Alternanza scuola-lavoro: perché non si è aperto solo alle aziende innovative? Toccafondi: “L’Italia non è la Germania. Da noi imprenditorialità diffusa”

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Eleonora Fortunato intervista il Sottosegretario Toccafondi – Con un tasso di disoccupazione giovanile ormai prossimo al 50%, non serve essere addetti ai lavori per capire che l’alternanza scuola-lavoro, disciplinata nei nostri ordinamenti dal Decreto Legislativo del 15 aprile 2005, n. 77, negli ultimi anni non ha dato i risultati sperati.

Eleonora Fortunato intervista il Sottosegretario Toccafondi – Con un tasso di disoccupazione giovanile ormai prossimo al 50%, non serve essere addetti ai lavori per capire che l’alternanza scuola-lavoro, disciplinata nei nostri ordinamenti dal Decreto Legislativo del 15 aprile 2005, n. 77, negli ultimi anni non ha dato i risultati sperati.

Adesso a compiere un passo in avanti verso il rafforzamento del raccordo tra formazione e lavoro vorrebbe essere il nuovo decreto interministeriale. Ma facilitare l’ingresso dei giovani diplomati in azienda non sarà facile, e già a una prima lettura sono più d’uno i punti del documento che ci sono parsi deboli.

Sottosegretario, nell’articolo 1 del decreto si dice esplicitamente che la stipulazione di contratti di apprendistato per l’alta formazione deve avvenire “con oneri a carico delle imprese interessate e senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Più avanti, all’articolo 8, si specifica anche che “ai fini di un costruttivo raccordo tra l’attività didattica svolta nella scuola e quella realizzata in azienda sono previsti interventi di formazione in servizio, anche congiunta, destinati prioritariamente al docente tutor ed al tutor aziendale, a carico dell’impresa”. Non le pare che l’investimento che si ipotizza da parte delle imprese debba essere un po’ troppo generoso? I tempi sono quelli che sono, perché mai un’azienda dovrebbe decidere di avviare questi percorsi? Si tratta di stimolare una “gigantesca azione di volontariato”, come qualcuno l’ha definita?

Più che una ‘gigantesca azione di volontariato’ siamo di fronte ad una ‘gigantesca possibilità per i ragazzi’ iniziando a tracciare una strada dove è possibile ‘imparare facendo’. Non sarà la soluzione a tutti i problemi che portano alla fine ad avere una disoccupazione giovanile al 46% ma questa sperimentazione è un messaggio chiaro su quale strada questo Governo vuole percorrere.

La sperimentazione dell’apprendistato negli ultimi due anni di scuola superiore per i giovani è l’occasione di fare il loro primo ingresso nel mondo del lavoro potendo contare su un percorso integrato di istruzione, formazione e lavoro, costruito ad hoc per consentire loro di acquisire il titolo di studio alternando scuola e lavoro. E, al contempo, è un aiuto all’emergenza delle aziende che, soprattutto in alcuni settori, non riescono a trovare personale adeguatamente qualificato. E’ una novità importante per il nostro Paese.

Sono convinto che questa sperimentazione presenti vantaggi per tutti i soggetti coinvolti e per le imprese rappresenta un’opportunità piuttosto che un onere. Grazie a questo progetto le aziende possono intervenire concretamente nella formazione dei giovani all’interno al loro percorso di studi per integrare la formazione scolastica con lo sviluppo di quelle competenze che gli studenti, soprattutto quelli degli istituti tecnici e professionali, devono saper padroneggiare per inserirsi efficacemente nel mondo del lavoro.

L’introduzione dell’apprendistato nell’ultimo biennio della scuola superiore a mio avviso è una grande conquista, perché consente di rispondere alle aspettative di tanti ragazzi che chiedono alla scuola di riservare più spazio alle esperienze concrete e di poter imparare “mettendo le mani in pasta” in ambienti operativi reali, senza dover aspettare il diploma per capire, a proprie spese, come funziona il mondo del lavoro, magari scoprendo che la loro preparazione è distante da quella richiesta.

Noi stiamo muovendo i primi passi: questa sperimentazione è l’occasione per costruire un modello italiano per acquisire un diploma di scuola secondaria in apprendistato. Intendiamo lavorare inizialmente su numeri contenuti per capire come funziona e a quali condizioni. Seguiremo passo passo, attraverso un attento monitoraggio, lo sviluppo di questi percorsi sperimentali sul territorio per verificarne gli esiti e l’efficacia. Il nostro obiettivo prioritario è di avvicinare i percorsi scolastici alle filiere produttive di riferimento per contrastare la disoccupazione giovanile.

Tra gli oneri a carico delle imprese rientra anche quella di far ricadere sul tutor aziendale la valutazione delle competenze acquisite dai ragazzi al termine della loro esperienza (art. 8), “sentito il parere del tutor scolastico”. Il tutor aziendale è gravato anche, quindi, della responsabilità della valutazione. Non sarebbe stato più logico il contrario, anche in riferimento alla domanda precedente?

La novità sta nella totale sinergia tra mondo produttivo e mondo della scuola, tutti e due devono avere come obiettivo il ragazzo e la sua formazione. Infatti la funzione tutoriale accompagna l’intera esperienza dello studente-apprendista, tanto a scuola quanto in azienda. Il tutor scolastico e il tutor aziendale sono i due pilastri del percorso personalizzato con il compito di garantire l’integrazione tra l’apprendimento in aula e quello sul posto di lavoro. Per poter svolgere questo ruolo devono interagire e scambiarsi tutte le informazioni utili a promuovere, in ogni fase, il successo formativo del giovane, apprezzandone i progressi.

Quando i ragazzi operano nell’impresa, è il tutor aziendale che li affianca e li assiste nel percorso di formazione sul lavoro come un vero e proprio “maestro di mestiere”; è lui che li osserva e che può valutare i miglioramenti; è sempre lui che, in collaborazione con il tutor scolastico, è in grado di fornire alla scuola “ogni elemento atto a verificare e valutare le attività dello studente e l’efficacia dei percorsi formativi” (art.8). È opportuno sottolineare, per non generare equivoci, che la valutazione degli apprendimenti non riguarda solo le due figure tutoriali ma l’intero Consiglio di classe, come previsto dal nostro ordinamento. Tuttavia, in un percorso articolato, svolto in parte a scuola, in parte nell’impresa, ma integrato in un “piano formativo personalizzato”, progettato congiuntamente tra scuola e azienda, è imprescindibile acquisire il parere del tutor aziendale affinché i docenti abbiano tutti gli elementi per valutare ogni fase del processo formativo dello studente-apprendista.

Nelle linee guida si affronterà  in maniera precisa il problema del raccordo tra curricoli e tipo di esperienze da realizzare in azienda? Su questo punto come sulla durata dei periodi in azienda il documento è stato accusato di una eccessiva vaghezza.

Il programma sperimentale non intende fissare criteri rigidi e universali per il raccordo tra i curricoli scolastici e le esperienze da realizzare in azienda, ma solo stabilire i “paletti” che tutte le scuole e le imprese interessate debbono rispettare. Saranno poi le Convenzioni tra scuole ed imprese che regoleranno operativamente l’organizzazione didattica del percorso sperimentale in relazione al progetto formativo messo a punto congiuntamente, è una scelta che valorizza la responsabilità e l’autonomia delle scuole e del territorio. Lo stesso principio è alla base della possibilità di utilizzare fino ad un massimo del 35% dell’orario annuale delle lezioni va in questa direzione: il decreto interministeriale stabilisce il tetto massimo della quota di flessibilità di cui dispongono le scuole per organizzare questi percorsi, non fissa un limite standard uguale per tutti. Il punto di riferimento per il raccordo tra curricoli scolastici ed esperienze da realizzare in azienda sono i profili professionali che introducono gli indirizzi di studio e i quadri orari dei nuovi ordinamenti.

All’articolo 3 si affronta il tema dei requisiti delle imprese, ma non si evidenzia l’importanza che si tratti di realtà realmente innovative…

Il nostro obiettivo è di facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, questa è la reale innovazione, vogliamo abbattere la disoccupazione giovanile. Per questo abbiamo aperto a tutte le imprese disponibili ad offrire prospettive occupazionali alle nuove generazioni l’opportunità di partecipare al programma sperimentale, senza porre limiti rispetto alla dimensione o ai livelli di innovazione delle aziende. Una scelta che tiene conto della specificità del tessuto produttivo italiano.

A differenza della Germania, il nostro Paese non è incardinato su poche, grandi aziende che presidiano un numero limitato di grandi produzioni, ma presenta un’imprenditorialità diffusa, spesso specializzata in prodotti di nicchia che sui mercati esteri puntano sulla varietà, sulla differenza, sulla specializzazione: è questo uno dei tratti distintivi del made in Italy, che richiede capacità di lavorare su prodotti competitivi e molto scrupolo nell’educare le risorse umane per non perdere il vantaggio competitivo conquistato dalle generazioni precedenti.

I ragazzi tedeschi arrivano in azienda prima dei ragazzi italiani, e ci arrivano già attrezzati con un’esperienza di lavoro e pronti ad integrarsi al meglio nella struttura produttiva. Per recuperare lo svantaggio dobbiamo partire dai nostri punti di forza e lavorare unitamente per esprimere una maggiore capacità di innovazione in tutti i settori in cui eccelliamo. 

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