Anief boccia la riforma del governo sulla scuola: serve solo a tagliare altri 50 mila posti

di redazione
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ANIEF – L’intenzione del Governo di anticipare l’avvio della scuola a 5 anni, attraverso il documento “Impegno Italia”, nasconde un obiettivo: eliminare decine di migliaia di lavoratori delle scuola superiore tra docenti, dirigenti e personale Ata per risparmiare 1.380 milioni di euro con l’eliminazione dell’ultimo anno delle superiori.

ANIEF – L’intenzione del Governo di anticipare l’avvio della scuola a 5 anni, attraverso il documento “Impegno Italia”, nasconde un obiettivo: eliminare decine di migliaia di lavoratori delle scuola superiore tra docenti, dirigenti e personale Ata per risparmiare 1.380 milioni di euro con l’eliminazione dell’ultimo anno delle superiori.

Mentre non risolve gli alti livelli di dispersione e di analfabetismo, soprattutto al Sud. Chiudendo le porte delle graduatorie ci allontana dall’Europa, lasciando a casa 30 mila nuovi insegnanti formati attraverso le università o vincitori dell’ultimo concorso a cattedra. Vuole poi introdurre un sistema di valutazione con il preciso intento di eliminare gli scatti di anzianità del personale.

L’Anief non ha dubbi: il vero e unico obiettivo del Governo di riformare la scuola italiana non è quello di far uscire i nostri giovani dalla formazione un anno prima per adeguarci agli standard europei, ma solo di sopprimere 50 mila posti per risparmiare 1.380 milioni di euro con l’eliminazione dell’ultimo anno delle superiori. Dietro a questa sperimentazione non vi è alcun presupposto pedagogico. La verità è che i nostri governanti vogliono arrivare a ridurre i tempi di apprendimento per mere esigenze ragionieristico-finanziarie. Ma per evitare sicure contestazioni, si vuole far passare il falso messaggio che gli anni di formazione rimangono immutati.

“La verità è che per oltre la metà dei nostri 18enni – sostiene Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – l’uscita anticipata dalla scuola equivale a lasciare il mondo dell’istruzione con ancora meno competenze. Mantenere per più tempo i nostri giovani nel percorso formativo, rinforzato con stage e tirocini, permetterebbe loro di arricchirsi culturalmente. È un modello che in altri paesi, come la Germania, funziona”.

Già il Governo Monti aveva quantificato un risparmio nazionale, attraverso la sparizione dei docenti e gli Ata impegnati nelle classi quinte di tutte le superiori d’Italia, pari a 1.380 milioni di euro. Il tentativo di realizzare la forte decurtazione fu fatto proprio da quel Governo, prima tentando un improbabile sondaggio sulla riduzione di un anno della scuola secondaria (in controtendenza con i maggiori paesi sviluppati, dove la scolarizzazione tende sempre più a trasformarsi in permanente). E successivamente provando a portare a 24 ore (tra l’impopolarità generale) l’orario di insegnamento settimanale di tutti gli insegnanti.

Ora si torna all’attacco con una manovra più sottile. Che alza definitivamente bandiera bianca anche sulla lotta alla dispersione: una cosa è infatti aumentare l’obbligo a 18 anni, come da tempo chiede l’Anief, un’altra è ridurre di un anno il corso di studi. Come se gli abbandoni nelle scuole del Mezzogiorno non siano oltre 10 punti sopra la media europea. Con il Miur che riesce pure nell’impresa di riservare la maggior parte dei fondi per combattere gli abbandoni precoci dai banchi alle aree del paese meno emarginate. Come se l’Italia non avesse toccato il minimo storico in rapporto alla media di ore di insegnamento settimanali, ridotte di un sesto negli ultimi cinque anni. Come se nell’ultimo anno non avessimo toccato il record di Neet e di disoccupazione giovanile. Che così facendo aumenteranno ancora.

Ma al Governo non basta. Eccolo allora di nuovo all’opera per penalizzare il personale precario. Non solo confermando l’illegale chiusura delle graduatorie provinciali. Ma anche annunciando l’organizzazione dei concorsi a cattedra con cadenza triennale. Mentre la legge dice che dal 1994 le selezioni dirette per diventare docente si dovrebbero fare ogni anno. Però siamo in Italia: così il primo concorso partì nel 1999, l’altro addirittura solo nel 2012. E mentre i primi idonei furono assunti nei dieci anni successivi, i secondi sono stati addirittura lasciati al palo. Tanto che ora rivendicano i posti rimasti vacanti e disponibili, così come gli abilitati con il Tfa: a differenza di quelli abilitati con le Ssis, sempre per colpa del governo, non possono infatti neanche fare una supplenza annuale perché fuori dalle graduatorie dopo esser stati selezionati e formati per insegnare.

Brutte notizie arrivano sulla valutazione delle scuole, che sempre il Governo vorrebbe completare al più presto. Non dicendo qual è il vero obiettivo: eliminare gli scatti di anzianità e lasciare la maggior parte della categoria allo stipendio iniziale, come del resto già avviene dal 2011 per i neoassunti. Con il risultato che ci si allontanerà sempre più dagli stipendi europei, già oggi a fine carriera più “gonfi” di 8 milia euro rispetto a quelli dei nostri docenti. Per non parlare dell’inutile annuncio sui fondi per la sicurezza, che così come sono stati dirottati quest’anno renderanno ancora più insicure quelle meridionali, da tempo abbandonate a loro stesse dallo Stato.

“Se questa è la politica al ribasso sulla scuola che si vuole portare avanti nei prossimi mesi – conclude Pacifico – , il Governo è meglio che termini qui la sua avventura. Come ultimo atto di amore per gli italiani”.

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