli interventi contro l’istituzione dei BES: un commento apparso sul sito dei dirigenti di "Gruppo di Firenze" e uno sul Messaggero da parte di Giorgio Israel

red – Si moltiplicano gli interventi contro l’istituzione dei BES: un commento apparso sul sito dei dirigenti di "Gruppo di Firenze" e uno sul Messaggero da parte di Giorgio Israel

Sul sito del "Gruppo di Firenze" il commento è affidato alla tastiera di Giorgio Ragazzini che attacca innanzitutto la vaghezza della defininizione del Bisogno educativo speciale, contenuta nella circolare applicativa del 6 marzo 2013. Vaghezza consentirà di inserire qualsiasi tipo di difficoltà tra i Bisogni Educativi Speciali.

Giorgio Ragazzini intravede in questa normativa "la sintesi e il punto di arrivo di una serie di tendenze convergenti manifestatesi negli ultimi decenni:

  1. l’abbandono, a favore di mere indicazioni, dei programmi nazionali, cioè di un canone culturale essenziale, che tenda a formare gli individui nel quadro di un’identità comune;
  2. l’idea di trasformare gli insegnanti in facilitatori dell’autoapprendimento;
  3. la progressiva eliminazione degli esami;
  4. la graduale evaporazione di ogni standard, sia pure elastico, nella valutazione dei risultati, dunque di traguardi minimi comuni a tutti, condizione essenziale di equità nonché di credibilità dei diplomi rilasciati;
  5. e infine – last but not least – l’idea onnipotente che l’organizzazione, la metodologia e la tecnologia possano da sole creare le condizioni per l’apprendimento, cioè che il “successo formativo” dipenda integralmente da quanto fanno a questo scopo gli insegnanti; quasi che non fosse, come invece è, l’esito non scontato del rapporto tra due soggetti, il maestro e l’allievo, ma il risultato meccanico di una serie unilaterale di azioni."

La domanda che si pone è: dov’è, in tutto ciò, la responsabilità del discente, che la scuola non può certo smettere di sollecitare, soprattutto come impegno costante e comportamenti appropriati?

Per non parlare del lavoro aggiuntivo che ricadrà sulle spalle degli insegnanti, "trasformati, ovviamente senza una seria preparazione, in diagnosti e valutatori dei propri allievi in funzione di trattamenti differenziati".

Poi, con quali competenze? "Anche un insegnante ben preparato non avrà mai – afferma Ragazzini – le competenze di uno specialista che ha studiato per anni la sua disciplina, né le acquisirà con un’infarinatura sulla dislessia o sul deficit dell’attenzione."

L’Italia, come al solito rischia di scimmiottare modelli importati da altri luoghi, come la Finlandia, dove viene dato molto peso alla personalizzazione dei percorsi didattici, ma i docenti vengono supportati da consulenti in grado di fornire il necessario supporto su problemi di singoli allievi o di una classe: logopedisti, psicologi, neuropsichiatri, assistenti sociali. "E questo con il minimo necessario di formalità, preoccupandosi cioè soprattutto dell’efficacia e della tempestività degli interventi, invece di sprecare energie nella produzione di piani, documenti di intenti e complicate progettazioni da parte di gruppi e sottocommissioni."

Altro attacco giunge dal Prof. Giorgio Israel, che in un articolo apparso sul Messaggero si chiede: " “Si vuole che la scuola sia un centro d’istruzione oppure un luogo di educazione sociale complessiva? La prima veduta è l’unica consona a una democrazia liberale: si forniscono agli studenti conoscenze e capacità adatte a compiere scelte di vita. La seconda è più consona a una visione totalitaria: la scuola invece di limitarsi a trasmettere conoscenze, interviene nel forgiare personalità, assume un ruolo di costruzione sociale".

"I DSA – afferma – rischiano di essere poca cosa rispetto alla valanga che promettono di essere i BES. La loro recente normativa trasforma la funzione istituzionale della scuola da centro di istruzione a centro assistenziale globale”.

Infatti, "il numero di diagnosi legate ai DSA è aumenta a dismisura, probabilmente – scrive – per il desiderio di certe famiglie di garantire un percorso semplificato ai loro figli, per la pigrizia di alcuni insegnanti e per l’interesse di alcune corporazioni". Ma, secondo Israel, "la medicalizzazione della scuola sta progredendo in modo inquietante, riducendo sempre di più gli spazi disciplinari […]  Il solo menzionare parole come storia, matematica o italiano di fronte al colosso universale dell’inclusività suona derisorio."

E lancia un monito apocalittico: "può finire solo in un insuccesso clamoroso che travolgerà nelle rovine anche la funzione dell’istruzione".

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