Alta incidenza tumorale tra il personale a fine carriera. Anief: i docenti devono andare in pensione a 62 anni

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Abief – La pubblica amministrazione dispone di una banca dati sulle diagnosi di inidoneità al lavoro dei docenti, in prevalenza donne sopra i 45 anni, presso l’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze: “tuttavia questi dati sono resi indisponibili dal predetto ufficio anche a sindacati e università”, denuncia oggi il dottor Vittorio Lodolo D’Oria, tra i massimi esperti in malattie professionali degli insegnanti, riportando studi scientifici e diverse testimonianze.

Il medico sostiene che bisogna impedire “alla burocrazia di celare le verità (scomode) nascoste”, andando a legiferare per introdurre una adeguata prevenzione e l’uscita anticipata dal lavoro. Secondo Lodolo D’Oria, “la questione previdenziale torna a essere attuale, anzi attualissima col ritorno di Elsa Fornero a Palazzo Chigi su chiamata del Presidente del Consiglio Draghi. Oggi più che mai è finita l’epoca delle riforme previdenziali “al buio”, cioè senza conoscere le malattie professionali dei lavoratori, insegnanti inclusi. Tutte le riforme – da Amato (1992) a Monti/Fornero – hanno fatto questo madornale errore che ha generato legittime proteste e incresciose ingiustizie”.

Anief non può che condividere la posizione del medico esperto di malattie professionali. Nella scuola, ricorda il sindacato, non c’è riconoscimento delle malattie derivanti dalla sindrome di burnout, non si adegua lo stipendio agli effettivi rischi che comporta la professione, non si considerano forme di pre-pensionamento che permetterebbero a tanti docenti e Ata di evitare di ammalarsi dopo i 60 anni. Eppure, lo stress da lavoro correlato è previsto dal decreto legislativo n. 81, del 9 aprile 2008, che ha dato attuazione all’articolo 1 della Legge 3 agosto 2007, n. 123 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Le norme vigenti prevedono quindi da tempo che chi ha alle dipendenze dei lavoratori è tenuto a controllare e prevenire le malattie professionali. Però negli ultimi 13 anni nelle scuole non si è mai andati oltre alla somministrazione di questionari per registrare lo stato di fatto, anche perché lo Stato si è ben guardato dal finanziare l’attuazione delle norme. E intanto il personale si ammala.

“È nostra intenzione – commenta Marcello Pacifico, leader dell’Anief – di portare in contrattazione il tema della valorizzazione vera del personale tutto della scuola, con il riconoscimento delle indennità di rischio biologico e burnout, di un’indennità di sede lavorativa in caso questa sia diversa dalla residenza abituale e un’indennità di incarico per i contratti successivi ai 24 mesi. Tra le nostre richieste al ministro del lavoro e delle politiche sociali, tramite la Confederazione, c’è poi quella dell’anticipo pensionistico, un’esigenza diventata ancora più forte con la pandemia da Covid19: lo stress da lavoro correlato è cresciuto, perché i docenti hanno operato e continuano ad operare in condizioni ambientali difficili, spendersi e a fare loro metodi didattici alternativi e da adattare ai bisogni formativi dei singoli alunni, alternando didattica a distanza e in presenza, lavorando non di rado a centinaia di chilometri da casa per anni senza possibilità di tornare ad abbracciare figli e parenti. Tutto questo, però, non viene riconosciuto. Così i compensi coprono nemmeno il costo della vita e dopo 35 anni di servizio gli incrementi sono maggiori in Romania, Polonia e Slovenia. Siamo preoccupati – conclude Pacifico – perché ‘Quota 100’ sta volgendo al termine e non si parla più di una formula di pre-pensionamento che permetta, come noi chiediamo, di lasciare nella scuola il lavoro a 62 anni conservando per intero il montante previdenziale creato fino a quel momento”.

Non hanno bisogno di commenti le toccanti testimonianze ricevute in questi ultimi giorni dal dottor Vittorio Lodolo D’Oria: tutte docenti con tumori al seno scoperti negli anni finali della loro attività lavorativa. Una di loro scrive: “Dovremmo poter andare in pensione a un’età decente e senza decurtazione”. Un’altra racconta la sua terribile esperienza: “Al 38°anno d’insegnamento, amato per altro ma divenuto stressante, mi ammalai di tumore mammario. Nella mia scuola, a breve distanza di tempo l’una dall’altra, tre colleghe fecero la mia stessa fine e altre tre svilupparono un tumore al polmone”. Esemplari le parole di un’altra docente: dice di far “parte del ‘club oncologico’: già nel 2007 a Milano, dove mi hanno curata, avevano fatto notare l’alta incidenza di tale neoplasia sulle docenti. Sono arrivata alla conclusione che della scuola, allo Stato, non interessa nulla. E di noi ancora meno”. Come pure quella di un’insegnante che “dopo tanti anni di impegno sindacale” racconta di avere “riscontrato molti casi di docenti sofferenti per tumore al seno, senza alcun riconoscimento delle cause e delle conseguenze che questo ha comportato alle insegnanti”.

LA QUESTIONE NEOPLASTICA NON CONSIDERATA

“Tra gli altri commenti – aggiunge il Lodolo D’Oria – c’è anche una nota significativa di una sindacalista come pure un appunto di un ispettore tecnico ministeriale che plaude al fatto che viene finalmente affrontata la questione neoplastica quale malattia professionale dei docenti. Interessante infine l’affermazione – riportata da una docente milanese in trattamento presso un noto centro specialistico – che riferisce la sorpresa dei curanti nel vedere così tante neoplasie mammarie tra insegnanti”.

Secondo il medico le tante testimonianze sono “un indizio da non trascurare. La prova scientifica è già stata fornita dallo studio retrospettivo californiano (Bernstein 2002) che non ha avuto alcun seguito, men che meno in Italia. Eppure il meccanismo patogenetico a cascata è noto ed evidente: stress cronico – aumento dei livelli di cortisolo plasmatico – abbattimento delle difese immunitarie – minore controllo della crescita di cellule neoplastiche”. Il dottore ribadisce, dunque: “che l’insegnamento sia psicofisicamente usurante è accertato da numerosi studi scientifici nazionali (La Medicina del Lavoro N. 5/04) e internazionali che in primis evidenziano l’alta incidenza di malattie psichiatriche seguita a buona distanza da neoplasie e disfonie”.

IL RICONOSCIMENTO LIMITATO

Il problema è che le istituzioni, pochi anni fa, hanno riconosciuto come “gravosa” solo la professione di maestra di scuola dell’Infanzia: “non si comprende – dice oggi Lodolo D’Oria – in base a quali criteri non abbiano considerato gli altri livelli d’insegnamento (primaria e secondaria) parimenti usuranti come effettivamente risulta negli studi scientifici a disposizione”. Le leggi, tuttavia, negli anni sono state approvate. Come il DL 81/08 che “dedica un articolo significativo (art. 28) alle cosiddette helping profession per le quali si richiede controllo e prevenzione dello Stress Lavoro Correlato con particolare riguardo al genere e all’età del lavoratore, articolo che sembra proprio riferirsi alla scuola dove l’83% del corpo docente è femminile con età media di 50,4 anni”.

È amarissima la conclusione del medico: “Non è possibile che all’alba del terzo millennio non siano ancora conosciute, né riconosciute ufficialmente, le malattie professionali degli insegnanti. Queste vanno subito identificate per poi finanziare serie attività di prevenzione e monitoraggio, prevedendo infine la copertura di eventuali indennizzi e rimborsi per chi ne resta vittima. Deve finire il tempo – questo – in cui si gioca con le parole (burnout, disturbi psicosociali, stress lavoro correlato) facendo riempire ai lavoratori interminabili questionari volti a dimostrare che l’insegnamento è quello tratteggiato dagli stereotipi dell’opinione pubblica. È venuto il tempo di ragionare su vere e proprie diagnosi mediche”.

IL COMMENTO DEL SINDACALISTA

“Diventa sempre più cogente – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – l’esigenza di introdurre un legge che permetta ai docenti di lasciare servizio a 62 anni, senza tagli all’assegno di quiescenza, conteggiando ovviamente i contributi accumulati sino a quel momento. Non si tratterebbe di un’eccezione, perché già oggi avviene con l’Ape Sociale, limitata nella scuola alle docenti della scuola d’Infanzia. E dall’antichità è una modalità prevista per determinate professioni, come quelle militari, tanto che ancora oggi i lavoratori delle forze armate continuano ad andare in pensione, tutt’altro che decurtata, già prima dei 60 anni. Nessun ambito lavorativo, inoltre, comporta lo stress psicofisico di chi insegna in tutti gli ordini di scuola: è una conseguenza, quella del burnout, tipica di tutte le professioni che comportano forti coinvolgimenti relazionali. Ma la mancanza di coscienza del problema si nota già durante gli anni di servizio, considerando che continuiamo a rivendicare, inascoltati, l’introduzione in busta paga di quel rischio biologico invece riconosciuto in ambito medico-sanitario. Infine, una ‘finestra’ per uscire a 62 anni permetterebbe di svecchiare il corpo insegnante italiano, dopo che con le ultime riforme previdenziali, l’ultima nel 2011 ad opera del Governo Monti, l’insegnante italiano è passato in soli 10 anni da un’età media di 49,1 anni a 52,5 anni. E gli over 60 sono più che raddoppiati. Un blocco che ha prodotto addirittura l’invecchiamento del precariato, visto che solo 2 supplenti su 10 hanno meno di 35 anni”.

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