Anticipo a 5 anni. Qual è l’età giusta per sedersi tra i banchi di scuola?

di
ipsef

di Mariella Gerardi – Qual è l’età giusta per sedersi tra i banchi di scuola? Questa domanda ha riaperto ultimamente un forte dibattito tra chi propende per l’anticipo, ossia l’iscrizione in prima elementare a poco più di cinque anni, e coloro che, al contrario, sono per l’attesa, cioè l’iscrizione anche oltre i sei anni. 

di Mariella Gerardi – Qual è l’età giusta per sedersi tra i banchi di scuola? Questa domanda ha riaperto ultimamente un forte dibattito tra chi propende per l’anticipo, ossia l’iscrizione in prima elementare a poco più di cinque anni, e coloro che, al contrario, sono per l’attesa, cioè l’iscrizione anche oltre i sei anni. 

E’ interessante osservare i differenti modelli presenti nelle altre Nazioni. In Inghilterra, ad esempio, l’obbligo scolastico comincia a cinque anni e i bambini possono essere iscritti anticipatamente anche a quattro anni. In Svezia e in Finlandia, invece, la situazione è paradossalmente opposta: i bambini entrano in classe a sette anni. E in Italia? 

In Italia, dove l’obbligo scolastico comincia a sei anni e si dà ai bambini la possibilità di sedersi tra i banchi anche qualche mese prima di averli compiuti, non ci si accontenta… «Tutti alla primaria a cinque anni». Questa la nuova proposta con cui il ministro della Pubblica Istruzione Stefania Giannini sta continuando ad esternare le sue idee per infoltire l’agenda della riforma scolastica. L’idea è quella di «ridurre a due anni il percorso della scuola dell’infanzia, rendendone obbligatorio l’ultimo, e far iniziare la scuola primaria a cinque anni». Idea, chissà se il ministro ne è consapevole, che non è nuova, ma che risale alla fine degli anni Novanta, quando l’allora ministro Luigi Berlinguer, dopo un’attenta analisi della questione, giunse alla conclusione che tale ipotesi era difficile da realizzare per tutta una serie di importanti motivi. Riproponendo quest’idea oggi, non si fa altro che riaprire un focoso dibattito sui pro e i contro che essa porterebbe con sé. 




Uno dei motivi che renderebbe difficile la sua realizzazione è che, volendo rendere obbligatorio l’ultimo anno della scuola dell’infanzia, ci si troverebbe costretti ad aprire nuove sedi, con il conseguente impiego di risorse oggi non disponibili. Riducendo il percorso a due anni, inoltre, ci sarebbero anche numerosi esuberi di organico, il che andrebbe ad aggravare una situazione già tanto complessa. E poi si porrebbe anche il problema di quei bambini che hanno già iniziato la scuola primaria a sei anni. Come si farebbe per metterli al passo con chi comincerà a cinque anni? Magari recuperando due anni in uno? Ci si troverebbe, insomma, di fronte a numerosi problemi pratici. Questo il concreto motivo per cui una coerente riforma del sistema scolastico avrebbe bisogno di tempi lunghi e non di “ideucce” lanciate qua e là, tra un’intervista e l’altra… 

Il problema principale, però, a nostro avviso, riguarderebbe il bambino, la persona in crescita, che si trova nella fase più delicata della sua vita. Secondo Piaget, la cui influenza sugli studi di psicologia dell’età evolutiva è stata ed è tuttora importante, «il bambino attraversa una serie di fasi evolutive e ogni fase ha una sua strutturazione che la rende qualitativamente, e non solo quantitativamente, diversa da quella precedente». Queste fasi vanno rispettate. I tempi del bambino vanno rispettati. A cinque anni il bambino è ancora fragile e ancora teso tutto verso il gioco. Impara, sbaglia e cresce giocando. Il gioco «è un momento fondamentale per lo sviluppo emotivo e intellettivo del bambino stesso, un passaggio indispensabile prima di arrivare sui banchi».

Come lo si può immaginare, ad appena cinque anni, seduto, fermo e composto tra i banchi di scuola? Come si può accettare di vederlo dietro alla scrivania di casa a svolgere estenuanti compiti assegnati dalla maestra? Potrebbe essere una violenza che finirebbe con il segnarlo profondamente, con il rischio di creare in lui forti stress emotivi. Sì, è vero, esistono le eccezioni, ovvero quei bambini già pronti a frequentare la scuola primaria a cinque anni, ma sono poche. 

Secondo Anna Oliviero Ferraris, psicologa e docente all’Università La Sapienza di Roma, «i bambini imparano in modi e tempi diversi. Molti di loro non sono pronti, hanno tempi di attenzione limitati e imparano facendo cose e muovendosi: tutte attività inesistenti nella scuola elementare». Se proprio, alla fine, si dovesse decidere per il cambiamento, il programma del primo e del secondo anno della scuola primaria dovrebbe essere molto simile a quello della scuola dell’infanzia. Si dovrebbe puntare su attività manuali, sulla musica, sui giochi all’aperto, sul disegno. E poi… non dovrebbe essere dimenticato il lato affettivo. I bambini a quest’età hanno bisogno del contatto fisico, di coccole e di abbracci. Una maestra rigida, in cattedra, non serve a nessuno. La maestra si fa con il cuore…

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