Anief: istruzione in Italia, indietro tutta

di redazione

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Comunicato Anief – Il quadro non è dei migliori: come riporta la stampa specializzata, Orizzonte Scuola, “non sono positivi i numeri emersi dal Rapporto Censis per ciò che riguarda la scolarizzazione degli italiani rispetto alla media Ue”; infatti “pochi laureati, molti abbandoni scolastici, basse competenze” fanno sì che il sistema educativo italiano non sia certamente ai massimi livelli.

I dati parlano chiaro: “più del Il 52% dei 60-64enni si è fermato alla licenza media, contro il 31% della media Ue; tra i 25-39enni il 26,4% non ha conseguito un titolo di studio superiore, contro il circa 16% della media Ue; il 14,5% dei 18-24enni non possiede né il diploma, né la qualifica e non frequenta percorsi formativi. I più problematici sono i giovani del Sud e gli stranieri”.

Come sottolineato da Il Sole 24 Ore, le competenze non sono eccelse: “il 34,4% degli studenti dell’ultimo anno delle scuole secondarie di primo grado non raggiunge livelli di competenza alfabetica adeguata, e non va meglio negli istituti secondari di secondo grado”.

Inoltre, non va meglio nemmeno con la lingua straniera, poiché al già complicato contesto si aggiunge “la bassissima comprensione della lingua inglese parlata (40% scuole medie, 64% superiori)”.

La linea dell’Anief

Il giovane sindacato ha spesso affrontato la problematica e crede che, certamente, i continui tagli all’istruzione peggioreranno la già critica situazione. Anief ha sempre sottolineato come la soluzione debba passare per una serie di operazioni: organici potenziati, anche per il personale Ata, soprattutto nelle aree difficili e a rischio abbandoni e dispersione scolastica, con basso apporto degli enti locali e territoriali, ridotto livello socio-culturale, alta presenza di alunni di origine non italiana; ritorno del modulo alla primaria; compresenza dei maestri nella primaria, da iniziare a 5 anni di età con un anno “ponte”; docente specializzato d’inglese nel primo ciclo; ritorno al monte ore scuola precedente alla riforma Gelmini.

Sarebbe, inoltre, importante l’apporto di un maggiore orientamento e la riduzione delle tasse universitarie per favorire una maggiore frequenza del mondo accademico.

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