Aprea, dirigenti riforma mani legate su progettualità e fondi. Per 100Mila assunti 3 anni apprendistato con valutazione finale

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Autonomia mancata (ancora una volta), centralismo burocratico, incapacità di attirare alla professione docente i giovani più motivati e preparati: ecco i motivi per cui Valentina Aprea, Assessore a Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Lombardia, boccia in maniera inappellabile la Buona Scuola di Renzi.

Autonomia mancata (ancora una volta), centralismo burocratico, incapacità di attirare alla professione docente i giovani più motivati e preparati: ecco i motivi per cui Valentina Aprea, Assessore a Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Lombardia, boccia in maniera inappellabile la Buona Scuola di Renzi.

Di recente ha scritto che il Ddl della Buona Scuola ha tradito la sua ispirazione iniziale in materia di autonomia, eppure la figura del dirigente ne esce molto rafforzata rispetto al passato. Che cosa c’è che non va?

“Occorre fare due importanti premesse: da un lato l’autonomia non si identifica esclusivamente nei poteri del dirigente, ma dovrebbe tradursi in più poteri all’istituzione scolastica; dall’altro, non bisogna cadere nell’errore di farla coincidere con la dimensiona partecipativa che ha ispirato i decreti delegati del 1974. E’ quasi paradossale che il Ddl non faccia concreti passi in avanti rispetto al DPR 275 del 1999, mostrando addirittura di tenere in nessun conto la modifica del titolo V della Costituzione in materia di governance e di distribuzione dei poteri”.

Non dimentichi che quello di Renzi è pur sempre un governo di centro-sinistra.

“Il mio timore è che porre nuovamente l’accento sulla dimensione partecipativa, allargare a tutti le decisioni importanti sul POF, sulla premialità dei docenti, non porti a grandi risultati. La Buona Scuola avrebbe dovuto aiutare le scuole a essere autonome dal potere burocratico centralistico che le paralizza, ad assumersi la responsabilità di decisioni di tipo orizzontale e verticale, con dirigenti scolastici capaci di valutare la partecipazione a reti, promuovere relazioni con i soggetti pubblici e privati che possono e devono contribuire alla crescita sociale, civile ed economica dei territori in cui operano. In sintesi mi sentirei di dirle che la Buona Scuola è un grande inganno, anziché guardare avanti guarda indietro”.

I dirigenti di fatto si troveranno a gestire un potere che finora non hanno mai avuto, per esempio quello di ‘individuare’ i docenti dagli albi territoriali.

“Ma avranno le mani legate sulla progettualità e sulla gestione dei fondi, visto che l’una e l’altra resteranno subordinate alle autorizzazioni del ministero, e non dovranno rispondere dei risultati del loro operato. Privato di autonomia statutaria, finanziaria e di reclutamento del personale docente, il dirigente uscito dai lavori della Commissione Cultura della Camera mi appare una figura estremamente fragile, stretto da un lato dal corporativismo sindacale, dall’altro da un’autoreferenzialità di stampo ministeriale. Per quanto riguarda, poi, la chiamata dei docenti, il fatto di dover attingere ad albi di personale già in ruolo di fatto limiterà enormemente quella portata di novità e di cambiamento della figura del dirigente di cui tanto si è parlato, impedendogli di diventare quell’ago della bilancia in grado di orientare le scelte per il miglioramento del nostro sistema di istruzione”.

Sul reclutamento che cosa suggerirebbe?

“Quello che ho proposto nella passata legislatura: reti di scuole che assumono attraverso concorsi o colloqui docenti abilitati, professionisti usciti da un percorso universitario e da un tirocinio selettivo e rigoroso”.

Pensa che in quel modo la gestione delle chiamate sarebbe più facile?

“Sarebbe senza dubbio meno burocratica, il mio timore è che col meccanismo previsto da Renzi i dirigenti finiranno col fare le scelte che li esporranno meno al rischio di contenziosi legali. Poi, me lo lasci dire, ho trovato aberrante la norma per cui i docenti non scelti verranno assegnati d’ufficio. La mia idea è che questo Disegno di legge pretenda di legare le nuove frontiere dell’educazione a logiche vecchie, ed è un peccato, perché le intuizioni iniziali erano ottime, non a caso riprese dalle idee liberal di Forza Italia e poi portate avanti dalla Moratti, dalla Gelmini e dalla proposta di legge della scorsa legislatura che porta il mio nome (Atto Camera 953)”.

Non salva proprio nulla?

“Soltanto il potenziamento dell’alternanza scuola-lavoro e il riferimento alle reti di scuole: il modello lombardo insegna, avrebbero fatto meglio a copiarlo in toto”.

Come valuta lo stanziamento di 200 milioni per il merito?

“E’ insufficiente, anche perché non è accompagnato da una rivalutazione della professionalità docente, da una ipotesi di carriera. Si tratta di incentivi irrisori, mancette mortificanti come il benefit di 500 euro per libri, cd, teatro e cinema. Avremmo bisogno di ben altro: rinnovo dei contratti, nuovo stato giuridico con carriera e valutazione, anni sabbatici, scambi culturali. Non sarà con questa elemosina di Stato che Renzi ridarà prestigio agli insegnanti, anche se ha usato gli slogan di Forza Italia!”.

Questo Governo, però, si prende il merito storico della soluzione al precariato scolastico.

“Ecco un altro capitolo vergognoso, una sanatoria per 100mila docenti che però non è il frutto di una attenta visione politica: non dimentichiamo che saranno immesse in ruolo persone che hanno mediamente più di cinquant’anni e le cui abilitazioni risalgono magari a diversi anni fa, mentre lasciamo fuori migliaia di neoabilitati più giovani, più motivati e più qualificati. Si sarebbe dovuto pensare a un piano pluriennale di assorbimento anche della seconda fascia”.

Gli abilitati di seconda fascia sono un bel peso: c’è chi pensa che debbano ripartire da zero facendosi i tre anni di apprendistato.

“Ed io invece penso che i tre anni di apprendistato con valutazione finale dovrebbero essere imposti ai 100mila neoassunti”.

Che cosa pensa del nuovo modello di formazione iniziale? Come pensa che si potrà raccordare con le esigenze delle scuole paritarie?

“Vedo più ombre che luci, l’apprendistato di tre anni mi sembra foriero di altri inganni e di altri ostacoli per i giovani docenti. Per quanto riguarda le paritarie, spero che si arrivi in fretta all’unica soluzione ragionevole, già presentata sotto forma di emendamento al Senato: anche le scuole non statali paritarie dovranno poter stipulare contratti triennali di apprendistato”.

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