Anche i precari non abilitati aderiscono al ricorso per la stabilizzazione

di Lalla
ipsef

Francesca Bertolini Coordinatrice Nazionale Adida – Leggendo la lettera di Barbara Bernardi precedentemente pubblicata, non abbiamo potuto restare indifferenti di fronte alle affermazioni in essa contenute, inesatte e grossolane. Il messaggio infatti sembra voler screditare, anche se indirettamente, l´operato di sindacati e associazioni, tra cui quella che rappresento, in merito ai ricorsi al giudice del lavoro che stanno avviando, e pertanto ritengo sia diritto dell´associazione difendersi.

Francesca Bertolini Coordinatrice Nazionale Adida – Leggendo la lettera di Barbara Bernardi precedentemente pubblicata, non abbiamo potuto restare indifferenti di fronte alle affermazioni in essa contenute, inesatte e grossolane. Il messaggio infatti sembra voler screditare, anche se indirettamente, l´operato di sindacati e associazioni, tra cui quella che rappresento, in merito ai ricorsi al giudice del lavoro che stanno avviando, e pertanto ritengo sia diritto dell´associazione difendersi.

Premesso che le azioni giudiziarie alle quali stiamo facendo riferimento differiscono sia nelle modalità e richieste che nei requisiti minimi necessari per l´accesso,  e che i fondamenti giuridici su cui si basano sono piuttosto complessi, va subito precisato che non vi sono conclusioni semplici e scontate sulla questione e che solo un´accurata conoscenza del fenomeno nel suo complesso può portare ad una valutazione corretta e priva di pregiudizi, non grossolana come quella proposta. Proprio per questo, ritengo che un simile argomento imponga la massima precisione nel fornire tutte le informazioni e spiegazioni necessarie mentre il testo stilato dalla Sig.ra Bernardi non solo non soddisfa tali requisiti ma in alcuni punti è decisamente impreciso.

Ma procediamo con ordine. Innanzi tutto, il 21 gennaio come scadenza per i precari della scuola abilitati e no, di aderire ai ricorsi al Giudice del Lavoro, è un termine inesatto. Vero termine da rispettare è il 22 Gennaio e va inoltre specificato che non è perentorio. Adida ad esempio pur consigliando ad ognuno il rispetto della scadenza sopracitata lascerà aperte le adesioni anche dopo, perché, anzitutto, essa si riferisce all´impugnazione di contratti già scaduti alla data 22 novembre 2010 e non a quelli attualmente in corso o che potrebbero essere stipulati in futuro.

E´ inoltre necessario constatare che difficilmente si può negare la continuità/sequenzialità di un nuovo contratto con quelli precedentemente stipulati, ed in ogni caso, ravvisata l´illegittimità di tale norma e di altre inserite nel Collegato al Lavoro, la legge che ha istituito tale tempistica, si è stabilito di procedere impugnandola.

Nel testo pubblicato dal SISA viene inoltre citata una sentenza pronunziata dalla corte europea che ha portato all´immissione in ruolo di una precaria con più di tre anni di servizio. In realtà non si conoscono sentenze della corte europea che abbiano ordinato l´immissione in ruolo di docenti precari italiani, ma solo sentenze di giudici nazionali. Falsa è anche l´affermazione che viene subito dopo, dove ancora una volta si dice che dopo il 21 gennaio, non si potrà più ricorrere per la scadenza del termine per le ragioni già sopra precisate.

"I ricorsi quale che sia la richiesta quindi: anzianità, scatti, continuità o ruolo sono rivolti essenzialmente, tranne l’ eccezione di un’ associazione, ai precari "abilitati" che negli ultimi 3 anni abbiano avuto dal USP un contratto di lavoro annuale su posto vacante fino al termine delle lezioni ovvero 30/6. Di queste sigle sindacali, alcune fanno ancora più distinzioni, ovvero c’è chi i contratti triennali da far valere per il ricorso li vuole nello stesso istituto, almeno questo è quello che ci ha detto una nostra conoscente iscritta appunto a quella sigla sindacale."

Anche questa affermazione  è purtroppo imprecisa. La normativa italiana sancisce che nelle pubbliche amministrazioni è consentita l´apposizione di un termine su di un contratto solo a fronte di ragioni eccezionali e temporanee. Ma è risaputo ad esempio che il precariato scolastico è dovuto a cause di tutt´altra natura. Per i precari non abilitati sussiste un´aggravante di particolare rilievo. La normativa italiana stabilisce che i precari non abilitati non possono comunque in ogni caso ambire alla stabilizzazione.

Non bastasse Adida ha raccolto le statistiche sull´utilizzo di personale precario da parte del MIUR negli ultimi 15 anni e si sta adoperando per raccogliere anche le statistiche sui pensionamenti, per dimostrare che il Miur da sempre sapeva che i posti distribuiti ai precari della scuola erano in realtà disponibili a tempo indeterminato e che nonostante i tagli che ci sono stati e ci saranno, essi continueranno ad essere disponibili.

La legge 368/01 sancisce in ogni caso che un precario non può essere assunto per un periodo superiore a tre anni o a 36 mesi. Ne consegue che chiunque abbia lavorato per un tale periodo ha diritto ad un risarcimento per via del danno subito a causa dell´illegittima apposizione del termine sul proprio contratto di lavoro, ma che non è da escludersi che anche persone con requisiti di servizio inferiore non possano ricorrere e vedersi risarciti. E´ inoltre necessario precisare che tutti i contratti, siano essi stipulati dagli USP che dalle scuole possono essere considerati "continuativi". Scuole e USP fanno infatti capo al Ministero che è considerato unico datore di lavoro e pertanto, sebbene alcuni sindacati abbiano richiesto che i contratti fossero stipulati presso un unico istituto, in realtà, vista l´ampissima casistica di ricorsi intentati in passato dove i giudici hanno sempre e comunque riconosciuti questo principio, tale requisito non appare affatto necessario.

"Le cifre di spesa per il ricorso poi ci hanno fatto sorridere non poco, non solo per le grande differenza tra quelle proposte, che partono da una base minima di 100 euro per arrivare a cifre più cospicue vicine al migliaio o addirittura in percentuale in base al risarcimento ricevuto, ma anche per la "quasi totale" assenza di informazione ai ricorrenti riguardo le spese che pagherebbero in caso di perdita e dei danni che il Ministero potrebbe richiedere." Premesso che non capisco l´ilarità che li porta a sorridere nell´apprendere delle diverse proposte e prezzi, mi preme precisare un paio di concetti. Come ho detto i ricorsi che si possono proporre sono estremamente eterogenei ed è pertanto naturale che anche i costi possano sensibilmente variare di conseguenza. Chi ricorre singolarmente e al giudice del lavoro ha più possibilità di vittoria, ma ovviamente i costi lievitano e gli stessi variano inoltre in base al tipo di richieste e alla situazione personale del docente ricorrente e quindi alla complessità del testo che il legale dovrà stendere. Non dico che 1.000 € siano pochi, ma si sa che per una causa singola possano essere richiedesti anche importi di molto superiori.
Premesso che i costi proposti da Adida non arrivano di certo a quel picco, mi preme inoltre far sapere che attualmente non sono a conoscenza di associazioni e/o sindacati, tanto meno lo ha fatto Adida, che abbiano proposto tali ricorsi senza mettere i ricorrenti a conoscenza dei rischi,.

"ammesso e non concesso che si ottenga sentenza positiva e la famosa "immissione in ruolo" in quale ruolo verrebbero immessi questi precari, visto che le cattedre vacanti saranno sicuramente in numero inferiore rispetto alle richieste, e non tutte disponibili in quanto il sistema di reclutamento prevede comunque il doppio canale?" Mi limito a far presente che le sentenze emesse dai giudici del lavoro sono immediatamente esecutive. I docenti che faranno ricorso a tale tribunale se mai otterranno l´immissione in ruolo sarà per via dello sfruttamento subito. La maggior parte di loro sono tutt´ora in servizio. Adida ha puntato a dimostrare che i posti c´erano, ci sono e ci saranno. Il Ministero può al limite stabilire di non immettere nessuno in ruolo attraverso il doppio canale ma non può venire meno alle decisioni di un tribunale.

"Anche per quest’anno sono previsti i tagli al personale come si può pensare che il numero delle cattedre, una volta sistemati i perdenti posto, sia congruo a stabilizzare i vincitori?" Come ho già scritto sopra, i tagli saranno per la maggior parte compensati dai pensionamenti. In caso contrario il Ministero può rinunciare a tagliare, o almeno rimandare le sue manovre di un anno o due, e anziché tagliare potrebbe per esempio limitarsi a non assumere nuovo personale ed evitare di sostituire coloro che di mano in mano andranno in pensione.

"Con quali soldi il MIUR e il Min. Dell´Economia risarciranno i ricorrenti dato che a loro detta i soldi non ci sono?" Per coloro che saranno direttamente immessi in ruolo il problema non si pone, hanno diritto a tutto quello che gli spetta e lo Stato ha l´obbligo di recuperare tali somme. Se dopotutto voleva risparmiare ne avrebbe avuto l´opportunità fin da prima. Il Ministero potrebbe comunque con coloro che hanno ottenuto un mero risarcimento economico, barattare lo stesso con un assunzione a tempo indeterminato. Come ho già spiegato i posti ci sono.

"E i poveri precari non abilitati come faranno ad entrare in ruolo se i posti non ci sono per gli abilitati? Ma soprattutto tutti quelli esclusi da questi ricorsi, perchè devono vedersi nuovamente discriminati rispetto ai colleghi?" I ricorrenti che saranno immessi in ruolo, lo saranno in virtù del fatto che un giudice stabilità che questo è ciò a cui hanno diritto. Chi a sua volta possedeva tale diritto e ha rinunciato a ricorrere e ad avere giustizia per se stesso ha forse il diritto di obbligare altri a rinunciare a loro volta?

Per concludere, vorrei esprimere disappunto e sconcerto per un atteggiamento che, più a meno direttamente, tende a negare e coprire anni di sfruttamento del precariato, così come è avvenuto nel nostro Paese, anche da parte di Amministrazioni pubbliche. Al contrario, il numero dei ricorrenti, dovrebbe far riflettere su questo dato allarmante. Ci si dovrebbe chiedere, infine, come mai un Governo che si propone di innovare non diffonda opportunamente notizie riguardanti innovazioni epocali nell’ambito del diritto al lavoro, come la norma che riduce drasticamente il tempo per impugnare un licenziamento da cinque anni a soli sessanta giorni, magari esaltandone la “positività”.

Sicuramente la strada da percorrere è tutt’altro che libera da ostacoli, ma chi ha deciso di far valere i diritti dei lavoratori precari ha scelto di contrastare una prassi che da molti anni in qua ha portato allo sfruttamento di migliaia di persone, nonché norme che continuano a promettere un condizionamento psicologico e esistenziale sulle teste dei lavoratori, costretti a scegliere se opporsi allo sfruttamento o a star zitti, in attesa della possibilità di essere riassunti, mentre il tempo (solo sessanta giorni!) per far valere i propri diritti passa rapidamente…

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