“Ancora circolari ministeriali sull’orientamento, ma quello che viene spesso praticato nelle nostre scuole e dalle nostre università, cos’è? A cosa e a chi serve?”: l’analisi dello psicologo Soresi

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Di Salvatore Soresi, La.R.I.O.S, Università di Padova – Come da mesi già annunciato sono arrivate, nelle nostre scuole, le linee Guida per l’0rientamento 2022-23 che andranno a sommarsi a quelle centinaia di circolari e raccomandazioni che i nostri ministeri dell’Educazione e dell’Università continuano ad emanare da quando, da 1963, è stata istituita scuola media unica, quella che la legge presentava già come ‘orientativa’ e che molti continuano ancora e giustamente a considerare come l’unico evento effettivamente innovativo nella scuola italiana, dalla Costituzione.

Va in effetti riconosciuto a questa scuola il merito di proporsi “di rispondere alle esigenze di una società democratica secondo i postulati di una eguaglianza di occasioni formative per tutti i cittadini favorendo la formazione dell’uomo e del cittadino e l’orientamento dei giovani ai fini della scelta dell’attività successiva” (Gatullo e Visalberghi, 1986, p. 120). Anche sulla scia dei movimenti di protesta della fine degli anni Sessanta, la scuola, da selettiva passò ad essere orientativa; ma se continuano a sfornarsi circolari e linee guida e a parlare così spesso di orientamento e a ribadirne la rilevanza, forse questo sta anche a significare che non ci si considera soddisfatti o per come se ne parla, o/e per come viene generalmente praticato.

In tutto questo, probabilmente, c’entra anche il fatto che da noi l’orientamento, a differenza di ciò che accade nella maggior parte de paesi europei, non è una ‘materia’ presente in ogni ordine di scuola, dalla primaria all’università e non viene affidato a figure professionali specificatamente ed appositamente formate tramite la frequenta a corsi universitari dopo aver magari già conseguito una laurea.

In assenza di competenze specifiche accreditate anche da appositi titoli formativi va da sé che molti possono affermare di ‘fare orientamento’ lamentandosi poi, come sta avvenendo persino all’interno della CRUI e come testimoniano anche gli atti delle ‘Giornate di orientamento’ organizzati a Foggia dalla stessa ‘Conferenza’, che è di fatto poco efficace nei confronti dei fenomeni che da più parti si segnalano come particolarmente preoccupanti, da quello della cosiddetta ‘povertà educativa’, a
quello degli abbondoni, a quello dei NEET e così via via sino a riferirsi a fenomeni particolarmente allarmanti come quelli della ‘fuga dei cervelli’, del precariato, della disoccupazione giovanile e delle crescenti disuguaglianze. Ma siamo sicuri che l’orientamento debba occuparsi di queste problematiche?

Anche nuove guide, in regime di perfetta continuità con quelle già presentate dai Ministri che da almeno una cinquantina d’anni a questa parte si sono succeduti, sembrerebbero suggerire di sì, anche se non portano, a sostegno di questa posizione, precisi ed aggiornati riferimenti teorico-scientifici a proposito almeno del come, del quando, del per chi e da chi si dovrebbero progettare, proporre, realizzare e verificare le possibili iniziative di orientamento, i supporti cioè, alle scelte e alle progettazioni formative e professionali delle persone.

A me sembra che ‘si fa presto a dire ‘facciamo orientamento’, ma realizzarlo trattandolo bene, come dispositivo di prevenzione e di giustizia sociale e rispettando le condizioni necessarie alla sua corretta implementazione è decisamente più impegnativo come cercherò di dimostrare in modo decisamente succinto con queste poche pagine che si propongono unicamente di:
a) di contribuire a differenziare l’orientamento, e in particolare quello che in altre sedi è stato definito 5.0, da altre pratiche, anch’esse importanti, ma che perseguendo altri obiettivi ed utilizzano altre professionalità, procedure e strumenti, non dovrebbero essere confuse con esso (vds, Soresi, 2022; 2022a in press).

b) parlare dell’orientamento ai futuri anche al fine di per dar vita a curriculi che, come suggerisce ormai tanta letteratura internazionale, dovrebbero riguardare la scuola da quella dell’infanzia all’università, ed essere realizzati con percorsi formativi ed attività laboratoriali specifiche funzionali all’incremento delle competenze necessarie per consentire a tutti di partecipare consapevolmente alla vita di quella Società 5.0 verso la quale ci siamo velocemente avvicinando.

L’orientamento a scuola… quello che guarda a futuri desiderabili per tutti

Se l’orientamento è un’altra cosa di esso si dovrebbero poter trovare tracce evidenti soprattutto nelle nostre scuole e nelle nostre università che non dovrebbero accontentarsi di organizzare qualche giornata nel corso delle quali, con magari il patrocinio di qualche impresa e la testimonianza di qualche imprenditore di successo, proporre solo ciò che è facile da prevedere senza cimentarsi ad affrontare, come inviterebbe il ‘modello’ riprodotto nella fig. 2, come trattare le determinanti passate e presenti, come prendersi cura delle preoccupazioni in vista di ‘aspirazioni’, ‘intenzioni’ e ‘propositi’ che
potrebbero condurre a futuri maggiormente preferibili anche se più difficilmente prevedibili.


Mentre nel caso delle scelte e delle opzioni realistiche, quelle a breve termine, si tenderà a procedere selezionando ed restringendo sempre più le opzioni sino a vederci esaurite quelle effettivamente disponibili, come tra l’altro insegnano gli economisti interessati alla cosiddetta ‘utilità attesa’, è opportuno controllare se si sta facendo effettivamente orientamento verificando se, ad esempio:

a) lo si fa vin modo trasparente, esplicitando con chiarezza, con linguaggio operazionale ci piacerebbe poter dire, le finalità e i valori ai quali si ispira e quali dimensioni, costrutti, variabili si intende enfatizzare. A quali teorie e paradigmi scientifici sono ancorate le pratiche che vengono poste in essere? Sono di orientamento? A quali futuri cercano di agganciarsi?

b) ne si misura ed attesta l’efficacia? Quali indicatori sono stati scelti per valutarne l’impatto? Tassi di successo nelle prove di accesso? Incrementi nelle immatricolazioni? diminuzione dei NEET e degli abbandoni scolastici? Numero, quote di accompagnamenti al lavoro di fasce vulnerabili della popolazione, tassi di collocamenti lavorativi a tempo determinato e indeterminato?

c) incrementi delle credenze personali di efficacia, del pensiero critico e strategico, della tendenza ad assumere comportamenti previdenti, dell’attivismo, della capacità di disegnare scenari futuri, della qualità della vita delle persone e dei loro futuri contesti di vita lavorativi, sociali e naturali, della loro partecipazione attiva a progetti comuni, ecc.

Il contributo completo del Prof Soresi

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