Alunni disinteressati perché gli insegnanti sono incapaci di “reinventarsi”? Lettera al mio Dirigente Scolastico

di redazione
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Rossella Sansone – Egregio Signor Dirigente, ormai si sarà abituato a questa mia forma un po’ demodé di comunicare: la carta scritta è un vizio che non riesco a perdere…. …..sarà l’età!

E anche questa volta scuserà qualche errore di forma e qualche involontaria scortesia, tutte cose dovute alla foga e al bisogno di esprimere il mio pensiero “senza filtri”, anche se con il dovuto rispetto.

Ho molto meditato, dopo i nostri scambi di opinione nei consigli di classe arricchiti dalla sua presenza ( a proposito, questo tempo da me impiegato oltre quello previsto per gli incontri, non è computabile nel monte delle 80 ore, vero ?!?!?!….ovviamente è una battuta) ed ho dovuto ammettere, mio malgrado, che lei ha ragione.
Quasi su tutto.

Ha ragione nel ricordare che l’interesse è la molla indispensabile nell’acquisire il sapere e che ciò che si impara ‘divertendosi’ rimane fisso e saldo nella memoria.
Ha ragione nel sostenere che spetta a noi ‘scuola’ trovare le idee giuste perché ciò avvenga e saperci reinventare ogni volta.
Ha ragione, soprattutto, nel dire che non possiamo oberare le famiglie, seppure esse siano largamente responsabili dell’educazione dei propri figli, di compiti e ruoli che spettano alla scuola per investitura istituzionale e che non sono delegabili ai genitori.

La consegna che in questa meditazione mi sono posta era la risposta alle problematiche sollevate dagli insegnanti e le soluzioni percorribili. Sempre che le avessi trovate.

Per prima cosa, ho ripensato alla mia esperienza. Quella da alunna, non da insegnante.

La mia esperienza scolastica è stata felice a tutti i livelli: la classe era esattamente il posto dove volevo trovarmi, i compagni erano i fratelli che, purtroppo, non avevo a casa e i professori erano i modelli a cui mi sarebbe piaciuto somigliare da adulta.
Per lo meno, la maggior parte.
Studiavo volentieri, anche se non sono mai stata una ‘secchiona’, e ciò mi dava sia una gratificazione immediata (la lode o il sorriso dei miei genitori ed insegnanti), che la consapevolezza che il tempo impiegato nello studio non fosse perso e sottratto ad altre attività più allettanti e remunerative, bensì investito nel progetto del mio futuro che speravo fosse, questo sì, allettante e remunerativo.
I miei insegnanti non hanno avuto il problema di doversi reinventare per me: erano a posto così, mi hanno insegnato quello che mi è servito e ancora oggi, per molti versi, sono i modelli a cui mi ispiro.

Sono stata decisamente molto più fortunata dei miei alunni.
Tra loro, nonostante mi sforzi, non riesco a vedere, escluso che per qualche ‘mosca bianca’ (che per questo viene derisa e ghettizzata dai compagni/fratellastri), né la gioia di stare in classe, né la voglia di imparare.
Capisco anche di non poter essere un modello per i miei alunni.
Sicuramente non sono un modello estetico, ma neanche sociale, visto la marginalità in cui ci relega, con sufficienza, la società odierna.

Prima i maestri erano le autorità nei paesi e condividevano l’apprezzamento sociale con preti, dottori e carabinieri.

Adesso, nell’immaginario collettivo dei nostri alunni, siamo tutti o quasi nello stesso ‘limbo’ di sfigati, ben distanti dai primi posti saldamente occupati da veline, calciatori, furbetti di turno e ‘simpatiche canaglie’.

Del resto, i giornali e le scelte politiche dei governi che si susseguono non ci aiutano certo a recuperare la dignità persa, perché, nella nostra categoria, il “quantum” lavorato è difficilmente apprezzabile, dati i risultati. E quelli ci rimandano sempre in fondo a tabelle di valutazione che non abbiamo collaborato a strutturare e che se ne fregano dell’unicità dell’alunno/persona.

Per altro, non è una consolazione costatare che i nostri alunni (escludendo le solite ‘mosche bianche’) non accettano come modelli neanche i loro genitori, anch’essi bollati come sfigati,mediocri, deboli, quando non addirittura babbei.

Mi sono resa conto che, in questo cambio generazionale, si sono perse alcune parole-chiave, che prima costituivano la struttura solida della scuola/fucina del sapere e che la rendevano autoreferenziale, e con esse la possibilità di indirizzare la crescita dei nostri giovani verso obiettivi culturalmente apprezzabili e socialmente etici.

Ad esempio, i nostri alunni non conoscono il significato della parola sacrificio. Forse, solamente i nostri genitori, che non ci sono più, potevano dire di aver veramente fatto sacrifici, mentre noi li conosciamo solo per sentito dire, ma, evidentemente, non siamo stati bravi a passare il messaggio, se adesso questa parola per i giovanissimi non ha alcuna valenza.

Purtroppo essi non condividono con noi il significato da dare al termine bellezza: per loro essa ha legami solo con l’immagine, il fitness, la moda e soprattutto la ricchezza. Nessuna possibilità di connessione con la poesia, l’arte, l’architettura, il teatro, la musica, i sentimenti, la modestia e l’altruismo.

Non sanno cosa vuol dire meritocrazia né pazienza, perché da sempre sono abituati a ricevere tutto e subito.

La scuola/chioccia e permissiva, nel maldestro tentativo di essere evoluta e benvoluta, per non farsi tacciare di nozionismo e autoritarismo, ha talmente ridotto i contenuti e stringato i programmi, accettato alibi e sdoganato certificazioni, che oggi si ritrova ostaggio di tutti i limiti e le censure che ha incautamente collaborato a costruirsi intorno.

E in ciò, non può neanche contare sulla solidarietà delle famiglie che, pur essendo corresponsabili di tale situazione, non lesinano critiche e condanne.

Mi scusi, signor Dirigente, mi sono fatta prendere la mano e mi sono persa nella foga di quella che doveva essere solo la prima parte del compito che mi ero prefissa. Questa lettera rischia di diventare troppo lunga, noiosa e inconcludente.

Ritorniamo al punto: il non condividere passioni, interessi comuni, elementi chiave del linguaggio, gusti o preferenze con questa nuova generazione, capisce bene, può rivelarsi un ostacolo sostanziale nell’inventare sempre nuove strategie che rendano ‘divertente’ la lezione, senza contemporaneamente snaturare gli elementi che permettano di raggiungere quei risultati culturalmente apprezzabili e socialmente etici cui sopra facevo riferimento.

Sono sicuramente meno preparata di lei nell’ambito di metodologie e termini legati a programmazioni, compiti unitari in situazione, unità di apprendimento, eccetera,ma, in sostanza, almeno guardando le prove invalsi che annualmente ci propinano, sembra che, alla fine del corso di studi che riguarda noi, i ragazzi debbano:

– sapere leggere e capire un testo italiano abbastanza articolato, sia dal punto di vista lessicale che sintattico e saperlo riferire in maniera concisa e corretta;
– avere acquisito gli strumenti matematici per la soluzione di problemi di media difficoltà e le conoscenze tecnologiche principali;
– riuscire a relazionarsi anche con persone straniere attraverso la conoscenza basilare delle lingue inglese e francese.

Anche l’affinamento del gusto estetico attraverso lo studio e la pratica dell’arte nelle varie sue accezioni e la cura della forma fisica riguardano lo sviluppo armonico della persona, specie in questo periodo formativo.

Dobbiamo purtroppo confessare che, nostro malgrado, non tutti gli alunni che escono dalla nostra, come dalle altre scuole, hanno raggiunto questi obiettivi, se non in maniera parziale e spesso insufficiente.

E gli insuccessi che caratterizzano i primi anni delle scuole superiori ne sono testimonianza.

Poi subentra la dispersione dei tanti che non terminano con un diploma la loro carriera scolastica.

Per completare l’analisi della nostra scuola in generale, basta pensare a quale imbarbarimento del linguaggio stiamo assistendo, inermi o conniventi.

Io credo che i nostri alunni siano come delle piante rampicanti: se durante la loro crescita, non sono guidati, indirizzati e fermati con interventi mirati e non sempre ‘divertenti’, che permettano ai loro rami di distribuirsi in maniera armonica sul muro da ‘scalare’, ma vengono lasciati liberi, in balia di venti che ne strappano foglie e rami, si rischia di minare la loro naturale crescita, o che non crescano affatto e siano, alla fine,‘vinti’ dalla vita.

Perché non proviamo noi per primi, nella nostra scuola, ad andare un po’ contro tendenza, visto che i risultati ottenuti finora non soddisfano nessuno e le attuali premesse non sembrano farci pensare a un miglioramento sostanziale, se continuassimo su questa china?

Dal prossimo anno, potremmo assicurare alle famiglie che non saranno più promossi alunni se non ritenuti in grado di affrontare serenamente la classe successiva o una scuola superiore, anche se questo dovesse comportare una grossa percentuale di bocciati in ogni classe.

Potremmo garantire che il malcostume o lo scarso rispetto delle regole, imperante in ogni contesto sociale, da noi non sarà tollerato, anche a costo di interventi poco popolari.

Potremmo dire a quelle famiglie che si sentono incapaci di atteggiamenti severi nei confronti dei loro figli,che troveranno spunti interessanti nella nuova organizzazione della nostra scuola.

Potremmo fare capire ai nostri alunni, in maniera adeguatamente proporzionata alla loro età, che nella vita ci si deve impegnare e che il lavoro paga più della furbizia.

Potremmo far capire che l’importante non è non cadere mai, ma essere in grado di rialzarsi, magari anche con qualche esperienza in tasca.

Potremmo informare le famiglie che la scuola non permetterà più, escluso per casi eccezionali o per esigenze della famiglia stessa, che gli alunni possano uscire prima della fine dell’orario scolastico: chi è entrato la mattina, può aspettare l’ora di uscita per tornare a casa.

Potremmo chiedere il supporto delle famiglie nell’impegno di non dare troppi soldi ai figli e soprattutto di cancellare la pratica dei regali per la promozione: studiare è un loro dovere, non un favore che fanno agli altri.

Potremmo stabilire la regola che ogni mancanza, disciplinare o di impegno che sia, deve comunque avere una contropartita in termini di lavoro personale (di studio o di servizio). La promessa di non farlo più si scorda in fretta, se non è supportata da un po’ di sacrificio.

Potremmo sconsigliare l’iscrizione alla nostra scuola a quelle famiglie che non ne condividono gli obiettivi e i metodi.

Potremmo darci un termine abbastanza congruo per tirare le somme e vedere se la scuola e la società hanno guadagnato dal nostro esperimento o se è meglio ritornare alle vecchie e cattive abitudini, perché sicuramente più comode e meno impegnative.

Queste sono le mie idee, non so se le vorrà mai prendere in considerazione, ma ho preferito esprimerle, anche perché, a questo punto della mia carriera, non sapendo in che altra maniera reinventarmi, rimanendo comunque coerente con la mia moralità, mentre nulla mi fa sperare di poter andare finalmente in pensione, forse, ricominciare ad insegnare, mi piacerebbe anche.
Con rispetto,

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