AND: no alla regionalizzazione, no all’abolizione del valore legale del titolo di studio

di redazione
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AND – Come si suol dire, se al peggio non c’è mai fine, al meglio non c’è neanche inizio.

Ad una ad una, come la sequenza lineare di un effetto domino, le speranze di recuperare oltre un ventennio di politiche devastanti per il nostro sistema di istruzione e di formazione, cadono di fronte a proponimenti che oltremodo mirano a disancorare la centralità che la Costituzione assegna alla scuola e all’università nel nostro sistema democratico, quale fattori primari di cambiamento sociale ed economico, di crescita individuale e collettiva.

“Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca: sì che, com’elli ad una militaro”. È giusto che dove è lodato uno lo sia anche l’altro, così che, come combatterono per una causa, così vengano lodati insieme. Citando il Sommo Poeta, non possiamo esimerci dall’esprimere anche verso questa “nuova” compagine politica, per come abbiamo fatto per le precedenti, le nostre libere valutazioni e il nostro chiaro dissenso verso questi proponimenti.

Or non vi è alcun dubbio che si deve alla Costituzione l’assunzione ad un ruolo fondante della scuola nella nostra democrazia, quale fattore capace di far superare le diseguaglianze sociali ed economiche, creando le precondizioni di pari opportunità tra tutti i cittadini (c. 2, art. 3 Cost.), assegnando alla Repubblica il compito di dettare le norme generali sull’istruzione e di istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi (c.2, art. 33 Cost.), per una scuola aperta a tutti, gratuita per almeno otto anni e assicurando ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi (c. 1, 2, 3 art. 34 Cost.); ma anche il compito di rendere effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso (c. 4, art. 34 Cost.).

Da mera questione amministrativa, la scuola, nel disegno costituzionale, assume una forte rilevanza sociale, non solo deve trasmettere saperi, ma soprattutto deve formare i cittadini di una società democratica. L’ordinamento scolastico, il sistema delle garanzie per i diversi soggetti coinvolti nel processo educativo e nell’organizzazione scolastica diventano essi stessi la “cifra” della democrazia. Significativa, al riguardo, la riserva di legge sull’istruzione, quale chiara clausola di garanzia posta a presidio del pluralismo culturale del Paese, che dovrebbe porre la scuola al riparo da interventi espressi da maggioranze partitiche, da leggi approvate con voti di fiducia, per com’è avvenuto, malgrado il dettato costituzionale, con la legge 107/2015, da leggi delega e tanto più da decretazioni d’urgenza.

Garantire a tutti un livello di istruzione il più possibile qualitativamente e culturalmente omogeneo sul territorio nazionale spetta, dunque, allo Stato e certamente una regionalizzazione della scuola non solo tradirebbe lo spirito e la volontà dei nostri costituenti di assicurare a tutti gli italiani pari opportunità di istruzione, ma accrescerebbe ancor di più quelle fratture territoriali che già sono oggetto di lacerazioni e di discriminazioni sociali. Cosicché accanto ai tradizionali fattori di arretratezza economica e di servizi carenti e inadeguati, si verrebbero ad aggiungere nuove e inedite forme di subalternità e di migrazione scolastica verso quelle realtà regionali economicamente più favorite. D’altronde, tutto questo è già avvenuto con la regionalizzazione della sanità.

Non meno avverrebbe con l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Le due questioni, a ben vedere, altro non sono che due facce della stessa medaglia, lo Stato dismetterebbe il suo ruolo di garante di un sistema pubblico che assicuri a tutti pari opportunità, dando certezza legale ai percorsi di studio, per assumere quelle di soggetto indifferente alle dinamiche sociali e territoriali che interessano la sua comunità.

Ci sarebbe allora da chiedersi, qual è stato il significato della costruzione di uno “Stato unitario”, ma, forse, è proprio l’”unità nazionale” che tali proponimenti intendono contestare?

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