Asilo nido e materna deve diventare un diritto per tutti?

Asilo nido e scuola materna sono un diritto?

A porsi questa domanda è il sito Linkiesta che ha deciso di approfondire il tema anche con una comparazione con altri paesi.

Secondo l’autore dell’articolo, neanche nei Paesi più evoluti ci sarebbero tanti posti disponibili quanti sono i bambini nati. Si potrebbe aggiungere che, poiché all’asilo accedono i bimbi da 0 a 3 anni, oltre a rifarsi agli andamenti demografici, è difficili programmare quante saranno le nascite dell’anno. Oltretutto, come scritto anche nell’incipit dell’articolo, non è detto che la scelta della famiglia sia in automatico quella per il nido.

Quando offerta e domanda non si incontrano

Tuttavia sarebbe troppo riduttivo risolverla in questo modo: a volte la differenza fra i nati e i posti disponibili al nido e la differenza fra i bimbi delle materne e il numero dei banchi sono davvero troppo evidenti. E’ il caso in cui – come scrive il sito – “l’offerta non riesce a soddisfare la domanda”.

Il problema non è nuovo, né sconosciuto, tanto che nel 2000 le indicazioni di “Lisbona” avevano quantificato un 33% di posti (minimo) in relazione al numero dei nuovi nati.

L’obiettivo di Lisbona

L’inchiesta del sito prende spunto dal fatto che in Italia, in quegli anni, i posti per i piccini erano solo del 10% e nonostante alcuni incrementi immediati, la situazione non è poi migliorata di molto. L’eccesso di domanda ha portato alla formazione di graduatorie che vedono privilegiare le mamme lavoratrici, seguite subito dopo da quelle impegnate a part-time. Proprio qui sta il paradosso evidenziato da Linkiesta: non è detto che la condizione di ‘non lavoratrice’ sia una scelta ragionata e consapevole. Molte volte diventa solo una soluzione forzata dallo stato di disoccupazione.

Oltretutto, fa notare l’articolo, la scolarizzazione dei bambini sin dalla più tenera età ha il valore della socializzazione. Spesso fa anche rima con integrazione, soprattutto quando l’accesso alle prime scuole riguarda i figli dei migranti con conseguente apprendimento di lingua, (ma anche modi e consuetudini) del Paese dove si ritrovano a vivere.

Dibattito aperto sui social e media

A sottolineare l’aspetto pedagogico della scuola è stata Anna Granata, docente di Pedagogia all’università di Torino, che dalla sua pagina Facebook dice: “Io non mi do pace. Ho davanti a me una bambina di tre anni che l’anno prossimo non potrà andare alla scuola dell’infanzia. Non parla ancora italiano, come fa correntemente suo fratello che di anni ne ha sei e da tre anni va come tutti i bambini all’asilo. Non lo parlerà verosimilmente neanche nei prossimi tre anni, a casa con la sua mamma egiziana, che per lo stesso motivo non potrà frequentare una scuola di italiano. Parlo da madre di tre figli nei servizi per l’infanzia di Milano, ma soprattutto da ricercatrice in pedagogia impegnata da anni su questi temi“.

Porta l’esempio del Comune di Milano dove è esploso il caso dei bambini esclusi: una conseguenza della riduzione del numero di alunni per classe dovuto alla presenza di bambini disabili. “Ma penalizzare un gruppo debole– fa notare ancora Granato – (i figli di disoccupati e in particolare di immigrati) per non penalizzare un altro gruppo debole (i bambini con disabilità) ha un che di grottesco“.

Nell’articolo la conclusione è che se, come sostiene anche  Laura Galimberti, assessora all’Educazione e Istruzione del Comune di Milano, intervenuta nella discussione su Facebook, le liste di attesa che sono aumentate i comuni che fanno accoglienza – è la posizione del giornale online – non possono aggrapparsi a questo dato dovuto a una “avarizia dello Stato“. E quindi – prosegue Linkesta – “perché la denuncia non resti sulla carta, occorre rimboccarsi le maniche e fare Comune per Comune, territorio per territorio, magari partendo proprio da Milano, proposte per aggiornare i criteri di assegnazione dei posti e adeguarli alle esigenze di oggi, da una parte, e fare pressione perché vi siano più risorse economiche – e dunque più posti tout court – per i servizi all’infanzia. In tutta Italia“.

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