Amo i miei ragazzi e ogni anno li abbandono con l’amaro in bocca. Lettera

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Inviata da Aurora Aversa – Carissimi, In un tempo non ordinario tra covid e guerre, in un momento storico in cui la scuola si assume il compito extra-ordinario di curare le ferite di una generazione confusa e impreparata, in un tempo di improvvisazione affidata alle qualità personali più che ai vetusti programmi, si gioca la partita di un concorso programmaticamente ordinario, fatto di nozionismo, fortuna, impersonalità, con una visione della scuola quasi surreale, evidentemente affidata a chi -nella stessa- non ha mai messo piede.

E vedo colleghi giovanissimi, colti e pieni di entusiasmo, cadere davanti a domande improbabili: la loro unica certezza è che della scuola faranno comunque parte, ma non sono invitati ad entrarvi dalla porta come meriterebbero, bensì da accessi meno dignitosi.

E allora mi chiedo quale logica schizofrenica sia celata dietro l’atteggiamento di chi fa entrare gli invitati dalla finestra, di chi chiede a tutti di portare avanti il proprio dovere differenziandone aprioristicamente i diritti, di chi ritiene opportuno affidare generazioni confuse ad ottimi insegnanti a tempo determinato, di chi sacrifica l’entusiasmo sull’altare del nozionismo.

Sono una docente precaria, amo i miei ragazzi, me ne innamoro (ricambiata) ogni anno, e ogni anno puntualmente li abbandono con l’amaro in bocca…perché se è vero che io perdo quella stabilità che è funzionale ad una vita dignitosa e progettuale, è altrettanto vero che a loro sta arrivando un messaggio orribile: che le cose belle si perdono, che non devono affezionarsi a chi li cura ogni giorno, che non possono fidarsi di un sistema che permette tutto questo.
Ed è ora che qualcuno se ne accorga…

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