Amuchina, guanti e mascherine, ma per far funzionare la scuola ci vogliono docenti in salute

Dopo aver speso sei mesi a parlare di amuchina, banchi a rotelle, cubatura delle aule e distanziamenti vari, ci siamo accorti per incanto che per riaprire l’anno scolastico, a mancare, erano gli insegnanti. Sempre colpa dei soliti “fannulloni”, oppure si tratta dei docenti più vecchi d’Europa, male in arnese (oggi li definiamo “fragili”), demotivati e impauriti dal concreto rischio di un contagio?

Inutile dire che tra l’opinione pubblica prevale come al solito la prima tesi, corroborata dal fatto che non tutti “gli sciagurati” vogliono per giunta sottoporsi ai test sierologici. Da sempre gli insegnanti vengono vissuti come “problemi cui chiedere delle soluzioni”.

A nessuno viene invece in mente che stiamo semplicemente raccogliendo i frutti di una trentennale politica istituzionale dissennata, contro la categoria, in un silenzio sindacale assordante. Forse vale la pena spiegarsi meglio. È adeguato il trattamento economico dei docenti? Sono i più poveri d’Europa. Viene regolarmente rinnovato il loro contratto alla scadenza? L’ultimo è già scaduto e il penultimo è stato firmato ben nove anni dopo il termine. La politica previdenziale attuata è ponderata? Nel giro di vent’anni siamo passati dalle insostenibili baby-pensioni alla riforma Fornero (in pensione a 67 anni) senza alcun controllo cautelativo sulla salute della categoria professionale. Sono ufficialmente riconosciute le malattie professionali degli insegnanti?
All’alba del terzo millennio si preferisce seppellire la categoria con i soliti nefasti stereotipi, arrivando addirittura a vietare, agli stessi sindacati, l’accesso ai dati sulle inidoneità all’insegnamento in mano alle istituzioni (Ufficio III Ministero Economia e Finanze). La lista è indubbiamente ancora lunga ma vale la pena soffermarci su alcune riflessioni circa l’attuale scenario pandemico.

  1. La pandemia ci riporta ai fondamentali che abbiamo completamente perso: l’architrave della scuola è costituita dal corpo docente e non da banchi, aule e persino alunni che ne sono parte integrante. La scuola è passaggio di sapere/conoscenza e il suo regista è l’insegnante.
  2. Per avere fondamenta salde, la scuola deve innanzitutto disporre di personale sano, adeguatamente protetto dalle patologie professionali, retribuito e motivato adeguatamente, infine assistito da una giusta politica previdenziale. Più che mai in tempi di crisi.
  3. Nessun politico o istituzione si è mai occupato della salute degli insegnanti. Neanche l’attuale ministro, pur essendo insegnante/dirigente e provenendo direttamente dal mondo della scuola. Costei – come tutti prima di lei – non ha minimamente posto la debita attenzione alle malattie professionali per implementarne la prevenzione (tutt’oggi non finanziata nonostante gli obblighi di legge imposti ai dirigenti scolastici col DL 81/08).
  4. L’ultima riflessione è forse la più amara. Se anche gli stessi insegnanti, pur nella veste di ministro, non si accorgono che la loro professione deve essere tutelata a cominciare dalla salute professionale, significa che il nodo della questione risiede nella mancata informazione del rischio. Occorre pertanto ottenere subito i dati negati dal MEF, processarli e divulgare i risultati a docenti e opinione pubblica. La consapevolezza dei rischi professionali indurrà – si spera – i governanti ad agire di conseguenza di fronte all’evidente urgenza.

Ad accorgersi che qualcosa non ha funzionato anche Alessandro D’Avenia sulla sua rubrica (Corriere della Sera del 14.09.20) titolata per l’occasione “Crisi di nervi”: “Si parla da mesi dei banchi e del loro distanziamento, necessità risolvibili con un po’ di competenza e buon senso, invece questi discorsi hanno occupato, fino al ridicolo, tutto lo spazio che dovevamo impegnare… a far crescere: le vite di maestri e studenti. L’epidemia dell’incompetenza, di fatto, a scuola c’è da anni.

Quattro esempi tra i tanti: dal 1999 solo tre concorsi per reclutamento (per legge dovrebbero essere triennali), l’anno scorso 150mila (quest’anno si toccheranno le 250mila) cattedre scoperte su 850mila (precari e supplenti costano meno), 15% di abbandono scolastico, insegnanti di sostegno insufficienti”. Dopo aver individuato nell’incompetenza la causa dei mali, sembra poi aggiustare il tiro: “Sono gli effetti di un sistema sempre in ritardo e non regolato sulle persone, ma su criteri asetticamente economici e interessi politici…- quindi amaramente conclude: “Quanti studenti e maestri si spengono perché nessuno si occupa veramente di loro, mettendoli in condizioni di insegnare e imparare come si deve?

Il malessere è prima ancora «mal essere». Ed è proprio da questo mal-essere che dobbiamo ripartire, riconoscendo innanzitutto quell’esaurimento psicofisico determinato dall’insegnamento, anche e soprattutto quando svolto per passione. Capire la realtà, anziché negarla ostinatamente, porterà di conseguenza alla tutela della salute, all’adeguata retribuzione, al giusto trattamento previdenziale. La scuola non lo chiede più, oggi, lo esige.
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