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Apprendimento di gruppo, osservazione partecipante e non partecipante: quale adottare a seconda degli scopi

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La nota locuzione “terapia di gruppo” non è un termine nuovo: nasce nel lontano 1932, ad opera dello psicologo Jacob Moreno. Fu lui, infatti, il primo a introdurre l’aspetto dello psicodramma nelle dinamiche tra due o più persone, e conseguentemente l’idea che un gruppo potesse essere migliorato nelle sue componenti essenziali, anche tramite terapie socio-psicologiche.

La micro-sociologia di Moreno

Per Moreno, infatti (fondatore della cosiddetta micro-sociologia), il gruppo è l’atomo funzionale delle dinamiche sociali, che va legandosi in “molecole” sempre più complesse, fino a formare la conformazione dell’intera società.

Studiando le micro-dinamiche del gruppo, e prevenendo (o risolvendo) problematiche al suo interno, dunque, si potrebbe “curare” (o prevenire le “malattie”) dell’intera società.

 Il gruppo in classe

Quello micro-sociologico è uno dei possibili punti di osservazione dei fenomeni associativi, che richiede una ricerca attiva (action method) e sul campo: applicato al contesto della classe, prevede che il docente – dall’esterno – osservi i fenomeni che nascono all’interno dei gruppi di lavoro che si creano in classe, cercando di mantenere un equilibrio fatto di giustizia e pari opportunità per tutti.

Qualora non fosse possibile mantenere questo clima, e si creassero delle questioni irrisolte, allora l’insegnante dovrà cercare di fare “terapia di gruppo”, ovvero lasciar parlare ognuno dei componenti del gruppo e ristabilire l’empatia dei ragazzi l’uno verso l’altro, cercando di farli immedesimare nei propri compagni in modo da collaborare serenamente.

L’osservazione dei dati da cui partire per studiare lo stato di salute dei gruppi di lavoro può essere effettuata dall’insegnante sia mantenendo le distanze da questi ultimi, sia partecipando alle loro attività proprio come gli altri componenti.

 Osservazione non partecipante

Osservare la comunità senza rivelare la propria presenza, in etnografia e in netnografia (l’etnografia sul web) è una pratica definita tecnicamente lurking (“osservazione non partecipante”).

Ci sono studiosi che ritengono che il lurking non costituisca osservazione in senso tradizionale e che non permetta di
comprendere adeguatamente le dinamiche di funzionamento di una comunità, offrendo solo una comprensione superficiale dei fenomeni.

Altri studiosi ritengono invece che il lurking debba costituire la norma della ricerca sociologia ed antropologica.

Esso, infatti, offre un’opportunità unica: ovvero la possibilità di studiare i comportamenti degli utenti nel loro naturale svolgimento, senza il rischio di eventuali distorsioni legate alla presenza del ricercatore/docente.

È consigliabile adottare tale tecnica, dunque, quando i componenti del gruppo si inibirebbero nel vedere all’interno del gruppo la presenza di un outsider (come sarebbe l’insegnante), dissimulando di conseguenza la loro vera natura comportamentale (che rappresenta, invece, l’oggetto di studio sociologico).

Soprattutto quando il docente/antropologo si trova ad affrontare temi sensibili e reattivi (per i quali risulta sconsigliabile l’applicazione di tecniche tradizionali di ricerca, come questionari, interviste o osservazione partecipante), è preferibile dunque utilizzare il metodo dell’osservazione non partecipante.

Osservazione partecipante

Anche se l’osservazione micro-sociologica da non partecipante è un metodo di ricerca attivo, non prevede altrettanto attivamente la partecipazione dell’insegnante all’interno del gruppo di alunni.

Cosa che, invece, è prevista nel metodo “osservazione partecipante”: si tratta di una tecnica d’indagine qualitativa usata per lo più nelle scienze etno-antropologiche.

Essa prevede che lo studioso (nel contesto classe, identificato col docente) trascorra diverso tempo all’interno della comunità oggetto del proprio studio, per formulare delle teorie solo in seguito, dopo aver provato “il punto di vista dell’indigeno” (Bronislaw Malinowski,”Argonauti del Pacifico Occidentale”, 1992).

È una tecnica che non ambisce a un’osservazione quantitativa (dunque basata su dati numerici, oggettivi) come il suo opposto, ma è utile quando si voglia analizzare il contesto del gruppo dal punto di vista di chi lo compone (quindi gli alunni), esplorando dunque anche la componente emotiva dei discenti.

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