Asilo nido e scuola materna, Anief: si anticipi l’obbligo scolastico

Comunicato Anief – Mentre l’Europa ci chiede di incrementare il numero di giovani iscritti a scuola e diminuire il numero di abbandoni, l’Italia procede all’inverso: non solo si attesta poco al di sotto del 15% di dispersione, contro il 10% chiesto da Bruxelles, ma perde addirittura alunni nella scuola dell’infanzia.

“Se si considera la fascia di età tra i 4 e i 5 anni l’Italia è passata dal 95,6% dell’anno scolastico 2007/08 al 91,1% del 2016/17”, scrive l’associazione Openpolis, riprendendo i dati Istat. Eppure, continuano gli esperti di scuola fino a 6 anni di età, “l’istruzione pre-primaria pone le basi per i futuri apprendimenti dei ragazzi”, perché “La sua funzione educativa, spesso sottovalutata, è fondamentale per lo sviluppo del minore. Frequentarla o meno infatti può fare la differenza sull’apprendimento successivo dei ragazzi”.

La scuola dell’infanzia rappresenta quindi un momento di formazione fondamentale, per tutti i bambini. E lo è ancora di più per quelli nati in famiglie in difficoltà, per ridurre il bagaglio di disuguaglianze che spesso si portano dietro. Uno svantaggio che non è solo teorico, ma è testimoniato dalle analisi sui risultati nei test Invalsi. Anche per queste ragioni, alcuni paesi europei hanno deciso di rendere l’istruzione pre-primaria obbligatoria, anticipando l’obbligo scolastico prima dei 6 anni.

Nella classifica europea, sui dati del 2016, ai primi posti spiccano Belgio (con una percentuale prossima al 99%), Svezia (96,6%) e Danimarca (95,9%). Agli ultimi posti, con il 60% o meno di bambini accolti in strutture pre-primarie, la Grecia e alcuni paesi dell’est (Polonia, Romania, Croazia). L’Italia è nona, e con il 92,6% di bambini tra 3 e 5 anni accolti in scuole d’infanzia supera pienamente il traguardo: solo che anziché incrementare il numero, si stanno perdendo iscrizioni; inoltre il numero di bambini che nel nostro Paese fruiscono del tempo pieno rimane basso.

“Correva l’anno 2000 – scrive Linkiesta – quando venne sottoscritto questo obiettivo, nel corso di un Consiglio europeo: in quel momento la copertura, in Italia, stava sotto al 10%. Dieci anni dopo si era passati al 13-15%. Già all’epoca vi erano regioni più virtuose di altre: per esempio Emilia Romagna e Toscana. Entro in un lasso di tempo ragionevole tutti i paesi si sarebbero dovuti dunque adeguare, riuscendo a offrire su base nazionale almeno 33 posti al nido per ogni 100 bambini nati. Il paradosso è che siamo molto lontani ancora da questo obiettivo, in molte zone d’Italia”. Inoltre, sembrerebbe che le graduatorie dei bambini fino a tre anni in lista di attesa per l’accesso nelle strutture comunali “penalizzano le persone che lavorano part-time e soprattutto quelle disoccupate” e “molto spesso le famiglie extracomunitarie”, rendendo in quest’ultimo caso “più difficile l’integrazione”.

Il problema è simile per la scuola materna, soprattutto nei grandi centri: a Milano, ad esempio, rimane fuori dal nido un bambino su quattro, perché “per i circa 31.500 bambini nella fascia di età 3-6 anni, invece, il Comune di Milano informa che sono circa 23.500 posti messi a disposizione: con una copertura quindi del 75% dell’utenza potenziale”. In conclusione, “bisogna investire il più possibile per mettere a disposizione tanti posti in asili nido e scuole materne quanti ne servono per accogliere chiunque ne faccia richiesta, a prescindere dallo status occupazionale”. Ecco perché, occorre “fare pressione perché vi siano più risorse economiche – e dunque più posti tout court – per i servizi all’infanzia. In tutta Italia”.

Anief raccoglie la richiesta e si fa portavoce della mancata scolarizzazione di tanti bambini fino a 6 anni che anche su questo fronte ci sta allontanando dall’Europa. “Un primo passo verso l’allargamento dell’utenza – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale del giovane sindacato – sarebbe quello di replicare in Italia quanto approvato l’anno scorso in Francia, dove l’obbligo formativo è stato anticipato a tre anni”. In Italia, invece, tutti i tentativi fatti in questa direzione sono andati a vuoto: ci provò l’allora ministro Luigi Berlinguer nel 1993, per poi però rinunciarvi per le difficoltà finanziarie e organizzative. Più di recente anche la ministra Stefania Giannini tentò di imporre l’anticipo con tanto di slogan “tutti alla primaria a cinque anni”, ma con lo stesso risultato nefasto”.

I benefici dell’anticipo del processo scolastico sono stati però riscontrati anche da diversi neuro-scienziati: la plasticità del cervello prima dei sei anni è particolarmente propizia all’assimilazione del linguaggio se si assimila nel bambino l’idea che la scuola è il suo habitat naturale di crescita; è proprio in questa fase che si fabbricano i futuri abbandoni scolastici prematuri. Anief, da diversi anni, si è fatta paladina della proposta, presentando formali emendamenti in Parlamento già nel 2014, ribaditi lo scorso anno a Palazzo Madama e a Montecitorio, attraverso cui ha chiesto la revisione della scuola fino a 6 anni. In particolare, il sindacato ha più volte rivendicato l’anticipo di un anno dell’inizio del tempo scuola, quindi a cinque anni anziché sei, con la compresenza dei maestri dell’infanzia e primaria. A questo proposito, è provato che a cinque anni i bambini hanno bisogno di una formazione di tipo essenzialmente ludico e, nello stesso tempo, di avvicinamento all’alfabetizzazione e al far di conto.

Anief ricorda anche che le stesse sezioni “Primavera”, rivolte ai bimbi che passano anticipatamente dal nido alla scuola dell’infanzia, dove già lo Stato si dimentica degli educatori, hanno dato buoni risultati ma ad oggi soltanto il 25% della popolazione studentesca è coperta dal servizio. E la stessa “tendenza alla contrazione dal 2012” per quanto riguarda la frequenza scolastica nella scuola dell’infanzia (in meno di dieci anni si è passati dal 95,6% al 91,1% nella fascia 4-5 anni), con il calo maggiore registrato al Sud, dimostra che in Italia si devono al più presto rivedere le politiche sulla materia. Infine, il sindacato lamenta il disinteresse per l’allargamento del tempo pieno nel primo ciclo: a livello di scuola dell’infanzia risulta residuale, soprattutto in provincia. Mentre nelle scuola primaria è stato mandato solo un timido segnale dal Governo, dando il via libera all’assunzione di appena 2 mila maestri alla primaria ogni anno proprio per implementare questo servizio.

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