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Didattica, Lucangeli (Università di Padova): “Docenti hanno fatto miracoli, ma si deve insegnare anche come adoperare il cambiamento” [VIDEO INTERVISTA]

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Il persistere della situazione pandemica ci sta mettendo a dura prova anche dal punto di vista psicologico, ne abbiamo parlato con Daniela Lucangeli, Professore Ordinario in Psicologia dell’educazione e dello sviluppo presso l’Università di Padova, di cui è anche prorettrice, Presidente di IARLD Accademia Mondiale delle scienze Learning Disabilities, Presidente di CNIS (Associazione per il coordinamento nazionale degli insegnanti specializzati e la ricerca sulle situazioni di handicap) nonché socio di numerose associazioni scientifiche internazionali e nazionali nell’ambito delle scienze dello sviluppo.

Professoressa Lucangeli, questa fase è caratterizzata da un sentimento di frustrazione persistente, il Professor Ronchi definisce la seconda ondata come l’ondata dell’angoscia. Lei cosa teme soprattutto per i più giovani? Quali rischi?

“Per essere onesta devo dire che questa fase che stiamo vivendo è caratterizzata da tanta stanchezza, così come in tutte le fasi in cui un forte stress ha un perdurare e un ripresentarsi stabile. Questa condizione di stress è molto più presente negli adulti che nei piccoli, è soprattutto nella vita di noi genitori, dopo che in qualche modo è finita la fase eroica, quella che abbiamo vissuto nella prima fase. La fase eroica a cosa ci porta? A cercare quelle risorse profonde e superare l’ostacolo. Poi c’è stata l’illusione che il fatto che non capitasse a noi e che non ci capitasse vicino, voleva dire che non era vera la condizione di gravità. Si sono unite poi tutte una serie di indicazioni che hanno disorientato, perché i pareri sono diventati disorientanti. Il processo generale è stato un processo in cui ci si è ritrovati di nuovo in una condizione di rischio talmente grave, a tutti i livelli non solo di salute, ma anche di salute sociale, diciamo così, dall’economia, al benessere o malessere che sia, quello che stiamo vivendo, e l’adulto si trova nella situazione di grande esautoramento, cioè ha esaurito le risorse di reazione eroica. Ecco che allora se lei mi domanda che cosa significa per i bambini, rispondo che significa che la fonte fondamentale di equilibrio, la fonte fondamentale di “ci sono io affianco a te, dell’ “I care”, mi sei a cuore, mi occupo di te, è una fonte che è in grande aridità di forza emozionale. Ne sono preoccupata? Certo che ne sono preoccupata, però in un certo senso quello che vedo è che adesso se ne sono accorti tutti; mentre prima era una situazione in cui ne parlavamo quasi guardati con un certo senso di diffidenza. Io avrei voluto prevenire quello che sarebbe potuto accadere. Non tanto in termini per quello che compete me di dire un messaggio sull’epidemia, ma di dire un messaggio sulle persone che la devono attraversare tenendo conto che non c’è soltanto una condizione che è diversa dal solito, ma è una condizione che ci rende particolarmente fragili, tutti, grandi e piccoli. Mentre prima il mio obiettivo era proprio di accorgersene per prepararsi meglio nel caso in cui ci fosse stato bisogno, a saper essere resilienti, non resistenti ma resilienti. Ecco che adesso è diverso, perché la resilienza chiede di andare a pescare su risorse che un po’ abbiamo esaurito, un po’ abbiamo sprecato, e un po’ ci hanno disilluso. Ecco, sono preoccupata per i bambini, perché sono preoccupata per gli adulti, in questa fase è questo quello che va capito bene, che noi siamo gli elementi di equilibrio, o gli elementi di squilibrio, di questo sistema”.

Il sistema scolastico è stato messo a dura prova, nella prima fase con una chiusura totale delle scuole, ora con chiusure parziali, che ha portato all’adozione di una didattica a distanza che però disorienta i ragazzi. Grosse difficoltà, la mancanza degli ambienti scolastici, di socializzazione, in particolare per i ragazzi con disabilità. Lei aveva già da tempo lanciato un allarme su questa pandemia silente dei disturbi del neurosviluppo.

“Il fatto che sia lei a ricordare che io già da tempo avevo lanciato questo allarme da un lato mi rincuora perché vuol dire che c’è tanta brava gente che legge e che ascolta quello che diciamo, e di questo la ringrazio, dall’altro dico che è passato già tanto tempo, e mi chiedo perché se non arriviamo ad una situazione di esplosione non agiamo, e sono tutti elementi che abbiamo a disposizione da tempo. Prima dello scorso marzo eravamo preoccupati che per esempio la connessione con i nostri figli, pensiamo ai nostri figli adolescenti, era entrata in grande difficoltà, perché invece che essere connessi ai nostri occhi, invece che essere connessi con noi, erano connessi dentro i vari sistemi di  collegamento virtuale, non c’era ragazzo che non fosse più col suo telefonino che a pranzo con la persona a fianco. Però io avevo già detto che anche noi adulti ci comportiamo così, e questo più lo precocizziamo e più disturbiamo funzioni molto importanti della maturazione del sistema che è l’io-io, che è l’intelligenza sociale. Paradossalmente in questo ci ha dato una mano quello che è accaduto, perché i ragazzi stanno reagendo all’eccesso di tecnologia, alcuni stanno reagendo chiedendo una mano, chiedendo scuola e chiedendo amici, altri stanno reagendo chiedendo che non sia la didattica a distanza, ma io l’avevo cercata di chiamare didattica di vicinanza. Uno dei ragazzi che io seguo mi ha scritto dicendo che quando piove, e piove forte, lui usa l’ombrello, quindi adopererò la didattica così come viene pur di restare collegato ai miei compagni e ai miei docenti. Quindi è come dire che se in questo momento si dovrà tornare ad una condizione in cui è prevalentemente la tecnologia che determina la connessione, io raccomanderei soprattutto di non dirci bugie, perché la tecnologia deve garantirci la connessione, non la ripetizione dell’ingozzamento delle lezioni e della passivizzazione e dello stress familiare, perché i microambienti, tutti, devono poter compiere la stessa necessità. Per riuscire a trasformarla in una didattica di vicinanza, l’adulto e il docente deve utilizzare questo, io dico alla don Milani, cioè proprio per dare questo messaggio all’ I care, qualunque sia la condizione, qualunque sia la situazione, se sarai senza abiti ti vestirò, se sarai senza cibo ti nutrirò, se sarai senza me sarò con te. Questo deve andare a dire, che lo dica poi di prima mattina dicendo “ehi voi dormiglioni, svegliatevi, è ora che facciamo qualcosa insieme”, diventa un modo per superare quello che lei prima mi domandava, cioè questo momento in cui c’è bisogno di eroismo delle emozioni, cioè di ritornare a sentirsi uno a fianco all’altro, uno alleato dell’altro, la scuola che c’è, qualunque sia la condizione. Devo dire che gli insegnanti hanno fatto miracoli, ma si deve insegnare agli insegnanti come adoperare tutto questo che sta cambiando, perché altrimenti non possiamo considerare competenze trasferibili a voce. Non è che io posso chiedere ad un insegnante di imparare a utilizzare la videolezione semplicemente dicendo “guarda, fallo”, non è questo che rende capace di utilizzare tempi e modalità di lezione che sono necessariamente differenti”.

Professoressa Lucangeli, da poco è uscito il suo libro “A mente accesa – crescere e far crescere”, in questo libro lei inserisce anche episodi personali della sua vita che l’hanno portata a cambiare traiettoria ogni volta che non riusciva a risolvere un problema, quell’andare a fondo del problema, lei dice scavando sempre e mettendosi sempre in gioco. Ora, considerate le sue ricerche, le chiedo se le neuroscienze possono aiutare gli insegnanti, se possono essere di supporto all’insegnamento?

“Allora, quel libro, mi viene da dire, nasce come un atto d’amore. Se io penso alla parola amore e la descrivo così: Alpha privativo “A” davanti a mors mortis, cioè combatte una tendenza distruttiva che la nostra situazione del presente percepisce come, diciamo così, disorientamento, condizione di angoscia generale rispetto a quello che accade. Ogni capitolo del libro racconta di me, delle mie vulnerabilità da bambina, da ragazza, da scienziato e poi racconta la scienza che ne è nata. La scienza è nata perché che accadesse a me, accadesse agli altri, io mi sono sempre domandata: ma sotto questa difficoltà cosa c’è di acceso che noi possiamo ritrasformare in una scintilla di forza? Qual è il potenziale? Ecco che allora da scienziato che si è occupato del rapporto tra cervello, mente, io, anima, comportamento nei bimbi, mi sono resa conto che questa condizione, in cui io studiavo ciò che mi aiutava ad aiutare loro, mi consentiva proprio di accendere la mente e tranquillizzarmi. Se pensiamo a Marie Curie, scienziati che non hanno nulla a che fare con gli aspetti umani, che ci hanno detto che quanto più noi sappiamo e meglio sappiamo meno abbiamo paura meno temiamo, ecco quel libro vuole fare questo. Se ogni mamma, ogni papà e ogni insegnante lo sa, e sa come si fa a ottenere il potenziale che sta sotto la vulnerabilità, ecco che allora abbiamo tutti meno paura, abbiamo bisogno non degli eroi ma dei nostri passi accanto ai nostri figli, ai nostri allievi e a noi stessi. Quel libro, in qualche modo, è completamente dedicato a questo. Io spero che la gente non soltanto lo legga ma lo regali. Però la metafora dell’accendere la luce è proprio necessaria, perché altrimenti si rischia di andare a sbattere se c’è buio. Quindi magari abbiamo dentro di noi una condizione di potenziale che invece di consentirci di andare verso il nostro meglio ci fa inciampare. Ecco che per esempio anche la stessa paura delle cose che non conosco legate a “cosa accadrà, come farò, come faccio a stare con i miei figli in questo momento”, se io comprendo meglio come l’emergere di questa preoccupazione si possa trasformare in una solidarietà tra me e mio marito e i miei figli, i professori, le persone a fianco, anche gli educatori della condizione di disabilità eventuale che io vivo, quindi se capisco come trasformarla in una condizione che ci rende più solidi, capisci la parola solidale, ecco non sono parole non è una psicologia grossolana, è entrare nella profondità di questa straordinaria funzione che noi abbiamo che è la resilienza, capacità di resistere e trovare la condizione che supera l’ostacolo”.

Questo libro avrà l’effetto moltiplicatore, effetto che lei dice di aver imparato da uno dei suoi ragazzi.

“Io lo spero tanto, è quello che vuole fare. Se una piccola scintilla diventa milioni di scintille avremo tanta più capacità di non inciampare. Quindi se ogni mamma, ogni papà, ogni insegnante, anche semplicemente leggendolo, si ritrova una piccola scintilla in più per se stesso e per i ragazzi che incontra, noi avremo molta più capacità di non essere, come ha detto prima lei nella sua domanda, esposti ad una situazione che ci sta mettendo in angoscia invece che in speranza che ogni esperienza e ogni condizione come questa la stiamo attraversando mostrando ai nostri figli come la stiamo attraversando. Dobbiamo esserne consapevoli, anche questo è importante. Un ultimo passaggio le generazioni che insegnavano con l’esempio, e la nostra angoscia fa da esempio, se noi non la modifichiamo, la nostra capacità di trasformare anche l’esperienza della lezione a casa in partecipazione, non sostituzione dei nostri figli, in coraggio, c’è la maestra che arriva e ci dice come si fa, ecco, questo dipende da come noi ci predisponiamo a guardarlo”.

Nel suo libro lei cita anche Antonio Damasio e ripropone il caso di Pheans Cagel, dell’incidente a questo minatore che ha stravolto anche la concezione di mente corpo, tanto da far scrivere a Damasio un libro intitolato “L’errore di Cartesio”. Ma non c’è solo questo. Lei punta molto anche su due scoperte scientifiche, una è il Connettoma. Sebastian Seung afferma che “noi siamo il nostro connettoma” ed in particolare fa riferimento alle quattro R ovvero ripesatura, riconversione, ricablaggio e rigenerazione. Quanto è importante il connettoma in questa nuova visione che abbiamo del nostro corpo e anche dell’apprendimento.

“Questa domanda mette in piena luce la rivoluzione più grande, secondo me, che queste neuroscienze stanno compiendo. E qual è, l’idea che noi abbiamo un cervello verso l’idea che noi siamo un grande sistema di elaborazione delle informazioni, io dico siamo un radar senziente. Cosa significa, già nei sussidiari di scuola ogni bambino sa che il cervello è una centralina collegata ad un sistema nervoso che consente, attraverso il tessuto nervoso, di gesticolare e di muoversi, di stare seduta sulla sedia mentre le parlo, cioè non si tratta soltanto di un elaboratore mentale, ma di un elaboratore che si trasferisce ai tessuti nervosi e si muove, manifesta il proprio comportamento, si comporta. ma negli ultimi anni quello che è chiaro è che questi neuroni, che sono le cellule che si connettono trasportando l’informazione l’una all’altra ogni istante in millesimi di secondo, non sono solo nei tessuti nervosi e nel cervello propriamente detto, ma in tutti gli organi vitali. Neuroni speciali nel cuore, neuroni speciali nell’intestino, neuroni speciali nei polmoni, neuroni speciali sulla pelle. Quelli sulla pelle, per cui una carezza, di cui ho parlato tanto, arriva subito a rincuorare l’altro, hanno dei neuroni che si chiamano C-cell che sono collegati all’area antica delle emozioni. Quindi cosa sto cercando di dire, che noi siamo un grande connettoma, cioè una struttura che è connessa costantemente con se stessa. Quando non ci stacchiamo dal sentirci e non sentiamo più che siamo interi, quando noi facciamo sentire i nostri figli staccati mente, corpo, sentimento e emozioni, scindiamo la struttura che per milioni di anni evolutivi si è perfezionata nell’integrarsi, e da lì nascono le più grandi sofferenze psichiche. Quindi, io a volte faccio fare l’esempio “datti un pizzicotto, e se anche tu ti pizzichi un ginocchio, un polpaccio, un braccio, senti che a sentire sei tu, perché tu sei un intero radar, e il tuo dolore, che sia un pizzicotto, che sia la mancanza del tuo compagno di scuola, sono l’intero te. Così come anche la sua comparsa tramite video e la gioia per la sua comparsa sono l’intero te. Il problema è che quando la comparsa è invece noia, stress, sensazione “ma che ci sto a fare io qui”, ecco, questo è un problema che va educato, non è il nostro connettoma, è il fatto che noi dipendiamo da come gli altri ci influenzano nella nostra reazione, e gli altri siamo noi. Quindi se noi siamo in angoscia e influenziamo l’angoscia il circolo si amplia perché siamo una specie sociale, i neuroni mirror che ci rispecchiano ci spiegano che quella che chiamiamo empatia, quella che chiamiamo imitazione dell’altro, è un processo che loro hanno imparato a compiere proprio per, come posso dire, coordinarci, connetterci, così tanto che se lei sorride a me viene da sorridere. Quanto dobbiamo capirle tutte queste cose profondamente non considerarle, così, chiacchiere da psicologia superficiale, dobbiamo capirle perché altrimenti le soffriamo. Non è che perché noi siamo adulti intelligenti, competenti, programmati, non sentiamo, il cervello sente e sente dalla periferia alla profondità”.

Un altro aspetto a cui lei tiene tanto è il cambio di visione da genetica a epigenetica, e quindi l’ambiente che influenza tutto il nostro costruire.

“Questo è importantissimo. Va spiegato bene, se noi adottiamo una visione deterministica in cui noi siamo la memoria di specie, che è inscritta nel DNA, io non posso fare niente per cambiare il colore dei miei occhi, perché questa è una memoria di specie che si è trasferita, così non posso farli diventare verdi a meno che io non operi una manipolazione. Questa è una memoria genetica, invece la memoria epigenetica che cos’è, è che se io, per esempio, imparando a scrivere semplicemente per come l’insegnante me lo insegna divento in grado di esprimere i miei sentimenti, questa non è semplicemente perché la mia specie è in grado di scrivere, ma perché tra Nature, cioè natura, biologica, e Nurture, cioè esperienza, si genera una struttura che ha una struttura, diciamo così, plastica che modifica tutta quella che è la mia capacità di esprimere il meglio di ciò che la biologia mi ha in qualche modo trasferito di generazione in generazione. Riassumendo, tutti gli ultimi anni della ricerca scientifica, in ogni ambito, parlano di questo binomio “Nature & Nurture” natura cultura, natura ed esperienza. E che cosa significa, significa che ognuno di noi determina nella vita dell’altro la trasformazione del suo potenziale. Lei prima mi ha parlato delle disabilità, dei disturbi del neurosviluppo, quanto è importante quello che sto dicendo? È fondamentale, perché unito agli studi sulla neuroplasticità e sui tempi di sviluppo, in cui ciò che io faccio può aiutare molto di più le tue strutture, ci deve far prendere una grande responsabilità. Faccio l’ultimo esempio, se io incominciassi a parlare un’altra lingua adesso, per quanto io sia intelligente e competente, non la parlerò mai bene tanto quanto abbia potuto parlarla imparando da lì; se io vado ad imparare a sciare oggi, non imparerò mai bene tanto quanto se l’avessi imparato allora. Cioè, ci sono delle finestre di tempo evolutivo, così come c’è che quando è inverno non è primavera. Non stiamo dicendo una sciocchezza, stiamo dicendo che ci sono dei tempi in cui bisogna poter agire. Oggi, nell’ambito del neurosviluppo e delle disabilità, sappiamo che nei primi mille giorni, dal concepimento, non dalla nascita, ai 2 anni di vita, noi possiamo veramente modificare le traiettorie di sviluppo. Ecco perché epigenetica, cioè non è come il colore degli occhi, è qualcosa in cui posso interferire fino alla soglia possibile, che è una soglia data da processi che sono, chiamiamoli così, di base universale. Riassumendo, io conto nella scuola come si conta sulla speranza, cioè, io ho adoperato parole come pandemia di guarigione tanto per essere paradossale. Se noi possiamo così tanto a determinare le memorie di un altro e a determinare il suo sé, così come i suoi saperi, allora la scuola può veramente determinare uno star bene nella maturazione dell’intelligere e del sentire, cioè del radar intero. Però in questo ci si deve credere pazientemente, modificando i propri modelli. Non possiamo più stare in una scuola che in cui io ti insegno, tu apprende e io verifico e ti giudico, perché questa non è la funzione dell’educere e dell’educare, è la funzione esecutiva e la funzione giudiziaria, non è quella la funzione dell’educare. Apprendere significa trasformare ciò che sei tu in ciò che divento io, le mie memorie. Quindi questo va compreso perché, come mi ha detto nella domanda precedente, se gli insegnanti per un tempo così lungo di vita sapessero proprio unire come funzioniamo, le nostre funzioni, a come aiutiamo queste funzioni, noi avremmo veramente garantito questa speranza e questa guarigione. Non ci importerebbe più tanto delle prove che verificano se abbiamo raggiunto un risultato, ma ci porterebbe che queste prove entrassero in un processo che ha tutto un altro livello di profondità”.

Lei ha parlato delle tre vie dell’apprendimento, come accennava prima, da fuori a dentro, da dentro fuori ma soprattutto da dentro a dentro. Quest’ultima via, su cui lei maggiormente pone l’accento, da dentro a dentro, forse viene un po’ trascurato nel mondo dell’educazione.

“È proprio così. Allora, torniamo alla parola connettoma, riprendiamo quella. Connettoma è la mappa delle connessioni attraverso cui il nostro intero radar fa esperienze e apprende. Quindi, io apprendo anche con le mie ginocchia, l’intero radar apprende. Quindi quali sono le vie in cui io entri in connessione con questo radar, hanno tre direzioni: da fuori a dentro, quando io ricevo informazioni; da dentro a fuori, come adesso sto facendo io, quando vado nelle mie memorie e porto fuori di me le informazioni, ma possono anche essere i toni del colore della pelle, il sorriso, non soltanto le cose che dico, le conoscenze dichiarative, ma il modo in cui le dico che arriva a lei e determina la sua reazione. Quindi, le due direzioni chiare sono quella che porta dentro, prendo perché porto dentro di me insegnamenti, informazioni, ma anche porto fuori di me comportamenti, funzioni, prestazioni. Queste due dimensioni sono quelle utilizzate dalla scuola, prevalentemente, io ti insegno e tu fai una prestazione, io ti insegno e tu fai una prestazione, io ti sei e tu fai una prestazione. Lo vede che in mezzo manca la trasformazione, cioè dall’informazione che arriva all’informazione che esce, lì dentro c’è il self, cioè il trasformatore, e chi è il trasformatore? Io, è il mio cervello, è il mio connettoma che trasforma quello che sai tu in quello che io ti riporto, e te lo riporto arricchito di me, delle mie memorie, dei miei errori, dei miei bisogni. Quindi il saltare da dentro a dentro, che significa la trasformazione attiva, significa non avere compreso che non c’è vita mentale senza questa, e significa non avere capito la sua forza. Non si capisce che il me sta lì, il te sta lì, e il fatto che i miei alunni siano così speciali tutti, è perché in quella trasformazione della cosa che io ho dato loro, io ritrovo un gemmare di tante diverse possibilità di rispondere e anche tante diverse tipologie di difficoltà. Quindi, è proprio in quella trasformazione che sta il fatto che ciò che io ti insegno diventi il tuo futuro, il tuo meglio, in quel da dentro a dentro”.

Ausbel parla di apprendimento significativo, lei ha lavorato con Novak e sono due grandi maestri di questo aspetto. Però poi lei pone l’accento sul rischio dell’ingozzamento informazionale, l’incapacità di sedimentare le informazioni e quindi il rischio di perdere queste informazioni.

“In questo periodo uso molto il linguaggio più per immagini, metafore, per rendere possibile di comprenderne il senso, altrimenti il linguaggio scientifico mi porterebbe ad avere bisogno di un tempo esplicativo troppo complesso perché ogni mamma, ogni papà, ogni insegnante ne potesse, in qualche modo, essere invogliato a saperne di più. Così io ho parlato di ingozzamento perché quando con alcuni scienziati che si occupano dell’obesità mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che l’obesità è proprio una disprogrammazione di un sistema che porta ciò che nutre a diventare ciò che ammala, quindi, in questa metafora a me è venuto da fare il passaggio di linguaggio a dire, anche in fondo nel sistema mentale funziona così, se io ti ingozzo di informazioni, ti inondo di informazioni che rivoglio uguali a come te le ho date, che modello ho? Ho modello di mente che è come dire che vado in frigorifero, ci metto dentro tutti gli alimenti, riapro il frigorifero me li riprendo così come li ho messi. Queste sono le prestazioni sono informazioni in frigorifero in cui non c’è stata nessuna trasformazione attiva del da dentro a dentro. Allora, sei io non faccio altro che mettere dentro, mettere dentro, mettere dentro, ahimè la mente non è un frigorifero e cosa fa, comincia a disprogrammarsi esattamente come fa il nostro corpo. E tutto ciò che io ci metto dentro diventa veleno. Ecco che nella metafora più comprensibile, a livello scientifico spiegarlo ha a che fare con i processi che dicevamo prima di epigenetica e di neuroplasticità. il cervello è un trasformatore, non è un assimilatore, non funziona solo per algoritmi, ma prevalentemente per interpretazioni. Quindi è necessario che chi questo lo gestisce nella crescita, genitori e insegnanti, lo vedano. Non dico neanche lo apprendano, ma basta vederlo, basta accendere la luce che se lo vedo mi viene necessariamente il bisogno di non rifare questo errore”.

Un aspetto che lei porta avanti è quello warm cognition, le emozioni nell’apprendimento. Lei afferma che il nostro cervello è un ribollitore biochimico che produce hertz, le emozioni producono energia, producono hertz. Quanto è importante l’emozione nell’apprendimento.

“Guardi adesso io proprio un minuto e le devo dire uno dei temi più importanti che ho studiato. Nasce da un bimbo che quando ero diventata abbastanza brava ad aiutare tutte le funzioni vulnerabili nella memoria, nell’attenzione, nel calcolo, nell’apprendimento e quindi, diciamo così, a potenziare le funzioni che gli insegnanti misurano di solito nelle prestazioni, e non solo gli insegnanti ma anche ahimè i modelli classici della psicologia dell’apprendimento, ecco, questo mi ha chiesto “visto che mi hai tolto gli errori, mi puoi togliere che mi fanno male?” Ecco da lì, da questo bimbo io ho cominciato a riflettere sul rapporto tra emozione e cognizione, e sono andata a confrontarmi con modelli straordinari che oggi sono nel linguaggio comune, si chiama warm cognition, cioè la cognizione calda. Cosa significa, significa che se in questo nostro brain, questo nostro cervello connesso, in questo nostro connettoma, noi trasferiamo informazioni che riceviamo da quello che sperimentiamo, significa che se mentre io, per esempio, imparo l’area di un trapezio, base maggiore più base minore per altezza diviso due, sperimento ansia di dimenticarmelo, nelle mie reti di memoria transita sia base maggiore e più base minore sia l’ansia di dimenticare. E se io lo ripeterò, e lo ripeterò con ansia, e se io lo farò, e lo farò con ansia, l’ansia segnerà le memorie tanto quanto quella benedettissima formula messa in memoria. Quindi, quando io riprenderò dalla cassettina della memoria l’area del trapezio, mi verrà, anche cinquant’anni dopo, un senso di “oddio fammi scappare”. Perché se noi apprendiamo con un’emozione, quell’emozione è un linguaggio antico che dice al cervello se quell’esperienza è un’esperienza da tenere o da evitare, il cervello antico ci fa sentire paura quando percepisce il rischio, ci fa sentire angoscia quando percepisce che ci danneggia. Quindi, se noi mentre studiamo proviamo l’angoscia, proviamo la paura il cervello antico sta dicendo “scappa da di là perché ti danneggia”. Ecco che noi abbiamo, allora, che per anni nutriamo l’apprendimento delle emozioni che dicono fuggi. Ma io dico, ma chi ce lo fa fare. È ora di cambiare questo tipo di modello, capito, e io veramente spero che questa intervista giri tantissimo, che la gente si renda proprio parte di questo moltiplicatore che la vuole questa rivoluzione pacifica ed eroica, ma perché ci farà del bene e ci toglierà da tutta questa serie di inciampi, cadute che sicuramente non ci rendono neanche soddisfatti né come insegnanti, ne come madri, ma non lo siamo perché non lo sappiamo. Questa accensione della luce è la metafora che mi consente di rendere meno pesante questa mia riflessione, non vuole essere pesante, vuole essere incoraggiante”.

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