Alunni maltrattati, responsabilità personali e istituzionali. Lettera

di redazione
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Inviato da Fernando Mazzeo – Il caso della maestra accusata di presunte aggressioni verbali, fisiche e psicologiche, nei confronti di piccoli studenti, deprecabile fenomeno in costante aumento, turba le nostre coscienze, deturpa la scuola e offusca l’operato cosciente e responsabile di tanti educatori ed educatrici.

Senza alimentare una inutile quanto inopportuna e dannosa “caccia alle streghe”, forse, può risultare utile interrogarsi sul perché della diffusione di tali inaudite e presunte violenze, in particolar modo, nella Scuola dell’Infanzia e nella Scuola Primaria e, soprattutto, in un periodo storico in cui dovrebbe esserci una significativa e maggiore conoscenza e presa di coscienza delle problematiche dei bambini.
Le più importanti riforme scolastiche di questi ultimi anni, in sintonia con la migliore tradizione pedagogico-educativa-didattica del nostro Paese, puntano a rafforzare gli standard qualitativi, cercano di delineare una scuola di alto profilo ed assegnano all’ istituzione scolastica in genere, un ruolo educativo strategico, chiamata a stimolare, valorizzare e rispettare le potenzialità di ogni ragazzo: indicazioni e norme sono tutte a vantaggio e a tutela degli alunni.
Perché allora questi buchi neri, questi corto circuiti in maestre con una più che trentennale e, nella maggior parte dei casi, onorata esperienza didattica? Per rispondere a questa domanda occorre partire da alcuni orientamenti e scelte di politiche scolastiche che hanno sottovalutato e trascurato, per questioni di carattere economico o, se vogliamo, di razionalizzazione della spesa pubblica, i rischi della verticalizzazione, rinunciato ad una specifica e autonoma organizzazione dell’educazione infantile e primaria e all’ utilizzazione di risorse, competenze ed esperienze didattiche collegiali per integrare e supportare il quadro cognitivo, emotivo e affettivo particolarmente complesso di alcuni alunni, attenuare alcune inevitabili tensioni, la severità, l’isolamento, lo stress e la volontà di dominio di alcune maestre.
Soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, l’ipotesi del gruppo docente fondato su competenze complementari polivalenti in grado di affrontare sia l’insegnamento collettivo, sia l’insegnamento individualizzato, sia l’intervento a favore dei soggetti in difficoltà, potrebbe costituire una evoluzione organizzativa di compiti e funzioni, un disegno educativo integrato, a garanzia del superamento del potere assoluto delle singole insegnanti, del recupero dell’entusiasmo e di tutto ciò che potremmo definire una cultura, una fede, una speranza, un’attenzione, un amore
nei confronti dei piccoli, anche quando ti fanno arrabbiare.
I ragazzi che un tempo si guidavano con significativi e severi sguardi paterni, oggi, nella maggior parte dei casi giustificati dalle famiglie, appaiono indisciplinati, rumorosi, poco allenati al silenzio e al dominio di sé e, soprattutto, disattenti al gusto e al piacere delle buone azioni, ai piccoli esercizi di rispetto, gentilezza, puntualità e bontà. Atteggiamenti e comportamenti che, istintivamente, spingono i docenti ad avere un inutile quanto inefficace pugno di ferro (minacce e punizioni sono come un muro di bronzo contro il quale il ribelle si romperebbe inutilmente la testa. Rousseau) e, sotto l’aspetto psicologico, mettono a dura prova la calma e la pazienza che un bravo decente, padrone della legge morale, non dovrebbe mai perdere.
In altre parole, senza giustificare o fornire alibi e senza alcuna pretesa di dare risposte esaustive al problema, occorre riconoscere che la specificità e la complessità di questi segmenti dell’età evolutiva (3-11 anni), la distanza tra sistema familiare e sistema scolastico, le crescenti difficoltà a controllare e a dominare nei piccoli i muscoli della voce (gli strepiti delle scolaresche sono ormai il carattere distintivo di ogni ambiente educativo), il costante aumento di Disturbi di Attenzione e Iperattività (ADHD), Disturbi Oppositivi Provocatori (DOP) e lo stress, generano non pochi problemi nella gestione della classe.
Per questo motivo, Infanzia e Primaria non possono fare a meno dell’ apporto di figure polivalenti seriamente impegnate nello studio di soluzioni didattiche alternative per dare vita, senza risentimenti o indignazione, ad una evoluzione organizzativa a favore e a tutela di tutti i soggetti anche di quelli più indisciplinati.
Per evitare debolezze e devianze educative che fanno male ai bambini, occorre una coerente ed equilibrata “opera di ingegneria curricolare”
capace di valutare attentamente ogni criticità, di differenziare il tempo scuola dal tempo formativo, di non sovrapporre l’ordine intellettuale (profitto) con l’ordine morale (comportamento), spesso, erroneamente, si configura l’alunno non bravo con l’alunno vivace, e predisporre adeguati interventi, interni ed esterni, per ottundere eventuali rigidità.
Inoltre, i suggerimenti che vengono dalla nostra tradizione pedagogica e da autorevoli studiosi, hanno sempre sostenuto la legittimazione
di un precipuo “coordinamento pedagogico” dell’istruzione primaria, la necessità di un maggiore sostegno agli operatori scolastici e dato
peso alla formazione, all’ aggiornamento, alla sperimentazione, alla ricerca e alla co-gestione di interventi educativi e formativi
che comportano un notevole dispendio di energie fisiche, intellettuali, emotive e affettive nei confronti di personalità sempre più complesse.
Purtroppo, la legge 97/1994 che istituisce gli Istituti comprensivi, la legge 59/97 che definisce i criteri generali dell’autonomia delle
scuole e la legge 107/15, hanno, di fatto, attenuato i caratteri differenziatori della scuola del bambino rispetto alla scuola del
fanciullo, del preadolescente e dell’adolescente, uniformato i percorsi formativi di tutto il personale docente e impoverito l’ attenzione per le diversità e per le differenze. In questa prospettiva, il principio dell’indipendenza istituzionale della scuola dell’infanzia e della scuola Primaria e il pluralismo formativo, costituiscono, non un nostalgico ritorno al passato, ma una sorta di leva promozionale a vantaggio della permanente elevazione professionale delle educatrici, in una prospettiva di aggregazione e cooperazione capace di facilitare il solidale impegno
nel comune lavoro.
A malincuore bisogna dire che la legge, questa nobile signora che Plutarco chiamava “Regina dei mortali e degl’immortali”, ordinata al
bene comune, che abbia “communitatis curam”, che si prenda cura dei bambini e delle loro famiglie, è sempre più confusa e incerta,
non riesce a determinare un corretto agire educativo, a fornire un efficace impianto strutturale ad una comunità educante che necessita, oggi più che mai, di essere affrancata da significative precarietà relazionali che generano abusi che fanno tanto male alla
scuola e ai bambini.

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