Alternanza scuola lavoro, le criticità: monte ore, certificazione competenze e formazione tutor. Lettera

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Interessante il dibattito che si è aperto sull’utilità dell’alternanza scuola lavoro secondo le modalità previste dalla legge 107/2015. Due recenti interventi pubblicati su Orizzonte Scuola manifestano punti di vista nettamente contrastanti.

Il primo, “Alternanza scuola-lavoro, medaglia all’inutilità, allo sfruttamento, all’inganno e all’idiozia” del 6 marzo, è una analisi già nel titolo un po’ provocatoria. Ma la conclusione è condivisibile, perché ribadisce una certa idea di scuola il cui compito “è quello di dare cultura in senso lato, formare le menti, fornire strumenti critici, rendere gli studenti consapevoli di avere coscienza civica”.

“La ragione vera dello scientifico smantellamento della Scuola Pubblica -conclude l’autore- è la volontà perversa di rendere il popolo ignorante, privo di capacità critica, incapace di capire e valutare l’operato di Governi e Parlamenti al servizio del Potere, essere suddito, e non cittadino libero, consapevole, intelligente”. E come dargli torto se guardiamo all’assenza totale di un disegno educativo nel contenuto nella Buona Scuola? Una legge fatta in fretta, col piglio arrogante e sconsiderato del voto di fiducia con numeri risicati, e senza ascoltare nessuno che non fosse Confindustria e gli ambienti ad essa vicini che da anni predicavano quel modello di scuola, che fa capo al dirigente manager dei bonus e della chiamata diretta.

L’ASL è un pilastro. Non a caso Confindustria difende ad oltranza questa “conquista” e continua a ribadire “no a passi indietro”, nonostante l’evidenza delle difficoltà delle scuole e i risultati deludenti emersi dal monitoraggio  del Miur.

La seconda lettera pubblicata da Orizzonte Scuola è Alternanza scuola lavoro, facciamo in modo che funzioni dell’8 marzo 2017. L’autrice esordisce in maniera piuttosto indisponente: “non mi sono mai permessa di sputare nel piatto in cui mangiavo”, dice con riferimento alla lettera precedente del 6 marzo. È una posizione del tutto inaccettabile, perché il fatto di lavorare come dipendente della Pubblica Amministrazione non comprime minimamente la libertà di opinione, di espressione e di critica da parte di quei docenti che non condividono le scelte fatte dal governo Renzi e non si ritrovano più nella cosiddetta Buona Scuola. La legge certamente va applicata, ma al tempo stesso si può spingere per cambiarla.

È vero che alcune scuole sono riuscite ad elaborare dei progetti validi, con soddisfazione di studenti e genitori, e utilizzando al meglio le risorse umane, fra cui i docenti entrati in ruolo lo scorso anno nell’organico di potenziamento.

Ma alcune esperienze positive si contrappongono alle molteplici difficoltà in cui si muovono quasi tutte le scuole. Cerchiamo di essere oggettivi e di guardare le evidenze.

La legge 107/2015 ha imposto per l’ASL almeno 400 ore negli istituti tecnici e professionali, e almeno 200 ore licei da svolgersi negli ultimi 3 anni. Ha ampliato d’altro canto le modalità e i soggetti presso i quali è possibile effettuare l’esperienza. Ma non basta.

Le difficoltà riguardano vari aspetti. In primis il reperimento dei soggetti ospitanti, in modo da offrire agli studenti una opportunità significativa in termini di orientamento e di sviluppo di competenze. Basta guardare i numeri del primo monitoraggio fatto dal Miur. A livello geografico emergono ulteriori difficoltà soprattutto nelle regioni meridionali. Le notizie che frequentemente leggiamo sui giornali fanno capire che siamo lontani da traguardi di qualità.

All’interno delle scuole, l’obbligo di organizzare così tante ore ha generato molta improvvisazione. La stessa formazione per i docenti, prevista dal Piano nazionale di formazione, è in ritardo rispetto ai bisogni. I dirigenti non sempre sanno utilizzare al meglio le risorse umane. Una delle domande più ricorrenti è “ma sono obbligato a fare il tutor? Nessuno dovrebbe essere obbligato, perché la Guida operativa predisposta dal Miur nel 2015, nel delineare la “funzione strategica” del tutor, dice che questo deve essere “designato dall’istituzione scolastica tra coloro che, avendone fatto richiesta, possiedono titoli documentabili e certificabili”. Il fatto dunque che spesso non si riesca a valorizzare ed utilizzare al meglio le risorse umane da coinvolgere nel progetto la dice lunga sulle possibilità di successo rispetto alle finalità.

Altra criticità riguarda la valutazione e certificazione delle competenze acquisite. In questo campo ogni scuola fa da sé, fantasiosamente per lo più. A parte qualche lodevole progetto fatto come si deve e selezionato come modello dall’Indire, l’improvvisazione regna sovrana. Neppure i referenti di progetto hanno ricevuto una formazione adeguata. Si aspetta che le scuole sperimentino per offrire a posteriori qualche buona pratica da imitare.

La cosa più sensata sarebbe che il Miur rivedesse il monte ore obbligatorio che è stato imposto e prevedesse una certa gradualità per dare attuazione alle novità. Sarebbe bene infine che l’Indire non si limitasse a proporre qualche volume/collezione di esperienze di centinaia di pagine, ma offrisse un supporto concreto almeno relativamente a cosa e come valutare.

ANNA MARIA BELLESIA

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