Alunno fece pipì nel cestino, la punizione fu lavorare con i bimbi. La preside: “Il ragazzo è cambiato”

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I lavori socialmente utili per chi si “macchia” di fatti violenti o incresciosi trovano la loro applicazione già da diverso tempo. 

Così come segnala il Corriere della Sera, in un istituto scolastico di Padova, la dirigente scolastica ha svelato un episodio che si è verificato qualche anno fa.

Accadde un giorno che un ragazzo chiedesse al professore di andare al bagno e il docente gli negasse il permesso, dal momento che era in corso una verifica. Allora il ragazzo si alzò, si mise davanti al cestino e vi urinò dentro. Alla richiesta di spiegazioni rispose: “Prof è colpa sua, le avevo chiesto di andare al bagno”.

“Lo studente, maggiorenne e quindi imputabile di reato — spiega la dirigente scolastica— aveva messo in atto un’azione talmente fuori degli schemi che nessuna delle punizioni da regolamento poteva fare al caso. Doveva, anche la scuola, osare l’inosabile”.

Di qui la decisione, scrive la dirigente scolastica: “Trovai il sostegno del dirigente dell’Ufficio scolastico di allora che coinvolse una cooperativa che ospitava, nel pomeriggio, bambini di famiglie in difficoltà. Il ragazzo andò per un periodo a sistemare il giardino e, quando gli operatori si resero conto che potevano fidarsi, anche a giocare coi bambini. Per lui l’esperienza fu così importante che continuò a frequentare la struttura anche a fine pena”.

“L’idea che ci ispirava era che lo studente che ha infranto la regole deve ricevere, al contrario, un’occasione di sperimentare il suo valore — continua la preside — in una situazione in cui non è riconosciuto come il bullo o lo zimbello, ma una persona capace di gesti positivi e gratificanti”.

Sulle parole del ministro, la dirigente scolastica afferma: “Il ministro è incorso in uno scivolone grave, esprimendosi per luoghi comuni su un tema molto delicato che ha dimostrato di non conoscere realmente. L’adolescenza è una fase in cui non c’è ancora marginalità consolidata, non c’è il delinquente abituale, è una fase di sperimentazione in cui capita di incorrere in errori. Il ministro non si sarebbe espresso così se avesse considerato che sulla scena della mancanza disciplinare c’è, in genere, più di un attore: pensiamo per esempio che l’idea di essere considerato “una spia” trattiene dal denunciare il responsabile anche se è noto. Si dovrebbe riflettere sulla portata di questa riserva nei confronti della legalità”.

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