Alternanza scuola-lavoro: 100 ore in 3 anni spese per l’orientamento universitario. Proposta M5S

di Anna Angelucci
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Nel testo del DEF, attualmente in discussione in Parlamento, l’articolo 57, comma 18 affronta delle modifiche relative all’alternanza scuola-lavoro.

Dal testo leggiamo: “I percorsi di alternanza scuola lavoro di cui al D.L . 15 aprile 2005, n. 77, sono ridenominati percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento e, a decorrere dall’anno scolastico 2018/2019, con effetti dall’esercizio finanziario 2019, sono attuati per una durata complessiva: a) non inferiore a 180 ore nel triennio terminale del percorso di studi degli istituti professionali; b) non inferiore a 150 ore nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi degli istituti tecnici; c) non inferiore a 90 ore nel secondo biennio e nel quinto anno dei licei”.

Il comma 19 precisa: “Con decreto del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, da adottare entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, fermi restando i contingenti orari di cui al comma 18, sono definite linee guida in merito ai percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”; infine, al comma 20: “Le risorse del fondo di cui all’art.1, comma 39, della legge 13 luglio 2015, n. 107, sono assegnate alle scuole nei limiti necessari allo svolgimento del numero minimo di ore di cui al comma 18”. Ne consegue (comma 21) che “per l’anno scolastico 2018/2019, in relazione ai progetti già attivati dalle istituzioni scolastiche, si determina automaticamente, anche nei confronti di eventuali soggetti terzi coinvolti, una rimodulazione delle attività sulla base delle risorse finanziarie occorrenti e disponibili sui pertinenti capitoli di bilancio in attuazione delle disposizioni normative di cui ai commi precedenti”.

Le ore di alternanza scuola lavoro, per le quali la 107/2015 prevedeva finanziamenti annuali, vengono drasticamente ridotte, consentendo un risparmio che ci auguriamo venga reinvestito in finanziamenti per le scuole. E vengono inoltre non solo ridenominate ma soprattutto trasformate in “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”, permettendo in questo modo ai docenti e ai dirigenti più accorti di utilizzare queste ore per progetti formativi significativi sul piano culturale e per le attività di orientamento universitario: attività tanto più necessarie in un Paese come l’Italia, al penultimo posto in Europa per la percentuale di laureati (Eurostat 2018) e al quart’ultimo posto nel mondo per analfabetismo funzionale (Ocse-PIACC 2018).

Occorre tuttavia aspettare l’approvazione definitiva della legge di bilancio per avere la certezza di queste nuove disposizioni e dunque per poterle applicare nelle scuole, che, nel frattempo, come troppo spesso accade, sono costrette a navigare a vista nel più generale disorientamento. Con tutte le ripercussioni negative sull’attività didattica, soprattutto per gli studenti dell’ultimo anno impegnati nella preparazione dell’esame di Stato.

Come può, la scuola italiana – già provata dalle riforme regressive degli ultimi vent’anni (dall’autonomia scolastica di Berlinguer alla ‘buona scuola’ di Renzi) e penalizzata da tagli draconiani sugli stipendi del personale, sui finanziamenti agli istituti, sui provvedimenti per la sicurezza – vivere in uno stato di continua incertezza normativa, organizzative e didattica? E’ necessario che il Parlamento intervenga sull’alternanza scuola lavoro con una legge ad hoc, cancellando definitivamente un dispositivo che ha dimostrato ampiamente di essere tutt’altro che formativo e che lede il diritto fondamentale degli studenti, sancito dalla Costituzione: il diritto allo studio.

E’ in questa direzione che sembra andare il DDL n. 679, “Norme in materia di alternanza scuola lavoro”, presentato dalla senatrice Bianca Laura Granato (M5S) e assegnato alla VII Commissione permanente del Senato (istruzione pubblica, beni culturali, ricerca). Esso prevede una drastica riduzione dell’alternanza a 100 ore per tutti, senza distinzioni tra licei, istituti tecnici e professionali. Affermando un fondamentale principio di equità: costringere gli studenti dei tecnici e dei professionali a 400 ore di alternanza, esattamente il doppio dei loro colleghi dei licei, come previsto dalla ‘buona scuola’, ovvero a 400 ore di lavoro non pagato e a 400 ore di studio in meno, significa davvero impedire che questi studenti imparino a padroneggiare anche a livello elementare le quattro abilità di base su cui si fonda la nostra soggettività e si costruisce il nostro bagaglio culturale. Significa considerarli cittadini di serie B perché diplomati al tecnico o al professionale.

Il DDL prevede inoltre che, per tutti, le ore siano sostanzialmente destinate all’orientamento universitario, superando in questo modo il pregiudizio davvero classista che solo chi fa il liceo possa aver l’opportunità di accedere all’istruzione superiore mentre, deterministicamente, chi ha scelto percorsi tecnici e professionali sia naturalmente vocato al lavoro fin dall’adolescenza. In un Paese in cui la percentuale di laureati diminuisce costantemente (oggi siamo appena al 18 % contro il 37% della media Ocse) ma in cui il possesso di una laurea magistrale permette di accedere alle posizioni apicali delle professioni e a stipendi sensibilmente maggiori (secondo l’University Report 2017, il 25% di chi ha conseguito una laurea, rispetto al 5% di chi ha solo il diploma, diventa quadro o dirigente), orientare il maggior numero di studenti possibile, anche dei tecnici e professionali, al proseguimento degli studi si configura davvero come un atto di civiltà. E se non si condivide l’idea che studiare sia un fatto positivo a prescindere, perché permette l’esercizio di una cittadinanza critica che è precondizione della libertà personale e di una democrazia che non si esaurisce nell’atto del voto, almeno si rifletta sul fatto che all’aumento del livello di istruzione di un Paese corrispondono vantaggi economici e sociali a breve e a lungo termine, anche in relazione alle aspettative di vita.

Infine, l’obbligatorietà dello svolgimento delle ore di alternanza in orario extracurricolare. Questo DDL prevede 100 ore in 3 anni, che si possono facilmente organizzare in momenti diversi da quelli destinati allo studio, in classe e a casa. E’ una questione di rispetto e di priorità: gli studenti hanno bisogno di tempi regolari e distesi per lo svolgimento delle lezioni e dei compiti, per lo studio, per gli approfondimenti, per i recuperi. I docenti hanno bisogno di sapere che quando entrano in classe troveranno gli studenti, tutti, e che insieme potranno svolgere serenamente il loro lavoro. Comprendere questo significa restituire allo studio il suo valore originario, la sua funzione fondamentale: renderci coscienti e responsabili di noi stessi e del mondo.

Sarà capace, questo Parlamento, di cancellare in via definitiva tutti i dispositivi della riforma Renzi che minano l’idea di una scuola che garantisce a tutte e a tutti pari opportunità di emancipazione culturale e sociale, proprio a partire dall’alternanza scuola lavoro che, in questi anni, ha determinato inaccettabili sperequazioni classiste tra licei e istituti tecnici e professionali, tra scuole di territori economicamente avanzati e scuole di zone depresse, tra scuole di città e scuole di campagna, tra scuole del centro e scuole di periferia? Che ha stravolto dalle fondamenta l’idea di una scuola formativa, centrata sull’educazione e sulla formazione di una coscienza critica e non sull’addestramento alla manovalanza? E sarà in grado, questo Parlamento, di restituire alla scuola la dignità e il ruolo che la Costituzione repubblicana, esattamente 70 anni fa, le aveva assegnato?

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