Alternanza scuola-lavoro: se non si interviene per migliorarla, non potrà mai funzionare. Lettera

di redazione
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Alberto Rossi – Un recente articolo del quotidiano “La Repubblica” fa un primo bilancio dell’alternanza scuola-lavoro e mette in evidenza diverse criticità.

Secondo il 57% degli studenti intervistati l’alternanza non funziona. Ma a dispetto di ogni evidenza, gli autori di questa grande novità sembra che non vogliano rendersi conto della realtà dei fatti e continuano imperterriti ad attribuire la colpa ad altri, a dire che ci vuole tempo e a sostenere che non è ancora stata capita. Forse quelli che non hanno capito o che non vogliono capire sono proprio loro. Il sottosegretario all’Istruzione Toccafondi (nomen omen) dichiara: ” Come ho sempre detto servirà tempo perché nessuno ha la bacchetta magica che consenta dopo 50 anni di immobilismo di cambiare in un anno “.

A mio avviso questa vicenda mette in luce un fenomeno che mina alla base da tempo la possibilità di emendare il sistema scolastico dai suoi tanti problemi e che è molto più importante della stessa alternanza: la scarsa stima di cui godono gli insegnanti. Tutti pensano sempre che da questo punto di vista le responsabilità vadano individuate nell’utenza, genitori e studenti, ma secondo me bisogna guardare ai piani alti. Mi dispiace dirlo, ma da un po’ di tempo anche i dirigenti raramente sono dalla parte degli insegnanti e sanno comprenderli. Questo difetto di comunicazione (o di stima), se non si risolve, impedirà per sempre alla scuola di funzionare correttamente. Dove si è mai visto un sistema organizzato gerarchicamente in cui i vertici non credono sistematicamente alle criticità evidenziate da chi è quotidianamente a contatto con i problemi reali? Che ogni volta sostiene che se i lavoratori evidenziano una criticità è perché non hanno ancora capito (loro?), perché si lamentano sempre, sono arretrati e non formati (verrebbe allora da chiedersi cosa abbiano fatto i superiori per non qualificarsi come non arretrati e formati)? Nessuna azienda seria potrebbe funzionare in queste condizioni. Ogni fabbrica metterebbe a repentaglio la proprio sopravvivenza se i quadri bollassero tutti i problemi evidenziati da chi sta in linea come fantasie o sterili lamentele. Il paradosso è che questa considerazione non viene fatta proprio da chi vuol farci credere di aver compreso prima di tutti come funziona il mondo delle imprese. I geni dell’alternanza, appunto.

Alcuni presupposti per cui si sentiva la necessità di istituire l’alternanza scuola-lavoro sono giusti. Si avvertiva troppo netta una scollatura tra il mondo dell’istruzione e quello del lavoro. E poi altre nazioni avevano istituito sistemi di alternanza da tempo e con successo. Il problema è che, per come è stata concepita questa “riforma”, in Italia non potrà mai funzionare se non si corregge qualcosa. Ho individuato dieci motivi a sostegno di questa tesi:

1) Così com’è crea fortissime disparità tra le zone in cui la presenza di aziende è più diffuse e le altre in cui l’economia langue. Come se non bastassero le disparità che già c’erano.
2) La valutazione dei percorsi di alternanza è un grosso problema. Se una classe viene suddivisa presso varie aziende, chi garantisce un’uniformità di giudizio? E poi come si può pretendere che dei lavoratori di un’azienda (potete chiamarli tutor se volete, ma sono sempre lavoratori) esprimano un giudizio qualificato che in alcuni casi viene richiesto a loro? E cosa potrebbero realisticamente dire se non: “è stato bravo, ha fatto quello che gli abbiamo detto di fare” oppure “è stato bene in un angolo e non ha dato fastidio”? Ci sarà una valutazione sull’alternanza anche all’esame di maturità. Non oso pensare a che minestrone stiano pensando.
3) Ci sono varie figure scolastiche che sono iper-sfruttate per l’alternanza perché non ci sono fondi e non ce saranno mai. Tra queste soprattutto i tutor scolastici. Sono chiamati a grosse responsabilità per un tozzo di pane. E se qualcosa non va bene sono pure quelli su cui scaricare le responsabilità, invece di iniziare ad aprire gli occhi sulle criticità strutturali della cosa.
4) Possiamo aspettare tutto il tempo che vogliamo, ma in queste condizioni le aziende non hanno nessun reale interesse ad ospitare studenti. Contrariamente a quello che sostengono molti, io ritengo che la maggior parte non abbia nemmeno interesse a provare a sfruttarli, altrimenti ci sarebbe la fila fuori dalle scuole di imprenditori che chiedono studenti per l’alternanza.
5) Chi sorveglia gli studenti durante lo stage? Alcune scuole li lasciano abbandonati a se stessi, altre sottraggono i tutor dal normale insegnamento delle loro materie per fare il giro delle aziende (altre ore perse, come se non bastassero le 200 o 400 ore). Altre ancora coinvolgono l’intero consiglio di classe (così i danni sono distribuiti). Altra domanda: e se qualcuno si fa male di chi è la colpa? Spero non dei tutor a cui non basterebbe il loro tozzo di pane per pagare gli avvocati.
6) Quello che gli studenti osservano (e sperimentano se sono più fortunati) non è il “vero” lavoro, che è fatto di sacrificio e responsabilità, che invece dovrebbero esserci a scuola. Questo sarebbe potuto essere un punto a favore dell’alternanza dal punto di vista del giudizio degli studenti, insieme al fattore novità: “a scuola si fanno tante cose faticose, mentre in azienda ho visto questo e quello, che bello!” E invece l’alternanza è stata concepita così male che riesce a perdere persino questo vantaggio e raccoglie le lamentele di moltissimi studenti.
7) Non è certo l’unica esperienza extra-scolastica in cui si impara qualcosa. La scuola invece è l’unica esperienza didattica di valore nella vita di molte persone e non andrebbe sacrificata e gettata nel caos così a cuor leggero.
8) In Italia non è intesa come in Germania come esperienza duale, che si affianca al momento dell’istruzione vero e proprio e a cui nessuno nega le sue prerogative. Da noi è stata concepita come un momento didattico complementare alla scuola, l’azienda come estensione degli ambienti scolastici. Secondo le menti da cui è partita questa impostazione non è che si perdano ore, per esempio, di matematica o italiano, ma in azienda si faranno sicuramente delle attività che permetteranno ai ragazzi di apprendere nozioni anche in quei campi. Molto raffazzonata come idea. E soprattutto molto sintomatica della considerazione che hanno del lavoro degli insegnanti, come si diceva all’inizio.
9) Dei vari attori coinvolti nell’alternanza, solo gli insegnanti hanno la percezione precisa di quello che gli studenti si perdono. Finché non lo capiranno anche gli altri nessuno comprenderà l’urgenza di apportare delle correzioni. Gli stessi studenti spesso si lamentano più per la percezione chiara che hanno di un’opportunità persa facendo uno stage poco istruttivo, che per quello che hanno perso non andando a scuola in quei giorni. Di questo non possono avere una precisa contezza (ammesso che a tutti loro interessi alla loro età).
10) Questa alternanza è rigida nell’obbligo di un monte orario prestabilito, uguale per tutti. Oltre ad andare contro il buon senso, la cosa collide contro i principi di autonomia scolastica (della libertà di insegnamento non ne parliamo, perché è dispersa da tempo e ne resta traccia solo sulla carta).

Alla luce di queste considerazioni ritengo auspicabile un profondo emendamento nell’impostazione dell’alternanza, affinché diventi un momento utile e costruttivo per tutti e perda l’attuale impostazione in cui le classi vengono mandate allo sbaraglio nelle aziende. Andrebbero favoriti e consolidati rapporti di collaborazione tra aziende e scuole, così come avviene in alcuni casi anche presso alcune università, ma ad un livello più basilare.

Un’ idea potrebbe essere questa: le aziende dovrebbero avere interesse a contattare le scuole per svolgere alcune attività che loro non sono attrezzate a svolgere o non hanno abbastanza tempo per svolgere. Sarebbe un completo capovolgimento di prospettiva, questo sì veramente innovativo. Sono stati sprecati così tanti fondi in quest’alternanza (che sono comunque pochi rispetto a quello che si vorrebbe fare) che si potrebbero creare nelle scuole laboratori di livello eccezionale, migliorandoli anno dopo anno, destinando a questo i fondi che verranno buttati nella spazzatura ogni anno con l’attuale alternanza, e non accontentarsi solo di metterli in sesto rispetto allo stato pietoso in cui sono. Per esempio, nelle scuole di indirizzo chimico si potrebbero fare analisi chimiche richieste da alcune aziende che a quel punto sarebbe persino possibile selezionare, in quelle informatiche alcuni lavori informatici, in quelle meccaniche controlli non distruttivi o realizzare oggetti al CNC o disegni al CAD, ecc. Questo dovrebbe aprire contemporaneamente le porte delle aziende agli studenti che andrebbero sul campo a completare la loro esperienza, ma sarebbero valutati dai loro insegnanti. Forse alcune di queste idee non sono realistiche o presentano problemi, ma chi è nel campo potrebbe pensare ad altre, e comunque ritengo che sarebbe quella la strada da seguire: scuole e aziende che dialogano sullo stesso piano. Non come avviene adesso con le scuole accattone che si rivolgono alle aziende, supplicandole di fare qualcosa per loro, che poi si rivela pure inutile.

Sembra che l’attuale alternanza sia stata concepita da gente che non ha la minima concezione di come funzioni una classe scolastica e al tempo stesso di come funzioni un’azienda, per cui si può alternare tranquillamente tra l’una e l’altra senza notare differenza. Tuttavia la cosa interessante è che questi si facciano scudo con i pareri di Confindustria che, o dopo aver sponsorizzato una qualunque iniziativa di alternanza per anni si sente in dovere di difenderla, oppure non ha capito neppure lei fino in fondo che cosa sta succedendo. A questi imprenditori vorrei rivolgere un monito. State attenti che se le cose continuano così e non si apportano correzioni vi ritroverete con lavoratori molto più impreparati rispetto al passato e otterrete esattamente l’effetto opposto rispetto a quello auspicato! Ah, dimenticavo che quando ve ne accorgerete potrete dare la colpa alla scuola, in particolare agli insegnanti e poi tranquillamente delocalizzare senza nemmeno prendervi la vostra parte di responsabilità.

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