Anief: Festa della Repubblica, ma i cittadini non sono tutti uguali. Chi lavora nella scuola pubblica ha un contratto bloccato da 10 anni

di redazione
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Anief – “La Festa della Repubblica serve anche a ricordare che i cittadini sono tutti uguali e hanno i medesimi diritti: com’è possibile che gli stipendi di chi lavora nella scuola debbano essere bloccati da quasi 10 anni, senza nemmeno aver concesso loro il paracadute costituito dalla vacanza contrattuale?

Perché un insegnante in pensione nella scuola deve percepire in media 1.300 euro al mese mentre la media dei dipendenti pubblici supera i 1.800 euro, come rilevato in settimana dall’Inps?”. A chiederlo è Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, nel giorno delle celebrazioni per il passaggio dell’Italia da un sistema politico monarchico a uno repubblicano.

Il sindacalista autonomo ricorda che “una Repubblica moderna che tutela i propri cittadini non dovrebbe permettere l’approvazione di norme, invece in vigore nella nostra Penisola, che violano almeno sette articoli della Costituzione italiana e tre direttive europee: sono infatti penalizzati per la mancata tutela del diritto all’avvicinamento alla famiglia, per un accesso ritardato ai pubblici uffici, per una retribuzione iniqua, per una ricostruzione di carriera incompleta e per una pensione e liquidazione ingiusta. Tutto ciò accade come se la Corte Costituzione, nell’estate del 2015, non avesse mai dichiarato illegittimo il blocco stipendiale che invece continua a essere in atto”.

Il sindacato insiste sul fatto che, in attesa di un rinnovo equo, non certo gli 85 euro lordi accordati con la Funzione Pubblica, è fondamentale chiedere l’adeguamento dei valori dell’indennità di vacanza contrattuale alla metà dell’inflazione, come registrata a partire dal settembre 2015 rispetto al blocco vigente dal 2008”. Anche perché la stessa indennità di vacanza contrattuale potrebbe ancora rimanere “congelata” almeno sino al prossimo anno e forse anche fino al 2021.

“Ha fatto bene Papa Francesco – ha detto oggi Pacifico – a parlare, qualche giorno fa, di lavoro come figura antropologica, inteso come dono di sé, creatività, libertà e dignità. Ecco, a queste condizioni, con l’inflazione che ha superato con 14 punti percentuali gli stipendi di chi lavora a scuola, con la precarietà perenne, come si può parlare di occupazione lavorativa dignitosa? Oggi chi vuole insegnare nella scuola è atteso ancora da un lunghissimo periodo di supplenze: ci sono decine di migliaia di docenti selezionati, formati, abilitati all’insegnamento che la Buona Scuola ha lasciato fuori delle assunzioni. A costo di lasciare vacanti tantissimi posti liberi, come poi è accaduto. Tanto è vero che a settembre avremo ancora quasi 100mila supplenze annuali, di cui oltre 80mila su posti vacanti ma furbescamente non ritenuti tali dall’amministrazione. Ora – ha concluso il leader dell’Anief – poiché lo Stato italiano non intende sanare queste situazioni, il sindacato ha deciso di rivolgersi ai giudici super partes che operano in Europa”.

A iniziare dal Comitato Europeo dei Diritti Sociali, che agisce in nome e per conto del Segretario Generale del Consiglio d’Europa, il quale pochi giorni fa ha pubblicato la presa in carico del reclamo collettivo Anief n.146/2017 sull’abuso di precariato scolastico italiano. Fortissime perplessità sono state espresse anche dalla Commissione per le Petizioni del Parlamento Ue, al termine del confronto svolto di recente presso l’European Parliament, proprio sulla mancata adozione della Direttiva Ue 1999/70/CE sulla stabilizzazione del personale pubblico con 36 mesi di servizio: in autunno, le autorità del nostro paese e i componenti della rappresentanza permanente dovranno presentarsi in adunanza plenaria per fornire dettagliati ragguagli. Presto sull’abuso di precariato e sulle discriminazioni dei nostri supplenti si occuperà anche la Cedu, la Corte europea dei diritti dell’Uomo.

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