Aprea (FI): studenti sono su Internet, ma docenti snobbano digitale. Proposta coding obbligatorio [INTERVISTA]

di Vincenzo Brancatisano

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“La scuola non può più ignorare la rivoluzione digitale in atto e continuare a proporre discipline e metodi antiquati. I nostri bambini sono già su Internet e a parte qualche preziosa esperienza, i docenti continuano a snobbare i nuovi strumenti e le nuove tecnologie digitali”.

E’ questa la convinzione di Valentina Aprea, responsabile scuola di Forza Italia, già sottosegretario all’Istruzione quando era ministra Letizia Moratti, assessore all’istruzione e lavoro della Regione Lombardia fino allo scorso anno e ora membro della Commissione Cultura della Camera. Aprea ha presentato assieme all’on. Maria Stella Gelmini una mozione (firmata anche dai deputati Palmieri, Casciello, Marin, Marrocco, Saccani Jotti) diretta a introdurre il coding come disciplina obbligatoria nelle scuole dell’infanzia e primaria. Ma è cosciente dell’impreparazione sul piano tecnologico di buona parte della classe docente di fronte alla nuova, stringente sfida.

Nella quale – insiste Aprea – si gioca la partita dell’uguaglianza e delle future diseguaglianze tra coloro che oggi accedono alla scuola dell’infanzia e che tra qualche anno si divideranno tra chi lavorerà e chi difficilmente troverà un lavoro a causa del digital divide. “Abbiamo buttato milioni in formazione che hanno modificato ben poco. Per i docenti che sono già nelle nostre scuole occorre arrivare al più presto a un aggiornamento di tipo tecnologico, con l’aiuto di esperti di case produttrici di tecnologia. Non basta più la lezione. Per formare i docenti sulle nuove tecnologie serve ben altro”.

Onorevole Valentina Aprea, parliamo per una volta dei nostri studenti e dei loro apprendimenti, di quel che ci vorrebbe nelle loro aule.

Dico che ai centennial più che un’aula scolastica occorre altro. Da quest’anno abbiamo nelle nostre classi una generazione di alunni che non ha mai conosciuto il mondo senza internet, che hanno imparato e imparano non solo a scuola e non solo attraverso la trasmissione orale. C’è un mondo di immagini e di stimoli che viene veicolato da internet, di cui bambini e ragazzi sono a conoscenza e che padroneggiano. Il digital divide è un problema per la società. Sono indispensabili tutte le forme di apprendimento che aprono alla realtà che cambia, dalla digitalizzazione all’alternanza scuola e lavoro, alle esperienze internazionali. Sono tutte forme di apprendimento più consone a questa generazione. La scuola che tramanda un modello che nasce un secolo fa e che non cambia l’impianto gentiliano comincia a essere poco adatta alla Generazione Z”.

La generazione degli iperconnessi fin dalla culla, i primi ad essere vissuti completamente nel nuovo millennio

Per i più piccoli abbiamo presentato una mia mozione per rendere obbligatorio lo studio del coding all’infanzia e alla primaria. Non siamo all’anno zero, certo, ci sono tante esperienze positive. Ma non basta che ci siano pochi alunni che conoscano questi linguaggi. Occorre fare in modo che si permetta ai bambini di giocare e di sviluppare il pensiero computazionale e che esso divenga una materia fondamentale per alfabetizzarli”.

Altro che saper leggere, scrivere e…

Non ci deve essere una contrapposizione tra l’abilità nel programmare, il coding, e il leggere, scrivere e far di conto. Altri Paesi hanno inserito la materia tra quelle fondamentali e i bambini americani, cinesi, indiani già da molti anni imparano questa abilità nel contesto formale di apprendimento. Si pensi che questi bambini che entrano ora nella scuola, vi staranno per i prossimi 13 anni e usciranno nel 2031, o 2034 per chi è entrato ora nella scuola dell’infanzia. Ecco: non si possono più ignorare queste forme nuove di apprendimento e di logica, non si può ignorare che le aziende stanno diventando altro, non sono più quelle di pochi anni fa, non si può continuare con le competenze tradizionali. Non basta più aver frequentato senza demerito perché questa è una cultura che non sarà sufficiente per lavorare un una società smart”.

Torniamo alla vostra mozione. Quali riscontri ci sono stati?

Spero che il governo ci dia una risposta positiva. Prendendosi tutto il tempo che serve, ma occorre partire. Attenzione: se noi non interveniamo, in questo modo creeremo nuovi, futuri disoccupati e quindi dovremo formare chi sarà uscito dalle università, con una formazione costosa. Le trasformazioni della quarta rivoluzione industriale vanno accompagnate. Se invece saranno ignorate si allargheranno le disuguaglianze, e questo è un problema sociale grandissimo”.

Sul pensiero computazionale e sulla digitalizzazione precoce sono state manifestate più volte delle preoccupazioni di ordine medico, neurologico, si sono espressi negativamente alcuni scienziati. Cosa risponde in merito a questo apsetto?

Quando io ero bambina si erano riproposti gli stessi problemi con la televisione, e lì c’era semmai una fruizione passiva. Oggi c’è un’interazione con i nuovi mezzi, non c’è passività. Ma proprio per questo occorre un’alfabetizzazione. L’alfabetizzazione digitale è un diritto e un dovere. Se ignoreremo tutto questo, i bambini faranno da soli e sbaglieranno. E di questo parleremo anche in Commissione Cultura alla Camera. Bisogna ripensare a una educazione alla cittadinanza digitale. Tutte le forme di utilizzo delle nuove tecnologie digitali richiedono consapevolezza ed educazione”.

Lei è pessimista o ottimista sulla preparazione degli insegnanti a gestire questo compito epocale? Di sicuro tanta trasformazione richiederà altrettanta formazione.

Lo voglio dire: abbiamo buttato e sprecato milioni in formazione che hanno modificato ben poco. Per chi c’è già occorre un aggiornamento di tipo tecnologico, con l’aiuto di esperti di case produttrici di tecnologia, ma non più la classica lezione. Mentre in Lombardia abbiamo proposto Generazione web (un progetto di formazione, finanziato da Regione Lombardia, che ha consentito di erogare sul territorio attività formative di grande interesse per i docenti, ndr). Abbiamo lavorato con Apple, Samsung, Google, con tutte le case produttrici di tecnologie, con percorsi didattici e metodologie sempre più avanzati, con la realtà aumentata e altro. Tutto questo oggi dovrebbe essere normale nelle scuole. Dovrebbe essere scontato”.

E invece?

E invece molto docenti snobbano tutto questo. Generazione web ha prodotto tante scuole di qualità. Sono cose che si possono fare. In Lombardia abbiamo usato fondi europei. Detto questo, occorre cambiare gli ambienti, occorre costruire scuole del terzo millennio. Ogni bambino può avere davanti a sé un laboratorio per fare qualunque cosa, dalla musica, all’inglese, all’approfondimento con la biblioteca più prestigiosa del mondo: basta un tablet. Non più classi, non più laboratori. Si devono prevedere spazi mobili, infrastrutture di nuova generazione. Non basta formare gli insegnanti, occorre cambiare le dotazioni obbligatorie, non pensare più alla classe o alla lavagna di ardesia, sono soldi buttati, queste cose non bastano più. Se si sposa l’idea dell’apprendimento del futuro allora cambia davvero tutto”.

Insisto. La formazione dei docenti è consona a questi cambiamenti?

Vede, abbiamo contestato la semplificazione sulla selezione dei docenti. Siamo passati dai percorsi perfino troppo lunghi, dai FIT previsti dalla 107, a una semplificazione pericolosa, cioè a una semplice laurea come ai tempi del secolo scorso, con 24 crediti dedicati all’educazione. Sono pochissimi. Con questi si può accedere a concorsi ministeriali, superare una prova scritta e una orale e poi andare in cattedra. Vorrei capire una cosa: è diventato sempre più necessario comprendere le neuroscienze, i nuovi processi tecnologici, le sempre più complesse discipline del sapere. Più è diventato complesso tutto questo, e più si va a semplificare? Mi è sembrata una forma di ansia di restaurazione fuori tempo”.

Ansia di restaurazione dettata da che cosa?

Immagino dal desiderio di superare la legge 107”.

Intanto è stata colpita l’esperienza di alternanza scuola e lavoro

Anche qui. È stato certificato che più ore di alternanza scuola e lavoro hanno favorito i laureati. Io capisco che i professori siano gelosi dell’insegnamento, ma non si è voluto capire che è insegnamento anche l’alternanza scuola lavoro. L’alternanza scuola e lavoro era operativa e utile già ai tempi della Moratti, ma la scuola non ha voluto superare la propria autoreferenzialità senza pensare che si deve stare al passo col futuro”.

L’alternanza scuola lavoro è stata contestata anche a causa di forme denunciate di sfruttamento del lavoro dei nostri ragazzi. Cosa risponde a queste critiche?

Non si può buttare il bambino con l’acqua sporca. Occorreva in quei casi inviare degli ispettori. I docenti avrebbero dovuto studiare un progetto con le imprese, ma spesso gli studenti sono andati da soli. Io capisco la delusione di questi docenti e ragazzi ma la soluzione non era quella di cancellare l’esperienza e di tornare all’orientamento. L’alternanza è un modo di apprendere in contesti diversi, lì si impara ciò che non si può imparare a scuola e lo studente può conseguire dei crediti spendibili sul posto di lavoro”.

Veniamo alla contestatissima regionalizzazione dell’istruzione. Molti la imputano a lei.

Imputata a me? Magari! L’autonomia non l’abbiamo mai avuta neppure in Lombardia. Spero che ci sia davvero il riconoscimento dell’autonomia, che vuol dire investimento sui docenti, interventi sul curriculum, sempre per l’eccellenza della scuola, per le aspettative delle famiglie, per la parte produttiva, per un territorio che si interroga sul proprio futuro. Tutto questo non lo può fare lo Stato, lo devono fare le Regioni. E se lo Stato mantiene dei paletti certamente le Regioni vengono inibite”.

Lei ha in mente una competenza esclusiva delle Regioni sulla scuola?

Non una competenza esclusiva. Che si diano delle regole entro una cornice che vale per tutti, ma con una flessibilità che consenta di raggiungere una buona qualità scolastica. Ad esempio, i costi standard potrebbero favorire la presenza di altri soggetti che potrebbero investire nella formazione dei giovani. Bisognerebbe ispirarsi a ciò che succede nelle scuole della provincia di Trento”.

A cosa addebita la ritrosia diffusa verso questa forma di autonomia?

Al fatto che si teme che ci possa essere uno scadimento. Penso alle regioni del Sud, ma lo scadimento c’è già. Si pensi alla sanità. Non credo che le altre Regioni non abbiano avuto dei soldi come la Lombardia”.

Torniamo alle aule, che sono spesso affollate. C’è una proposta del Movimento 5 Stelledi eliminare le cosiddette classi pollaio.

Sono contrarissima alla proposta dell’on. Lucia Azzolina. La proposta guarda al passato, parlare di classi è un modo burocratico di guardare all’apprendimento. Di per sé non funziona. Quando fu fatta la scelta di alzare il rapporto alunni docenti si valutarono vari parametri e si andarono a cancellare gli automatismi legati alla formazione delle classi e allo sdoppiamento delle medesime. Spazi piccoli possono piacere ai prof ma non ai ragazzi. È una modalità fuori tempo. Gli automatismi previsti dall’on. Azzolina prevedono che al ventiseiesimo alunno il Miur dovrebbe sdoppiare la classe. Se si dovesse tornare a questi parametri rigidi è stato calcolato che una roba del genere costerebbe 3 miliardi. Ma al di là di questo, la scelta non è pure auspicabile perché rimanda a una organizzazione rigida e antiquata . Oggi dobbiamo garantire rapporti sostenibili, certo, ma non è detto che questi alunni debbano fare le stesse cose nello stesso tempo. Se si pensa agli strumenti digitali che servono anche all’handicap questa proposta è davvero fuori tempo”.

Che giudizio dà rispetto alle modifiche recenti dell’esame di Stato?

La decisione di modificare l’impianto per gli alunni che quest’anno sono in quinta è stata improvvida. Il governo può certo modificare questo segmento, non è il primo ministro che interviene sugli esami. E’ stata una cattiveria. L’avessimo fatta noi ci sarebbe stata una rivoluzione. Mi auguro che i ragazzi ce la facciano lo stesso, del resto è una prova superata da più del 99 per cento degli studenti, non ricordo di bocciati di una certa entità. Ai ragazzi dico: alla fine vincerete voi anche con queste modalità improvvisate. Le prove vere sono quelle che dovrete affrontare dopo la scuola”.

Torniamo al futuro. La scuola, del resto dovrebbe progettare l’avvenire dei ragazzi e del Paese.

Ancora una volta saper leggere, scrivere e far di conto non basta più. Come nella seconda metà del novecento si cercò di arricchire gli apprendimenti, oggi le capacità digitali e quelle di programmare faranno la differenza tra i cittadini del terzo millennio, anche tra chi lavorerà e chi no. Attenzione, sono ben consapevole che certe sperimentazioni già si fanno. Sia chiaro questo. Il problema è che tutto questo deve diventare accessibile a tutti. Dovrà diventare disciplina obbligatoria nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria. I bambini piccoli sono già nel mondo di Internet”.

Sta descrivendo una situazione come se si vivesse da anni tutti al mare e si continuasse a non insegnare a nuotare

E’ un’immagine efficace”.

Coding Unplugged: Il coding senza PC. Per infanzia e primaria

Il contenuto della Mozione Aprea

Entro il 2022 cesseranno di esistere 75 milioni di posti di lavoro che potranno essere affidati a macchine, mentre allo stesso tempo, altri 133 milioni verranno creati in ruoli più adatti alla divisione del lavoro tra umani, macchine e algoritmi, con un aumento netto di 58 milioni di nuove opportunità lavorative

Entro il 2022 le aziende 4.0 adotteranno tecnologia cloud, intelligenza artificiale, analisi big data, connessioni mobili ad alta velocità, realtà aumentata, impiego di droni, distribuzione online, e successivamente al 2022, anche robot umanoidi. E’ quanto emerge dal «The Future of Jobs Report 2018», che ha coinvolto gli strateghi esecutivi, nonché i responsabili delle risorse umane di un campione di aziende riconducibili a 12 settori industriali e 20 economie (che valgono il 70 percento del prodotto interno lordo mondiale e 15 milioni di lavoratori impiegati), presentato al World Economic Forum del 2019. Ed è questa la premessa della mozione cui allude l’on. Valentina Aprea nell’intervista pubblicata in questa pagina. La mozione (1-00117) è firmata da Valentina Aprea e da altri parlamentari (Gelmini, Palmieri, Casciello, Marin, Marrocco, Saccani Jotti) e intende impegnare il governo a intervenire fattivamente sugli assetti della scuola italiana. Secondo il testo della mozione, le premesse indicate sopra rappresentano uno scenario impressionante che non può essere più ignorato né snobbato.

Questo scenario “porterà entro il 2022 – vi si legge – a cessare di esistere per 75 milioni di posti di lavoro che potranno essere affidati a macchine, mentre allo stesso tempo, altri 133 milioni verranno creati in ruoli più adatti alla divisione del lavoro tra umani, macchine e algoritmi, con un aumento netto di 58 milioni di nuove opportunità lavorative”. In pochi anni “ci sarà anche in Italia una crescente domanda di lavori in cui vi è un alto impiego di tecnologie: analisti di dati, sviluppatori di software e applicazioni, esperti di social ed e-commerce, esperti di automazione, ingegneri robotici e tanti nuovi ruoli in qualità di specialisti in machine learning e intelligenza artificiale; secondo il rapporto Ocse sul futuro dell’occupazione Job creation and locale conomic development 2018, che analizza l’impatto del progresso tecnologico sui mercati del lavoro regionali e locali, il 14 percento dei posti di lavoro all’interno dell’area è ad alto rischio automazione e, nel periodo 2011-2016, circa l’80 per cento delle regioni dell’area Ocse ha subìto riduzione di posti di lavoro ad alto rischio automazione anche se, a fronte di questa riduzione, sono stati creati nuovi posti di lavoro; secondo il rapporto Ocse su citato nei Paesi Ocse il 31,6 per cento dei lavori è a elevato rischio di cambiamento e il 14 percento è a elevato rischio di automazione”; in questo quadro generale, prosegue la mozione Aprea et al, “l’Italia è il Paese europeo con il più alto tasso di skill mi-smatch (Le competenze dei lavoratori possono non essere adeguate a quelle richieste dal mercato. È il fenomeno dello skill mismatch, NDR) e presenta un indice di fattore di rischio superiore alla media, pari al 35,5per cento dei lavori che presentano elevato rischio di cambiamento, mentre il 15,2 percento è a elevato rischio di automazione”. Per colmare “il gap di competenze determinato dall’adozione di nuove tecnologie, le aziende – secondo le previsioni indicate nella mozione – punteranno tra le strategie future prevalenti, sull’assunzione di interi nuovi staff di lavoratori in possesso delle competenze per l’utilizzo delle nuove tecnologie”. Inoltre, le trasformazioni “della quarta evoluzione industriale (intelligenza artificiale, robotica e biotecnologia), se governate da scelte pubbliche, oltre che private, tempestive ed innovative, possono favorire una nuova era del lavoro, migliorare, anziché sostituire, le condizioni e le opportunità del lavoro, migliorare i prodotti e il modo in cui un’azienda sta nel mercato, aggiungere valore per i clienti, migliorando la qualità della vita”.

Ed ecco le preoccupazioni. “Viceversa, se ignorate – si insiste nella mozione – queste trasformazioni allargheranno le lacune di competenze e, creeranno nuove e maggiori disuguaglianze e polarizzazioni. Le 10 skills, sempre secondo il Rapporto «The Future of Jobs Report 2018», che saranno indispensabili già a partire dal 2020 per gestire, coordinare o lavorare, rimandano a capacità di problem solving in situazioni complesse, pensiero critico, creatività, gestione delle persone, coordinarsi con gli altri (team working skills), intelligenza emotiva, capacità di giudizio e prendere decisioni, orientamento al servizio, negoziazione, flessibilità; queste competenze dovranno essere affrontate, insegnate e soprattutto allenate nei percorsi di istruzione scolastica e accademica per non avere degli «analfabeti di ritorno», al termine degli studi superiori e per non farne dei disoccupati da formare nuovamente con nuovi costi per la collettività”

E ancora: “La scuola italiana, da quest’anno, è frequentata da «centennials», la generazione che non ha conosciuto il mondo senza Internet; gli alunni che frequentano il primo anno della scuola dell’infanzia concluderanno gli studi superiori nel 2034 e quelli che frequentano la prima classe della scuola primaria nel 2031; il «coding», e cioè la programmazione informatica, è diventata negli ultimi anni una nuova «lingua» che permette di dialogare con il computer per assegnare allo stesso i compiti o comandi in modo semplice e permette agli studenti, giocando a programmare, di imparare ad usare la logica, a risolvere i problemi e sviluppare il pensiero computazionale; il «coding» è una materia fondamentale per le nuove generazioni di studenti per alfabetizzarli ai linguaggi delle tecnologie e dominarle e rappresenta la quarta abilità di base della scuola, in continuità e non in contrapposizione con le abilità tradizionali del leggere, scrivere e far di conto; dal 2014 il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ha avviato sperimentazioni nelle scuole dell’infanzia e primarie del nostro Paese; la Gran Bretagna, la Finlandia, l’Estonia e altri Paesi europei hanno inserito la materia del «coding» tra quelle obbligatorie, a partire dalla scuola primaria, come pure nei Paesi più avanzati sul piano tecnologico ed economico (USA, Cina e India); l’Unesco ha più volte cercato di attirare l’attenzione sulla necessità di favorire l’accesso delle bambine agli studi matematici e scientifici sin dai primi anni di scuola, al fine del superamento degli stereotipi che le vogliono meno adatte allo studio di tali materie anche se le ricerche dimostrano che il livello delle performance dipende dall’esperienza, dall’allenamento, dall’abilità esercitata dal cervello di creare nuove connessioni”.

Appare quindi evidente, concludono Aprea e colleghi con questa mozione, “che ciò non si può lasciare all’iniziativa di singoli soggetti ma che è nel sistema nazionale di istruzione, con conseguente distribuzione su tutto il territorio del Paese e sin dai primi anni del percorso formativo, senza differenze derivanti dal titolo di studio dei genitori o dalle condizioni socioeconomiche delle famiglie, che va sviluppata l’alfabetizzazione alle nuove tecnologie anche e soprattutto delle bambine affinché possano accedere alle professioni del nuovo millennio”.

Quindi si impegna il Governo: 1) ad adottare iniziative per introdurre entro il 2022 l’obbligatorietà dello studio del coding nelle scuole dell’infanzia e nella scuola primaria; 2) a considerare lo studio del coding e la dotazione nelle classi degli strumenti tecnologici a tal fine necessari come nuovi aspetti degli ambienti per l’apprendimento in sostituzione degli arredi tradizionali, quali le lavagne di ardesia e la tradizionale organizzazione degli spazi con banchi e sedie non modulabili; 3) a valutare, di conseguenza, la dotazione di arredi in nuovi spazi non più rigidi e la fornitura di strumenti hardware avanzati quali componente essenziale e obbligatoria dell’aula del Terzo millennio; 4) ad adottare iniziative per impegnare, a tal fine, quota delle risorse finanziarie attualmente destinate a interventi di edilizia scolastica al fine di avviare su tutto il territorio nazionale e in tutte le scuole dell’infanzia e primarie, dall’anno scolastico 2022-2023, lo studio obbligatorio del coding; 5) ad adottare iniziative per prevedere, a partire già dall’anno scolastico in corso, percorsi di formazione tecnologica per il personale educativo e docente delle scuole dell’infanzia e primaria, al fine di sensibilizzarlo alle nuove metodologie didattiche digitali attraverso cui veicolare gli apprendimenti e raggiungere gli obiettivi delle indicazioni nazionali;

6) a promuovere e favorire iniziative volte all’alfabetizzazione e allo sviluppo dell’apprendimento del coding nelle scuole secondarie di primo e secondo grado quali l’iniziativa «Programma il Futuro», che è attiva nelle scuole italiane dall’anno scolastico 2014-2015.

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