Alternanza scuola-lavoro. Mansioni dequalificanti e a proprie spese. UIL: siano le scuole a tenere le redini

di Eleonora Fortunato

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Nelle ultime settimane una stampa spesso impietosa ha descritto l’alternanza scuola-lavoro come ben lontana dallo story-telling governativo, che parla di via italiana al sistema duale tedesco e di Italia pioniera in un campo su cui presto tutti verranno a chiederci suggerimenti.

Un mezzo flop, anzi, hanno recitato alcuni titoli, con le scuole in affanno per tentare di ‘sistemare’ gli allievi in tempi utili, magari in percorsi non coerenti con l’indirizzo di studio o alle prese con strutture ospitanti inadeguate.

Lo ha evidenziato bene l’indagine promossa dall’Unione degli Studenti su 2mila ragazzi pugliesi: “Il 25 per cento degli intervistati ha detto di avere svolto il percorso senza tutor – ha detto Aksel Nikaj dell’esecutivo nazionale – e addirittura il 41 per cento ha avuto la percezione di avere visto negati i propri diritti: mancanza di sicurezza sui luoghi di lavoro, richiesta di svolgere mansioni dequalificanti, nessun rimborso spese per gli spostamenti”.

Dati relativi all’intero territorio nazionale saranno, invece, presto forniti da Uil, che per ovviare in maniera tempestiva alle disfunzionalità più frequenti emerse finora lavora proprio in questi giorni anche a un protocollo di intesa col Miur ‘per un’alternanza etica’. Il problema principale è, infatti, a monte, ci fa sapere il responsabile Scuola Pino Turi, e risiede nell’aver sancito in maniera così perentoria l’obbligatorietà di questi percorsi: “Quando si introduce un obbligo, esso innesca procedure burocratiche che rischiano poi di assorbire la maggior parte degli sforzi e delle energie da parte di chi è chiamato a metterlo in atto. Io suggerirei innanzitutto di modificare subito questo aspetto rendendo l’alternanza scuola-lavoro una possibilità, una opportunità. L’idea che la scuola si debba aprire al mondo del lavoro e debba dialogare con esso non è negativa, ma tutto quello che è obbligatorio ci ricorda i regimi, l’indottrinamento piuttosto che la formazione”.

Su questo punto ci sembra particolarmente appropriata la sintesi di Nikaj: “Per noi alternanza non significa fare un’esperienza precoce nel mondo del lavoro, mentre vogliamo vederla come parte di un percorso di istruzione integrata, per superare il modello teorico classico che nel nostro paese ha sempre visto la separazione netta tra sapere e saper fare. Insomma, il tema non è, o non è solo, far conoscere ai ragazzi il mondo del lavoro, ma fare il modo che l’alternanza diventi realmente uno strumento didattico, che abbia delle finalità formative, concepita come una fase del delicato percorso di orientamento che le scuole non sempre riescono a realizzare con successo”. Alternanza, quindi, come momento di conoscenza e non come strumento che ha lo scopo precipuo di combattere la disoccupazione giovanile perché in questo modo le aziende potranno finalmente comunicare con il mondo dell’istruzione e ordinargli quello che gli serve e quello che non gli serve, un ritornello che ultimamente si sente ripetere spesso, ma che risulta di grande rozzezza e ingenuità, specie se riferito all’istruzione liceale.

Su questo aspetto anche Pino Turi non fa sconti: “La scuola non serve per trovare lavoro, la scuola deve istruire e formare la classe dirigente, aprendosi al territorio in cui vive. L’alternanza dovrebbe servire a mostrare che cosa è il lavoro, a fare una panoramica di quali sono i lavori possibili, mantenendo la sua valenza didattica, non piegandosi a nessun tipo di logica speculativa o a scorciatoie”. Così arriviamo al nodo più delicato: è la scuola a dover tenere in mano le redini del progetto, non lasciandosi imporre finalità e metodologie dalle aziende e formando adeguatamente i docenti – un punto su cui per la verità il Miur ha deciso di investire – in modo che sappiano immaginare percorsi con una reale ricaduta formativa. Altrimenti poi ci si ritrova con i ‘Campioni dell’alternanza’ liberi di strombazzare ai quattro venti che la finalità dell’operazione risiede nel trasmettere agli studenti i loro valori aziendali…

No, non è un’agenzia di collocamento l’alternanza Scuola-Lavoro: “Ricordiamoci che la grande maggioranza delle nostre aziende non è certo molto proiettata verso il futuro – continua Turi – I nostri imprenditori, ma forse faremmo meglio a chiamarli ‘prenditori’, guardano a quello che gli serve ora e, pertanto, non sono certo loro a poter dire alla scuola verso quali scopi indirizzare attività didattiche e sforzi progettuali. Ricordiamoci che questa gente deve pensare a risolvere problemi contingenti, anche a costo di allontanarsi dai principi dettati dalla nostra Costituzione, e non passa certo il tempo a interrogarsi e a discutere su quali debbano essere gli obiettivi strategici della società”. Una cosa che dovrebbero fare scuola, università e politica insieme.

Su questo punto la rappresentante UDS fa una chiosa importante: “E’ vero, è un dato strutturale la presenza sul nostro territorio di un tessuto produttivo fatto sostanzialmente da piccole e medie imprese non troppo inclini all’innovazione, né in grado di assorbire numeri importanti di studenti in alternanza, ma proprio per questo deve essere tempestiva la definizione di uno statuto nazionale che le vincoli ad agire in maniera trasparente nell’interesse degli studenti. Di fatto oggi se un ragazzo vede disattese le proprie aspettative o negati i propri diritti, non ha nessuno a cui appellarsi. Le iniziative che noi dell’UDS abbiamo strutturato a livello locale sono ancora in attesa di raccordarsi in un quadro più generale, nazionale, che magari preveda commissioni paritetiche tra studenti e docenti nella scelta e nella progettazione dei percorsi da intraprendere”.
Se vogliamo fare alternanza, sembrano dire i nostri due interlocutori, dobbiamo farla con tutti i crismi, in modo da scongiurare l’epilogo che a molti sembra scontato di una via fai-a-te al sistema duale tedesco, piuttosto che italiana nel senso letterale del termine.

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