Ascoltate i precari della scuola

di Lalla
ipsef

Rosaria Scotto di Vetta – Oggetto: la verità sull’identità del docente precario

Rosaria Scotto di Vetta – Oggetto: la verità sull’identità del docente precario

Gli autori di questo documento sono i soliti precari della scuola che ancora una volta con un certo ardore scrivono per ribadire le ingiustizie che stanno subendo non soltanto a livello di tagli di posti di lavoro, ma anche e soprattutto in relazione alla loro professionalità, continuamente sottovalutata da tutti. Da più di due anni i precari della scuola denunciano la grave situazione di emergenza che vede compromettere anni di sacrificio e di formazione, di investimento dei pochi risparmi e di studio finalizzato alla buona didattica. Si è parlato di precariato in questi due anni e, a tratti, se ne continua a parlare, ma in maniera totalmente distorta.

Oltre alla Gelmini e agli esponenti dell’attuale Governo che, tirando acqua al loro mulino, continuano a puntare il mirino contro i docenti, definendoli incompetenti ed immeritevoli, in maniera tale da distogliere l’attenzione dal problema di totale abbandono in cui la scuola odierna imperversa, sembra quasi che altri personaggi, pubblici e non, esponenti dell’opposizione, magari stanchi di trovarsi dall’altra parte, esponenti di sindacati che dovrebbero tutelare i lavoratori, azzardano giudizi sui precari, sembrano voler quasi dire che essi sono fastidiosi quando pretendono di espletare la loro professione, sembrano voler dare a loro stessi la colpa del sovraffollamento degli elenchi provinciali, sembrano voler quasi dire che non hanno diritto alcuno, perché se il mondo della scuola attualmente non richiede disponibilità, c’è solo da attendere, magari aspettando anni ed anni, sperando, sperando e poi chissà. Si parla molto di formazione degli insegnanti; si parla di nuovo reclutamento; si parla di dare qualità alla scuola tramite la formazione di insegnanti che sappiano davvero formare le nuove generazioni.

A tutti costoro, Ministro dell’Istruzione, esponenti del Governo e quelli della pseudo – opposizione, ai sindacati vorremmo dire di smetterla una volta per tutte di voler arginare il problema, perché l’Italia mai come in questo momento storico non ha bisogno di formare nuovi docenti, perché questi docenti ben formati e di qualità già ci sono, ne sono colme le graduatorie al centro-sud. Invece al Nord specie sul sostegno, i dirigenti scolastici sono costretti a nominare non abilitati, a causa di una politica che ha concentrato i tagli della scuola soprattutto al sud, dove invece i ragazzi avrebbero bisogno di più risorse e formazione per inserirsi nel mondo del lavoro.

Ricordiamo a tutti costoro che i precari docenti si ritrovano inseriti negli elenchi provinciali non grazie ad una semplice laurea e ad una domanda di inserimento. Ciascun docente precario inserito in suddette graduatorie ha seguito un lungo e tortuoso iter formativo prima di potervi accedere:

Subito dopo la Laurea Magistrale hanno sostenuto un concorso molto selettivo per poter accedere alla SSIS (Scuola di Specializzazione per la formazione di insegnanti della scuola secondaria), che consisteva in una prova scritta predisposta da ciascuna università, integrata da una seconda prova. La prova scritta, per ciascun indirizzo, consisteva nella soluzione di cinquanta quesiti a risposta multipla, di cui una sola risposta esatta, tra le cinque indicate. La seconda prova era orale e consisteva nel sorteggio di argomenti relativi alla classe di concorso scelta.

I vincitori del concorso accedevano alla SSIS che era tutt’altro che semplice. La SSIS era strutturata in maniera tale da offrire davvero una rosa di corsi utili all’insegnamento. Si trattava di sostenere una media di trenta esami con piano di studi di due anni articolato in un’area comune di insegnamenti dedicati alle Scienze dell’educazione e in aree di indirizzo specificatamente destinate alla formazione didattico-disciplinare per le classi di abilitazione relative. Ovviamente tali esami erano preceduti da corsi di minimo trenta ore ciascuno con frequenza obbligatoria. A titolo di esempio riportiamo di seguito gli esami comuni a tutti gli indirizzi sostenuti dagli allora studenti ssisini, oggi precari della scuola:
1.storia della scuola
2.Psicologia della relazione educativa
3.Pedagogia generale
4.Legislazione scolastica
5.Educazione ai diritti umani
6.Psicologia dei processi di apprendimento e di socializzazione
7.Pedagogia dei processi relazionali

I corsi si frequentavano di pomeriggio e di mattina bisognava recarsi presso una scuola convenzionata SSIS scelta dallo studente per le ore di Tirocinio formativo (250 ore)
Alla fine si sosteneva l’esame di Stato, che consisteva in una prova scritta con argomento tratto dagli OSA (Obiettivi specifici di apprendimento) della Scuola Secondaria sul quale creare un adeguato percorso didattico da illustrare in tutta la sua struttura, dopo aver scelto i destinatari e gli obiettivi da raggiungere, ed in una prova orale che verteva sulla discussione della propria relazione di Tirocinio.
Solo in possesso del Diploma SSIS si poteva accedere, in occasione dell’aggiornamento, alle specifiche graduatorie permanenti.

Oggi i precari continuano a seguire master e corsi di perfezionamento ed aggiornamento. Il periodo della frequenza della SSIS era lungo e sacrificante e prevedeva salatissime tasse universitarie da versare nel corso dei due anni. Per cui il sacrificio non riguardava soltanto la propria persona in termini di studio, ma gravava sul bilancio familiare, poiché, data la mole di lavoro e di impegno, nessun ssissino poteva permettersi il lusso di lavorare, seppure come cameriere o come baby-sitter, in maniera tale da sostenere i propri studi. Tuttavia il gioco valeva la candela: ci si stava formando per una nobile professione ed i sacrifici di allora venivano visti come un investimento buono per il proprio futuro professionale.

Il problema dunque, cari esperti del Ministero, non è la formazione dei docenti, ma il modo in cui la scuola viene trattata e bistrattata negli ultimi tempi.

Ormai per i precari della scuola non resta che raccogliere le briciole: il range di convocati diminuisce anno dopo anno, nella migliore delle ipotesi nel mese di ottobre si ottiene una supplenza fino alla nomina dell’avente diritto; poi dopo un certo lasso di tempo arriva il collega che ne ha diritto e bisogna togliere il disturbo. E la situazione non è facile per il povero collega arrivato che eredita delle classi numerose avviate da altri. Entrando nelle classi, ci si rende conto di tante mancanze della scuola.

Le classi sono affollate e gli allievi di oggi pretendono molto di più rispetto agli allievi di un tempo. Essi necessitano di attenzione, di personalizzazione, vogliono essere rassicurati, valorizzati e gratificati, si aspettano molto dal loro nuovo docente. La buona qualità della scuola dipende dalla buona formazione dei docenti, ma quella già c’è; il docente è comunque un essere umano e, per quanto bravo, titolato e formato non potrà mai venire incontro totalmente alle aspettative diverse di 30-35 allievi inseriti all’interno di un unico dialogo educativo, spesso anche con allievi disabili. Le classi in tal modo non ricevono quanto richiesto da una sana relazione educativa; il docente facilita l’apprendimento, ma, alla presenza di un’utenza così numerosa, sacrifica molto la personalizzazione, riduce al minimo i principi della pedagogia moderna, batte molto sulla psicologia della relazione educativa, per cercare di salvare il possibile, ma non riuscirà mai a dare quanto spetta a trentacinque persone contemporaneamente. E’ umanamente impossibile, anche perché egli viene solitamente nominato in ritardo, affronta di solito lunghi viaggi per raggiungere la sede scolastica ed è in diversi periodi dell’anno assalito da questioni burocratiche, quali valutazioni periodiche e incontri periodici, che il più delle volte capitano quando ancora non è maturo il tempo della valutazione. E’ qui che inizia lo scoramento degli allievi e inizia il loro tracollo. I buoni propositi degli allievi vengono meno, si inizia ad accusare il docente di non sapere insegnare, si tralascia lo studio; gli allievi di oggi non sono gli allievi di ieri, vivono in una società molto più complessa, hanno una visione del mondo da una prospettiva molto diversa; in una scuola così organizzata essi si sentono parte di una massa e non formano più la loro individualità, si confondono sempre di più tra la massa, non sanno cosa sia il futuro, non fanno nulla per il loro futuro, perché non si pongono il problema: vivono nella massa e iniziano ad odiare l’istituzione ed anche i loro docenti, perché non comprendono il motivo per cui debbano sacrificarsi ore ed ore sui banchi di scuola, studiare cose noiose tra quattro mura grigie, in una struttura cadente che non offre alcuno strumento se non un insegnante per ogni trentacinque di essi, dei banchi, delle sedie, gesso e lavagna, una sala computer con il 90% dei computer non funzionanti e regole da seguire.

All’interno di un quadro così nero, la scuola diviene luogo in cui si può anche peggiorare piuttosto che formarsi e progredire.
Le istituzioni politiche sono molto lontane dall’attuale realtà scolastiche: basti pensare alle parole dell’onorevole Castelli durante la trasmissione di Annozero del 7 gennaio 2010 in risposta al discorso di una precaria presente; in tale occasione l’onorevole tenne precisare che, quando egli frequentava le elementari, le classi erano costituite da quarantaquattro allievi. E’ inutile puntualizzare come dal confronto ieri-oggi ne scaturisca un gap sproporzionato, dato il contesto storico-culturale totalmente cambiato. Allora l’obiettivo risiedeva principalmente nel tentativo di alfabetizzazione del popolo, utilizzando metodi didattici ora improponibili. Gli insegnanti operavano in un contesto culturale molto basso ed avevano un potere quasi assoluto sui bambini. Con l’avanzamento culturale fortunatamente tutto ciò era venuto a mancare: la scuola non può dare l’essenziale soltanto: “Leggere, scrivere e far di conto”. Tuttavia siamo giunti ad un altro estremo che ci porta a regredire culturalmente.

Una scuola di qualità è una scuola che include nell’offerta formativa anzitutto il dialogo con il docente esperto, dialogo che può essere attivo soltanto se ciascun docente formato segue 15-17 alunni per volta e soltanto se egli possiede gli strumenti adatti a mettere in pratica la sua metodologia. I docenti formati ci sono già e sono tutti disposti ad aggiornarsi anno dopo anno sul campo, nel lavoro attento con gli allievi, tramite corsi di aggiornamento.

Per fortuna che questa situazione di disagio si è venuta a creare oggi e non venti anni fa, quando molti docenti di allora non erano affatto pronti, con la loro preparazione didattica, a fronteggiare a una tale emergenza. Almeno i docenti precari di oggi hanno seguito un iter formativo robusto sulla didattica e sulla relazione educativa. Gli esami dell’area comune SSIS uniti all’esperienza danno i loro frutti sul campo. Nessun docente oggi si sogna da fare il suo ingresso in classe esordendo con frasi del tipo:”Io sono il docente e si fa come dico io: si interroga e si assegna”. Nelle classi di oggi si avverte il disagio dei ragazzi, si vede come la politica dell’ultimo decennio sta rovinando la scuola pubblica, rendendola scadente, ridotta al minimo. I docenti di oggi cercano anzitutto la collaborazione dei loro allievi, vanno coi piedi di piombo, volano basso, creano prima il clima ideale di apprendimento e fanno del loro meglio per far fronte alle esigenze della classe. Nelle attuali condizioni della scuola essi sono capaci, anche se lavorano fino all’avente diritto e sono costretti a lavorare in classi affollate, chiassose e non scolarizzate, di coinvolgere almeno parte degli allievi; li coinvolgerebbero tutti e renderebbero totalmente fruttuoso il dialogo educativo con la metà del numero degli studenti per classe rispetto a quello odierno.

Cosa non va nella attuale politica della scuola?

Innanzitutto i tagli all’organico creano il sovraffollamento delle classi e diminuiscono drasticamente le possibilità di lavoro, seppur a tempo determinato dei precari; le classi sovraffollate non creano una scuola di qualità, al contrario la degradano, la vituperano, la rendono scadente. Lo scopo degli ultimi Governi sembra quello di voler creare masse di ignoranti capaci di dire sempre di sì e che magari lottano tra loro in una stupida guerra tra poveri;

Il precariato è stato creato dalle scelte politiche dell’ultimo decennio, scelte sbagliate, che hanno solo sovraffollato le graduatorie; inoltre i corsi abilitanti, non le SSIS, sono stati una pessima trovata. Queste modalità di abilitazione di massa, quali i corsi abilitanti hanno solo affollato ancor di più le graduatorie provinciali creando nuovo precariato. Potevano accedere a questi corsi tutti i docenti che avevano prestato servizio 360 giorni in una scuola statale o paritaria. Per ottenere l’abilitazione oltre a pagare notevoli tasse, dovevano sostenere diversi esami con piano di studi di durata annuale articolato in un’area comune di insegnamenti dedicati alle Scienze dell’educazione e in aree di indirizzo specificatamente destinate alla formazione didattico-disciplinare per le classi di abilitazione relative.

E’ inutile pensare al nuovo reclutamento: si creerebbe soltanto nuovo precariato. Meglio non illudere altri cittadini, chiedendo loro inutili sacrifici per superare il concorso ed entrare nel nuovo giro di crea-precari, il cosiddetto TFA (Tirocinio Formativo Attivo). Perché creare nuovi corsi abilitanti se ora già le graduatorie sono stracolme di docenti preparati? Così si pensa di risolvere? Tagliando da un lato e creando altri precari dall’altro?

Non vengono forniti gli strumenti da utilizzare per avviare una didattica moderna, che segua i dettami della pedagogia moderna, che dia spazio a metodologie avanzate e di successo.
Si creano soltanto nuove regole su valutazione e voti di condotta. Ma possibile che il Ministero non capisce che i dirigenti scolastici non faranno che porre continuamente ai docenti il veto di applicarle alla lettera? Col passare degli anni i ragazzi imparano soltanto che si viene promossi facilmente. I D.S. adattano alla legge il loro atteggiamento sbagliato di fine anno. Sarebbero da registrare con una videocamera gli scandali che dirigenti scolastici e parecchi docenti di ruolo della vecchia guardia impongono durante gli scrutini finali, pur di seguire alla lettera la legge e di vedere in questo il proprio tornaconto.

Il cosiddetto riordino della scuola contenuto nella cosiddetta riforma Gelmini è solo un insieme di tagli e un cambiamento di nomi. Vi è un accorpamento di classi di concorso non chiaro, il che ha generato già nel corso delle prime convocazioni confusione, disagi e ulteriori proteste; alcune classi di concorso si sono viste private di organici in favore di altre; tuttavia il vantaggio assunto da queste ultime non ha garantito ulteriori possibilità di convocazione ma ha solo evitato che si diminuisse di troppo il range del punteggio dei reclutati.

Il sostegno è un sacrosanto diritto della cittadinanza, ma rientra comunque tra i tagli all’organico, nonostante siano state altre le promesse politiche.

E’ inutile dire che i precari devono fare sacrifici; i sacrifici già ci sono, il lavoro manca ogni giorno di più; si resta a casa; si sta male psicologicamente; si vede il tempo fluire, mentre viene negata la possibilità di far carriera e di crescere professionalmente, senza contare gli stenti delle famiglie che non hanno entrate fisse e che non riescono ad arrivare a fine mese e i sacrifici di “giovani” di 35-40 anni ancora a casa dei genitori. I sacrifici richiesti servono solo a rovinare l’istituzione scuola; senza questi sacrifici la scuola beneficerebbe dell’operato dei suoi docenti pronti a mostrare sul campo i frutti del proprio saper insegnare; perché è davvero difficile trovare un insegnante che non lavora bene; i docenti sono persone che lavorano con coscienza più di tutte le altre categorie lavorative e ciò lo confermiamo noi che da precari giriamo scuole diverse in periodi diversi.

Cosa chiediamo dunque?

Almeno a voi che dite di voler tutelare i nostri diritti chiediamo di essere uniti, non isolati quando si protesta contro i tagli di questo Governo; è inutile indire scioperi isolati. Per una reale protesta occorre scioperare tutti ogni giorno; bloccare l’azione di questo tumore che si estende giorno dopo giorno, bloccando la scuola tutti e protestando in massa. Il Ministero si convince e si muove solo davanti ai numeri alti, alle alte percentuali. Si deve continuare sulla linea del 30 ottobre 2008, unica occasione in cui tutti i sindacati hanno manifestato uniti. Ci chiediamo perché voi sindacati non abbiate continuato su quella linea, perché vi siete divisi, non tutelando in tal modo i diritti dei precari, che si vedono abbandonati a sè stessi.

Con tali linee isolate date soltanto l’impressione di non conoscere i problemi dei precari e di non voler tutelare i diritti di questi ultimi. Non si spiega la vostra disunione su problemi così oggettivi, dove riteniamo che non ci sia nulla da cui differenziarsi. La perdita di credibilità dei sindacati induce noi precari, e non solo, a credere che ci siano legami tra essi e le politiche attuali.
Ma lasciamo perdere le polemiche; inutili guerre tra poveri non hanno mai risolto nulla. Vi invitiamo solo ad essere uniti ed attivi, a rappresentarci, tutelarci in modo compatto, ad ascoltare ed individuare tutte le problematiche di noi lavoratori precari. Non si può lasciare una categoria allo sbaraglio. Stiamo toccando il fondo, stiamo percorrendo una strada in discesa la cui risalita sarà lenta e ardua.

Grazie
Precari della scuola

Versione stampabile
Argomenti:
anief
soloformazione