ANDU: negli ultimi 15 anni perse 40.000 immatricolazioni

Stampa

Comunicato ANDU – Nonostante tutte le promesse relative al potenziamento dell’educazione superiore e della ricerca – si ricordi, per es., che Grasso nel clima elettorale propose l’università gratuita per tutti – la situazione dei
nostri atenei è disastrosa. Cominciamo con qualche dato.

Secondo il nuovo rapporto di Almalaurea le immatricolazioni sono diminuite enormemente fino all’anno accademico 2013-2014 con una lieve ripresa nel 2017-2018. Tuttavia, nonostante ciò negli ultimi 15 anni si sono perse complessivamente 40.000 immatricolazioni, che equivalgono ad una
diminuzione del 13% rispetto ai decenni precedenti. Naturalmente molto più sostanziosa è stata la riduzione degli immatricolati nel sud, che arriva
fino al 26% (ossia il doppio).

Inoltre, risulta che coloro che accedono all’educazione superiore provengono da famiglie solide economicamente e hanno genitori laureati, tanto per sottolineare il carattere sempre più classista dell’università italiana. A ciò bisogna aggiungere che solo il 53,6 degli iscritti riesce a terminare il percorso di studi intrapreso.

Altro aspetto importante è dato dalle difficoltà che incontrano i laureati
di primo livello soprattutto e di secondo livello a trovare lavoro;
infatti, siamo ancora lontani dal tasso di occupazione registrato negli
anni 2008-2014 e gli stipendi dei laureati sono anche sensibilmente
diminuiti.

Si ricordi che il famoso 3+2, introdotto dall’arrogante Luigi Berlinguer,
era stato creato proprio per favorire il rapido ingresso nel “mercato del
lavoro”, e che invece ha significato la trasformazione dell’insegnamento
universitario nella trasmissione di nozioni superficiali e confuse,
impartite a studenti disorienti provenienti da una scuola altrettanto
sfasciata.

Non meno problematica è la situazione relativa al rispetto del diritto
allo studio: i tagli alle risorse universitarie hanno fatto sì che spesso i
dotati di tutti i requisiti per goderne non possono riceverle; tutto ciò è
accompagnato dal degrado delle strutture, dalla mancanza di attrezzature e
di laboratori. Da queste politiche di tagli (si tenga presente che il
ministro Fioramonti si limiterà a chiedere 500 milioni per l’università
finanziati con varie e bislacche tasse) è scaturita la necessità del numero
chiuso, che sarà riformato permettendo l’iscrizione a tutti per poi
selezionarli ferocemente alla fine del primo anno di corso. Infatti, le
università non sono più in grado di preparare tutti quelli che aspirano ad
un’educazione universitaria; ragione per cui, per es., ci troviamo senza
medici e dobbiamo importarli. Segno di una totale mancanza di
programmazione, sulla quale dovrebbe fondarsi la decisione di formare il
numero necessario dei professionisti per rispondere ai bisogni della
popolazione.

La diminuzione degli studenti corrisponde ad un’analoga riduzione di
docenti. Secondo il Sole 24ore, dal 2007 al 2014, si sarebbero persi circa
il 30% dei professori ordinari, il 17% degli associati (clicca qui); si
prevede che l’emorragia continui (a breve avremo 20 mila docenti
strutturati in meno), introducendo sempre più docenti precari nel tessuto
universitario, perché meno costosi. Questi ultimi hanno rapporti
contrattuali assai diversi con gli atenei, quando non lavorano in nero, con
la speranza di “mettere insieme un curriculum” che dovrebbe aprir loro le
porte di una professione gratificante. Si calcola che ormai sono più di 50
mila e che in molti casi hanno più di 45 anni; per di più molto
probabilmente il 90% di loro sarà espulso dagli atenei.

Come si può comprendere, tutto ciò costituisce uno spreco di risorse:
dottori di ricerca che emigrano, potenziali docenti che finiranno con lo
svolgere un qualche lavoro precario e sottopagato.

In questo desolato panorama i concorsi a carattere locale, legati
all’acquisizione dell’Abilitazione scientifica nazionale, continuano ad
essere una mascheratura della cooptazione personale, resa ancora più
selettiva dalla scarsità dei posti disponibili.

In questo scenario neoliberale, diffuso a livello mondiale, il governo
degli atenei è diventato la governance, saldamente in pugno dei Rettori,
circondati da consigli di amministrazione, in cui spiccano privati
portatori dei loro interessi privati e che lavorano per piegare la ricerca
e l’insegnamento universitario alle esigenze delle loro imprese secondo
quel processo definito professionalizzazione dell’università. Il succo di
questa trasformazione sta nel fatto che i contribuenti (i lavoratori
salariati) pagano le innovazioni tecnologiche, la preparazione di tecnici,
di operatori industriali etc. per i detentori di interessi privati.

Inoltre, manca un vero e proprio sistema di autogoverno dell’università –
dato che secondo la Costituzione (art. 33) dovrebbe essere autonoma -,
giacché il Consiglio nazionale universitario, inesistente e conservatore,
si è fatto scavalcare dalla Conferenza dei Rettori (un’organizzazione
privata) che opera per portare a termine l’opera di smantellamento del
nostro sistema universitario sostituito da università telematiche in mano a
forti corporazioni straniere. Nella follia kafkiana, che ha animato i vari
governi succedutosi, è stato introdotta anche l’Agenzia nazionale di
valutazione dell’università e della ricerca, che costituisce di fatto un
organo di commissariamento degli atenei e dell’attività dei docenti, sottoposta a valutazioni formali e ad estenuanti adempimenti burocratici. Quanto ai tagli, essi riguardano da molti anni la quota base, ma sostanziosi
interventi avvantaggiano gli atenei considerati “eccellenti”, in genere
situati a nord del paese.

Dinanzi a questo drammatico scenario, che mina alle basi la funzione
democratica e critica dell’università, l’attuale indefinibile governo sta
lavorando su leggi pessime, che riguardano sia il reclutamento, prevedendo
senza nessuna logica due modalità diverse di accesso alla carriera
universitaria e la “riforma!” del numero chiuso, nel senso in cui si diceva
in precedenza. Quello che non entra nella mente di questi personaggi è la
necessità di misure straordinarie per l’università e per di più orientate
verso il riconoscimento del pieno diritto allo studio e verso la libera
ricerca svincolata da ogni scopo di lucro, per risollevarla da quello stato
catastrofico in cui essi stessi, con l’appoggio diretto della Confindustria, l’hanno scaraventata.

Piattaforma ANDU

Stampa

Concorso STEM. Minicorso di inglese e informatica, simulatori disciplinari consulenze Skype. Nuovi percorsi rapidi, mirati e intensivi