Alunni scrivono un dizionario alla maestra perché capisca l’egiziano [INTERVISTA]

di Vincenzo Brancatisano
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I suoi alunni hanno scritto un dizionario con i termini egiziani, accompagnati da una traduzione e dalla loro pronuncia. Poi lo hanno regalato alla loro maestra affinché le fosse facilitato il compito di parlare e di farsi comprendere dai suoi due nuovi alunni appena arrivati dall’Egitto.

Strumenti compensativi. Per una volta sono stati i bambini a darli alla maestra. Lei si chiama Antonella Meiani, una vita trascorsa tra i banchi dell’Istituto comprensivo Giacosa di Milano, conosciuto come la scuola del Parco Trotter, oggi frequentata in maggioranza da bambini stranieri di seconda generazione, nati in Italia da genitori provenienti da Paesi diversi. Loro sono due bambini appena giunti dall’Egitto. Come succede in questi casi, i bambini neoarrivati non conoscono la nostra lingua, ed ecco le prime difficoltà. Per fortuna in classe, la 5 E, ci sono tanti bambini bilingue di diverse nazionalità, compresi bambini con cognome egiziano, che le fanno da interprete. “Mi hanno aiutato nella pratica”, spiega la maestra.

Che a quel punto chiede loro la traduzione di paroline semplici ma significative, importanti per gettare un ponte di empatia con gli alunni, per farsi riconoscere, per mostrare loro il pieno riconoscimento e con esso la serenità necessaria per l’avvio del percorso educativo. “Ditemi come si dice bene, come si dice colora, come si dice grazie, come stai, prego”. E via con le traduzioni. “Ma allora, se le scriviamo un po’ di queste parole?”, si propongono loro.

Così, racconta la maestra, “nell’intervallo si sono messi a creare questo dizionario”. Ed ecco il vademecum. Con tante parole e frasi, con la traduzione e anche la pronuncia. Antonella Meiani, ormai vicina alla pensione, come lei ricorda, è autrice di sussidiari e di libri di lettura per bambini. Ora è impegnata nella stesura di un volume di Educazione civica. E’ animatrice del manifesto “E tu da che parte stai? Umanità o indifferenza”, nato a Milano nei primi mesi del 2019, da un gruppo di donne e uomini sensibili al tema della felicità di bambine, bambini, ragazze e ragazzi, e impegnati quotidianamente per la loro crescita a scuola, nei quartieri e nelle città.

E’ pure conosciuta per il suo libro “Tutti i bambini devono essere felici. Storia di un maestro e della sua scuola”, edito da Terre di mezzo: “Stare a fianco di ognuno di loro. Incitarli, coccolarli, consolarli, asciugare le loro lacrime, blandirli, spronarli, aspettarli. E, se necessario, ricominciare da capo. Senza mai, neppure per un istante, pensare di rinunciare e di abbandonarne anche uno soltanto”: questo emerge dal volume. Sui libri scolastici è convinta che serva “un linguaggio che sia accessibile ai dislessici, senza tante subordinate. L’alta comprensibilità dei testi scolastici è fondamentale e richiede molta fatica e impegno”. Figurarsi per i bambini stranieri, appena arrivati nelle nostre aule.

Maestra Antonella Meiani, torniamo al dizionario. Com’è andata quel giorno?

“Se la ridevano alla grande quando pronunciavo i nuovi termini. Quando il bambino mi ha sentito che pronunciavo la parola mashi (bene) ha sorriso. Poi all’uscita da scuola ho visto che lo diceva alla sua mamma. Per lui questo era stato un contatto importante. Qualche giorno dopo mi hanno consegnato questo vocabolarietto. C’era una grande contentezza nei due bambini. E’ stata una sorta di gioco molto empatico, per la carica emotiva e per il riconoscimento che ho dato a questi bambini”.

A quel punto lei ha fatto un post per rendere pubblico questo avvenimento. Che cosa l’ha spinta a scrivere il post? E quali parole hanno scelto i bambini nel redigere il dizionario?

“Ho fatto il post perché sono stata molto colpita dall’ordine delle parole che hanno scelto. Hanno messo uno, due, tre, perché insegno matematica, e poi la parola colore, la frase hai capito, e altre. Con la scelta delle parole i bambini hanno dimostrato di aver capito le mie esigenze e io le loro. Hanno fatto un grande capolavoro. Di strumenti ce ne sono tanti in libreria, sono molto di servizio. La cosa che mi ha colpita è il fatto che volesse essere uno strumento non per risolvere i problemi ma per risolvere le esigenze del momento, con parole di accoglienza”.

Quali sono state le reazioni? È stata invitata in trasmissione da Gramellini, ma è stata pure contestata sui social.

“Quando ho pubblicato il post mi son trovato addosso ottocento commenti e solo quindici che dicevano che non dobbiamo essere noi a imparare l’arabo ma loro l’italiano. Oppure: lei andrebbe licenziata! Sono rimasta colpita dal fatto che i detrattori fossero minoranza”.

Tornando al dizionario. Lei ha parlato di strumenti compensativi. E stavolta gli strumenti sono indirizzati ai prof.

“Già. Perché come noi diamo loro il computer, le schede, le mappe, tutti strumenti pensati per gli alunni Dsa, loro hanno dotato me di uno strumento che mi facilitasse lo stare in classe. Ho fatto tanti corsi di Italiano ai bambini stranieri i questi anni. Una cosa che mi ha colpito molto è che per sapere una lingua capace di consentire di studiare in una scuola ci vogliono almeno sei anni. Per riuscire a studiare in un libro ci vuole una quantità pazzesca di tempo. Ma tutti pensano che appena si riesce a capire l’Italiano si riesca a capire ciò che si deve studiare. Non è così. Occorre dare dei testi estremamente semplici. Ma nessun editore è disposto a investire perché, in proporzione, nelle scuole sono pochi gli alunni stranieri. E poi gli insegnanti fanno fatica a gestire libri diversi, manca la cultura della didattica differenziata che invece sta prendendo piede moltissimo. Ma insisto: bisogna rendere accessibile il sapere”.

Lei sostiene che grazie a una buona scuola noi riusciremo a formare buoni cittadini

“Nel mio libro “Tutti i bambini devono essere felici. Storia di un maestro e della sua scuola” ho scritto che nella scuola loro respirano il primo modello di comunità, con senso di appartenenza e di collaborazione. Questo dipende dal modello che i docenti offrono ai bambini. E’ un bagaglio che non perderanno mai. Se è un bagaglio buono che insegna a vivere la comunità in maniera significativa loro lo manterranno come qualcosa di importante. Quello che si fa a scuola è veramente la prima base per decidere se questi bambini saranno dei buoni cittadini. Se io penso alla rabbia che covano quando si sentono esclusi, trascurati, privati della loro casa, della loro lingua… Io non voglio far crescere dei cittadini rabbiosi. Voglio che diventino dei cittadini felici, in una comunità per quanto diversa dalle loro origini. E’ frustrante essere tutti i giorni vittime di esclusione, di razzismo: stiamo attenti, ché rischiano di diventare delle persone che ci restituiranno tutto il male che sentiranno. Pertanto io credo che tutti dovremmo investire su questo obiettivo”.

Anche i detrattori?

“Sì, anche loro dovrebbero voler investire sulla scuola in maniera incondizionata”.

Lei dice che i bambini ci salveranno.

“Io sono convinta che dei bambini che crescono felici – non bambini allegri a tutti i costi, ma bambini che si sentono riconosciuti – saranno degli adulti che ameranno i loro simili perché sono cresciuti in un clima positivo. Certo, non abbiamo garanzie, chiunque potrebbe da grande diventare delinquente, hanno una famiglia che incide sulla loro crescita, non c’è solo la scuola. Ma io non voglio che questo succeda solo perché il bambino era cresciuto nel non riconoscimento”.

I bambini possono insegnare ai grandi?

“Devo dire che a scuola io imparo da loro. Sono geniali, stanno crescendo in un mondo diverso da quello in cui siamo cresciuti noi. Io mi lascio stupire ed emozionare dai bambini. Con il loro dizionario loro mi hanno restituito molto di più rispetto a quello che io ho dato loro. I bambini sono una promessa del futuro e se hanno gli stimoli giusti possono insegnare molto a noi. Sanno esser cattivi anche loro, ma non fanno caso a quello a cui facciamo caso noi. La disabilità, gli stranieri, il modo di vestire, le tradizioni diverse: per loro sono cose normali”.

E’ bello che gli studenti si facciano chiamare per nome, che la maestra li riconosca, che parli nella loro lingua.

“È una forma di riconoscimento. Perché questa cosa è importante: i bambini hanno bisogno di essere visti”.

Un bisogno che sembra sempre più pressante.

“E’ vero. Lo è sempre di più perché i bambini vivono in famiglie distratte, o molto stanche o occupate, con fragilità sempre più accentuate. Magari certi bambini sono al centro delle loro attenzioni, ma i bambini vogliono essere riconosciuti per le loro incapacità, per la loro originalità, non per le aspettative dei genitori”.

Ci sono molti stranieri nella sua scuola?

“Tantissimi. Nella scuola del Trotter il 70 per cento dei bambini magari è nato in Italia ma presenta biografie migratorie particolari. Vanno avanti e indietro dalla Questura spesso con i genitori a rinnovare i documenti. In una mia classe, su 21 bambini, c’è una sola figlia di genitori italiani e un’altra, figlia di una coppia mista, ma sono quasi tutti nati in Italia. Devono sentirsi bene non solo nei muri della scuola, ma anche nei quartieri”.

Esiste il problema religioso, e quello delle tradizioni: la mensa, il Presepe?

“Noi affrontiamo tutto sempre con il dialogo. Si pensi al Ramadan: loro hanno spesso delle diete religiose, però sono tutti disinvolti. Il Ramadan ad esempio evitano di farlo nei giorni delle gite perché si stancano”.

Le famiglie collaborano sul saltare il Ramadan in questi casi?

“Sono proprio loro a proporlo”.

E il Presepe?

“Noi facciamo solo l’albero di Natale. Il problema non si pone. Se c’è è una questione di dialogo”.

Lei è autrice di un libro “Tutti i bambini devono essere felici”. Com’è nato quel titolo?

“Era una frase inventata dai bambini nella giornata dei diritti. Quel giorno una bambina ha detto questo e l’ho catturato come titolo. Nel racconto del modo di fare scuola di Paolo Limonta e mio ci siamo interrogati sul bisogno dei bambini di essere riconosciuti. Il bisogno dei bambini di stare bene a scuola e di esser felici è il nostro motto. Sono severa e pretendo molto ma loro si sentono apprezzati e desiderati”.

C’è gratitudine da parte dei genitori?

“Ce n’è molta. Anche perché coinvolgiamo molto le famiglie. Richiamiamo molto i genitori sulla necessità di fare comunità. Di solito questo ha un riscontro incredibile, tanto è vero che frequentiamo bambini che ora hanno 25 anni”.

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