Arturo, maestro in pensione: sono preoccupato della salute mentale dei bambini. Quale poesia avrebbe scritto Rodari. INTERVISTA

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Arturo si dice molto preoccupato come tanti per i danni anche gravi che stanno subendo i bambini a causa della chiusura delle scuole, delle restrizioni e della convivenza domiciliare coatta, che la didattica a distanza non attenua, anzi rischia in molti casi di aggravare.

E quando gli chiediamo quale poesia avrebbe scritto, oggi, Gianni Rodari, il poeta dei bimbi, pensando ai bambini privati dei giochi all’aperto oltre che della indispensabile scuola – poeta a cui è legato per un’altra bella ma drammatica poesia del gennaio 1950 – Arturo pensa al “Bambino di Gesso”. “Sta’ fermo! Sta’ zitto! Non metter i gomiti sulla tavola! Non essere distratto! Guarda dove metti i piedi! Sta attento a non rovesciare l’acqua!…”, con quel che segue.

Arturo Ghinelli è un apprezzato maestro in pensione, cui è rimasto il rammarico di aver lasciato i suoi alunni in terza, alcuni anni orsono. Questa intervista sui fatti di oggi ci consente di aprire uno squarcio su una pagina di storia del Dopoguerra poco conosciuta, eppure tragica e inquietante. Lui oggi ha quasi settant’anni, essendo nato a luglio del 1950. Un anno tragico per lui e per la sua Modena. Il 9 gennaio di quell’anno si compie l’eccidio degli operai ad opera della polizia di Scelba. La Celere, chiamata in città perché gli operai delle Fonderie chiedevano con una manifestazione di rientrare al lavoro, sparò più volte ad altezza d’uomo lasciando sulla strada sei operai, anche giovanissimi. Angelo Appiani di 30 anni, Renzo Bersani di 21 anni, Arturo Chiappelli di 43 anni, Ennio Garagnani di 21 anni, Roberto Rovatti di 36 anni, Arturo Malagoli di 21 anni. Sei mesi dopo la morte di quest’ultimo, la sorella Iride Malagoli dell’operaio ucciso dà alla luce un bambino, che eredita il nome dello zio. “Quello che successe quella mattina di gennaio – racconta Arturo Ghinelli – influenzò non poco la mia vita. Per molti anni io non sono stato altro che “il figlio della Malagoli. Anche perché la cosa non si è fermata lì”. Infatti, dopo quei fatti tragici, Palmiro Togliatti e Nilde Iotti – due tra i tanti politici che accorsero a Modena per stare accanto alla popolazione sgomenta e ai familiari tanto ferocemente colpiti dall’eccidio – decisero di adottare la Marisa.Un evento della storia dei grandi che influenzò la mia vita di bambino”, raccontava tempo fa Arturo Ghinelli sul Manifesto. “Infatti, avendo mio padre conservato i giornali dell’epoca, io ho avuto la possibilità di leggere le cronache del fatto e di scoprire che vi erano coinvolti, a diverso titolo, dei bambini. Il bambino con cui mi identificavo di più era uno scolaro di terza elementare, Ermanno Appiani, figlio di Angelo, uno dei caduti, fotografato mentre con la cartella a tracolla porta fiori sul luogo dove suo padre è stato ucciso dalla polizia. Quando poi sono cresciuto ho scoperto che tra i giornalisti inviati a Modena dall’Unità non ci fu soltanto Renata Viganò (l’autrice del romanzo L’Agnese va a morire, ndr) ma anche Gianni Rodari.

Gianni Rodari quel tragico giorno va oltre la cronaca e scrive la poesia “Il bambino di Modena”: Perché in silenzio, bambino di Modena, e il gioco di ieri non hai continuato? Non è più ieri: ho visto la Celere quando sui nostri babbi ha sparato. Non è più ieri, non è più lo stesso: ho visto, e so tante cose, adesso. So che si muore una mattina sui cancelli dell’officina, e sulla macchina di chi muore gli operai stendono il tricolore. Riflettendo, prosegue Arturo, “penso di aver capito perché mi è sempre piaciuto studiare e poi insegnare storia. Tuttavia non ho mai insegnato ai miei ragazzi gli avvenimenti del 9 gennaio 1950, perché mi sento troppo coinvolto emotivamente. Una sola volta mi è scappato detto:’Un mio zio è stato ucciso dalla polizia’.’Perché era un ladro?’, mi hanno chiesto.’No mio zio non era un ladro’. Mio zio era un lavoratore che lottava per ottenere il diritto al lavoro per tutti come dice l’articolo 1 della Costituzione”.

Fin qui la storia, torniamo all’attualità, con i suoi bambini e i suoi maestri. Bambini ancora una volta vittime, stavolta a causa della pandemia. Bambini di gesso speriamo di no, ma bambini che non stanno vivendo da bambini questa fase importante della loro esistenza, sicuramente sì. E questo nella migliore delle ipotesi. Nell’ipotesi cioè che questi bambini dispongano a casa di spazi adeguati per vivere l’esistenza in serenità, abbiano giochi e che i genitori non abbiano perso il reddito ma lavorino, ma magari non entrambi altrimenti è un grosso problema, preoccupazione prossima ventura, questa, visto che non si sa a chi lasciare i bambini nei prossimi giorni e mesi, a mano a mano che le attività produttive saranno riavviate. E ancora: che abbiano i dispositivi e la connessione, indispensabili per seguire la didattica a distanza e al contempo un genitore che li assista poiché è impensabile che possano fare da soli, almeno i più piccoli. Ma poi ci sono tutti gli altri problemi, poiché ai danni da restrizione e dalla mancanza di socialità si aggiungono quelli da deprivazione economica e sociale.

Si avverte una bella disfatta per la scuola pubblica se ci si concentra per un po’ sulla discriminazione in atto tra i bambini italiani. La digitalizzazione forzata – spiega Roberta Mozzi, dirigente dell’istituto ‘Torriani’ di Cremona al Fatto Quotidiano – non è per nulla democratica. Un conto sono i ragazzi del liceo, un conto quelli del professionale. Basta vedere le richieste di device da parte delle famiglie. La banda larga nelle cascine e nelle frazioni non è arrivata, le disparità vengono fuori tutte. La ‘dad’ marca maggiormente il gap che c’è tra chi vive in una famiglia di reddito medio con un livello socio culturale medio alto e chi vive in famiglie in difficoltà”. Osservazione condivisa dalla collega Angela Troia, preside del liceo scientifico di Bagheria, nel palermitano, e coordinatrice dell’osservatorio sulla dispersione scolastica: “La didattica a distanza acuisce le difficoltà. Per i ragazzi con disabilità o quelli a rischio dispersione si accentuano le differenze. Per gli alunni disabili è difficilissimo fare didattica a distanza perché per loro è tutto basato sulla relazione. In molte case non c’è un computer ma c’è un ragazzo con il solo cellulare. Sono famiglie che non hanno mai pensato di avere un pc a casa”.

“L’idea della ministra che le lezioni online possano tranquillamente sostituire le lezioni in classe è quantomeno balzana – osserva Arturo Ghinelli – Mi capitò di insegnare italiano in un corso professionale a una classe di immigrati che ‘abitavano’ nella fabbrica Ligmar abbandonata. Avevo dato un compito da fare a casa e alla mia richiesta risposero Ma non c’è la luce! Ricordando quella mia figura barbina ho pensato alla Azzolina che finge di ignorare che il 30 per cento dei bambini ha la luce in casa ma non ha il pc, e non ha internet. Come è possibile pensare che questo 30 per cento rimanga senza lezioni per più di sei mesi? Visto che l’ipotesi migliore che si fa oggi è quella di un rientro in classe a fine settembre, se tutto va bene. Anche gli studenti più grandi che hanno tutti gli strumenti tecnologici e li sanno usare, non erano quelli a cui non passava giorno che veniva fatta la predica di chiudere il cellulare,di non usare lo smartphone per tante ore al giorno? Quegli appelli alla vita di relazione erano giusti. E adesso? La ministra non lo sa, ma ai laureati da remoto di questi giorni non è mancata la lode ma sono mancati gli amici e la festa che si era programmato di fare con loro. La ministra non lo sa ma la scuola non è solo lezioni, la scuola sono i compagni e i giochi che fai con loro. Per convincerli a stare chiusi in casa abbiamo spiegato ai bambini quanto sia pericoloso per se stessi e per gli altri uscire. Il più grande dei miei nipotini, che ha quattro anni, ha capito benissimo la gravità del problema tanto che quando la sua mamma, solo qualche giorno fa, gli ha detto che si poteva scendere in cortile per una mezz’ora si è messo a strillare che lui non voleva uscire perché c’è il virus. Ci stiamo impegnando per educare i nostri nipoti a diventare dei bambini di gesso, dai quali ci aveva messo in guardia quel grande pedagogista che è stato Gianni Rodari. Attenzione però che i bambini di porcellana come i sopramobili se cadono si spezzano. Ricordiamoci tra i tanti divieti c’è anche quello che è vietato uscire pazzi. Come fare non lo so, ma se non troveremo una soluzione quando avremo fermato la diffusione del virus dovremo rimediare alla salute psico-fisica dei nostri bambini”.

Maestro Arturo Ghinelli, se lei fosse stato in servizio al momento della chiusura delle scuole e dell’avvio della didattica a distanza, come avrebbe affrontato il tema delle disuguaglianze?

“Quando ero in servizio conoscevo le famiglie. Avrei dato l’allarme per cercare la solidarietà degli altri genitori, per avere subito la strumentazione necessaria, poiché nelle mie classi ci sarebbero state famiglie senza strumenti. La disuguaglianza c’è, e non è stato dato ad essa il giusto peso. Macron, che pure non mi è simpatico, aveva detto nei giorni scorsi detto che l’11 maggio avrebbero riaperto le scuole materne in Francia (poi è tornato si propri passi, ndr) proprio per non aumentare le disuguaglianze ed è per questo che io volevo che le scuole riaprissero. Ora Conte ci ha detto che riapriranno a settembre”

Che cosa avrebbe poi fatto, una volta ristabilite le uguaglianze? Che cosa farebbe se fosse in servizio?

“Farei qualcosa di diretto, di live. In modo da rimettere in campo le esperienze che avremmo fatto in classe. Contribuirei a dare l’impressione che c’è qualcosa di vivo a cui fare riferimento e che si possa ripercorrere”.

Qual è la sua preoccupazione oggi?

“Come nonno e come docente sono preoccupato della salute mentale e comportamentale di questi bambini, che stanno vivendo un’esperienza drammatica. E parlo dei bambini che non hanno problemi di salute, non dei bambini autistici. Per questi ultimi solo i genitori sanno cosa dare e cosa fare, il peso è notevole. Però dalla scuola normalmente le famiglie di questi bambini ricevono dalla scuola un grosso aiuto nella gestione della vita di questi ragazzi. Siamo in contatto con la mamma di un alunno che ho lasciato dieci anni fa in terza, ricordo il ragazzo che ha preso parte a tante iniziative e finché la madre ha potuto lo ha fatto partecipare. Ora non oso chiedere come vadano le cose perché, come tutti, sta chiuso in casa”.

Anche gli altri non stanno nel miglior mondo possibile

“E’ così. Mi dicono che i bambini stanno perdendo in autonomia in casa. Tanto c’è la mamma qui, perché devo farlo io? Una mia parente mi racconta che il suo nipotino sta dimenticando quel che aveva imparato a scuola. Dimentica cose che sapeva fare molto bene prima. Ci sono queste regressioni sul piano cognitivo e comportamentale dovuti alla condizione che stanno vivendo. Un’altra mamma dice che suo figlio è più passivo e meno pronto a rispondere a uno stimolo. Io dico che è normale che sia la mamma a stimolare ma ancor di più il compagno o la maestra, ma se questo manca?”

Però le restrizioni sono servite e servono a contrastare il contagio. Erano e sono necessarie.

“Certo. Il presidente Conte ha detto che la scuola è al centro dei nostri interessi. Ma che proprio il Presidente del Consiglio venga a dire che la riapertura delle scuole sarebbe problematico a causa dell’età elevata dei nostri docenti mi fa arrabbiare. Perché è elevata? Perché non avete fatto i concorsi. Non si può venire a dire che non si sa come fare perché i professori sono vecchi… La situazione è difficile, certo. Mi è sembrato interessante leggere le modalità decise in Norvegia e in Danimanrca nella gestione dei bambini nelle scuole. Io non ho soluzioni ma lì sembra ci sia stato un tentativo di studiare le possibilità che ci sono e di attuarle. Si pensa a piccoli gruppi, ai locali con i giocattoli lavati e lavabili, al fatto che non si debba prendere nulla da casa, all’angolo della tosse. Sono tutte cose che avrei fatto anche io. Occorrerebbero delle regole comprensibili. Per evitare il contagio, si sarebbe potuto pensare a un ingresso a scuola senza capannelli di genitori che si fermano davanti ai cancelli e che lasciano la macchina lontano, nei parcheggi invece che entrare quasi in classe. Ciò sarebbe stato oltretutto positivo anche per una maggiore autonomia dei bambini”.

Che cosa stanno pensando i bambini, secondo lei?

“Per i bambini c’è l’aspetto della non comprensibiità di quel che sta succedendo. Il mio nipote più piccolo non mi vuole più salutare, mi vuole vedere. Manca il rapporto personale con i compagni. La scuola non è solo didattica. La didattica a distanza va bene, ma manca il supporto alle famiglie. Inoltre c’è un altro aspetto importante da non sottovalutare. I docenti a scuola si accorgono delle eventuali violenze subite, se i bimbi sono picchiati si interviene sulle famiglie. Ma se la scuola non c’è, non c’è nessuno che possa dare un occhio, che possa accorgersi dei problemi che il bambino vive a casa. La scuola non è solo didattica, è un presidio sociale”.

Se il prossimo anno continuerà così… lei che cosa farebbe?

“Continuando così i danni sarebbero sicuri. Qualche epidemiologo ha detto che in autunno il virus si farà risentire, se anche si fosse calmato durante l’estate. Un giorno riaprono le scuole e se il giorno dopo si ripresenta il caso Codogno si fa presto a chiuderle. Ma se ci mettiamo a parlare del prossimo Natale che siamo ancora in queste condizioni e magari peggio perché tra tutte le cose che si senton dire non tutte saltan fuori, i danni si aggraverebbero in modo incredibile. Vedo dei video con delle madri quasi impazzite. Anche gli adulti costretti alla domiciliarità continua ne soffrirebbero molto. Dunque si deve fare di tutto, si facciano i turni e finché la stagione lo permette si consenta ai bambini di andare nei parchi: non è possibile che lo si consenta ai cani e ai bambini no. Occorre studiare delle possibilità, verificare come funzionano le cose negli altri Paesi, perché non si può continuare così. I bambini sono anche meno vulnerabili. Nel 2012 qui a Modena ci fu il terremoto, il comportameto dei bambini fu esemplare. Ci vuole qualcosa di più: se si vogliono fare dei gruppi più piccoli non basterà aprire le scuole e fare come se nulla fosse, serve più personale. In momenti come questo tutti i punti deboli del sistema scolastico diventano delle voragini, un ostacolo che impedisce di fare le cose al meglio”.

Torniamo a Gianni Rodari. L’ha mai conosciuto personalmente?

“No, non personalmente. Di recente il Coordinamento genitori democratici mi ha chiamato perchè ha fatto un laboratorio e lì ho conosciuto la moglie, Maria Teresa Ferretti, che era di Modena”.

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