Apologia delle lingue classiche. Lettera

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Inviato da Francesco Polopoli – “Sui passi di chi ritrova nella polvere antica le scintille dell’eterna bellezza e di chi ama le lettere morte di un vivente amore.( J. Burckardt)

La tradizione, oltre ad essere una fisiologica eredità, è anche la riconquista consapevole del buono su cui hanno investito, spendendosi per il futuro, i nostri Padri; ragion per cui va coscientemente studiata e a fatica assunta, perché paterna e materna, cioè famigliare. La parola, tra l’altro, è una reliquia di significato (Roberto Vecchioni, Il libraio di Selinunte). Nel dimenticarcene, di fatto legalizziamo il necrologio di quelle lingue mai morte, che hanno disegnato la geografia delle idee in Occidente. Eppure quanto si più bello l’uomo ha creato è figlio della tradizione greco-romana: non c’è luogo del nostro paese che non ce lo ricordi come museo a cielo aperto in un passe-partout di eterna ciclicità storica, che è la lingua classica; un patrimonio che si fa volto di quel DNA Sociale e su cui il nostro Manzoni con passione risorgimentale ne poetò la fierezza in una terra “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”.
Quella Bellezza, oggi, sta diventando malinconica cosmesi di passaggio e non sentimento profondo radicato nei segreti di una lingua portatrice di civiltà. Le istituzioni, poi, non incoraggiano…nell’andirivieni dei colori politici che si susseguono.
Una cultura che dimentica le tradizioni perde la spinta verso il futuro e si impantana in un presente senza senso e orientamento. Il primo aspetto di un’educazione è la memoria delle radici: non ci può essere educazione nello sradicamento (Papa Francesco).
Senza radici storiche, infatti, oggi quanto ieri, non c’è sana gestione pubblica: verrebbe a mancare, come Grande assente, la Cultura. Un popolo morirebbe senza l’educazione ai saperi, benché lo sviluppo economico dovesse registrare trend positivi: soltanto la cultura, pol-eticamente, è il reale trionfo della democrazia.
Qualche provocazione come input culturale…..
Prima Provocazione: il classico come réclame pubblicitaria? Il latino economico…ad esempio!
Il linguaggio della pubblicità ricorre spesso all’uso del latino per dare il nome ad alcuni prodotti:
Vim, “forza”, è il nome di un detersivo
Nivea, “bianca come la neve”, è il nome di una crema di bellezza
Venus, “Venere”, è il nome di una crema di bellezza
Rex, “re”, è il nome di un brevetto di elettrodomestici
Optimum, “ottimo”, è il nome di un burro
Aurum, “oro”, è il nome di un liquore
Est, est, est, “è”, è il nome di un vinello
Securitas, “sicurezza”,è il nome di una compagnia di assicurazioni
Mediolanum, “Milano”, è il nome di un Istituto bancario
Pur essendo apprezzata la fattura linguistica latina, credo sia opportuno richiamare l’attenzione sulla lingua classica, e certo non come bene capitalistico di consumo.

Seconda provocazione: Dagli spot allo sport. E le humanae litterae?
Anche Il mondo dello sport a volte vi ricorre per i nomi di squadre e società:
Iuventus, “Gioventù”, è una squadra di calcio
Rari nantes, “Pochi che sanno nuotare”,è una squadra di pallanuoto
Pro patria, “A favore della patria”, è una squadra di calcio
Tiberis, “Tevere”, è un’associazione di canottieri.
Tifiamo per le lingue classiche: è la seconda provocazione sportiva che emerge dall’elenco succitato, come a dire Allenamento….allena-mente, sul solco delle memorie. Non facciamo autogoal! Valga per tutti la derivazione linguistica di sport da deportare, a memoria dell’influenza classica del nome nell’origine della parola, mentre, oggi, per derisione della sorte, tanto il latino che il greco, si avviano ad una deportazione da centro di sterminio: una Shoah, che merita attenzione sociale e coscienza responsabile, in prima persona al plurale, a beneficio della nostra identità.

Prof. Francesco Polopoli,
un nostalgico innamorato delle lingue antiche,
Liceo classico di San Giovanni in Fiore (CS)

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