Alla scuola servono cambiamenti strutturali e non cambiamenti nella didattica. Lettera

di redazione
ipsef

Inviato da Fernando Mazzeo – I vari interventi relativi all’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, evidenziano quanto sia enorme la distanza che separa la scuola italiana nel suo agire quotidiano, dalla scuola disegnata dai politici e interpretata dai vari operatori culturali di turno.

Le affermazioni di Andrea Gavosto, direttore della fondazione Agnelli, per tradizione impegnata nel campo delle scienze sociali e da
circa un decennio nelle problematiche educative e scolastiche, esprimono in modo riduttivo il concetto di formazione, ricerca e
aggiornamento che, nel panorama della normativa vigente, viene considerato un obbligo generico, anziché un fondamentale servizio che
lo Stato dovrebbe rendere ad alunni e docenti per far sì che ciascuno possa sentirsi espressione importante e indispensabile del
mondo della cultura.
Si ignora completamente che, spesso, alle normali attività educative e didattiche, viene sottratto, per mancanza di mezzi, strutture e
risorse, il nutrimento, il respiro della libertà, la possibilità di affrontare in modo significativo gli spazi aperti della scienza,
della tecnica e dei vari campi del sapere.
La scuola, contrariamente a quanto stabilito dalla Costituzione, non viene più considerata un indispensabile servizio per la comunità, ma un apparato periferico dello Stato. Il decentramento amministrativo, privilegiando il passaggio di competenze agli Enti locali, ha di fatto impoverito la scuola, la classe docente e compromesso importanti e strategici settori della didattica, della metodologia e della ricerca.
L’invito stereotipato rivolto ai ragazzi a studiare e ad essere sempre più preparati in ambito tecnico e scientifico e ai docenti ad
appassionare, orientare e coinvolgere, è un germe, è una moda che va estirpata.
Per una migliore efficacia dell’insegnamento sempre più aderente alle reali esigenze degli alunni, non servono annunci o cambiamenti
epocali, ma rapporti nuovi e rinnovati, legittimazione e valorizzazione di tutte le componenti maggiormente interessate al
fatto scolastico e impegnate ad educare l’alunno non in base a questo o quel metodo, ma secondo l’alunno o, meglio, come dice M. Montessori, a servire l’alunno secondo le sue leggi.
Ciò che oggi è insoddisfacente, non è l’ impegno e la professionalità dei docenti che, comunque, nella maggior parte dei casi, orientano coscientemente gli alunni verso campi di attività conformi alle loro attitudini, alle loro scelte e sollecitano in modo esaustivo l’interesse e la partecipazione, ma un apparato normativo e politico che non riesce a fornire metodi e programmi strutturali a spirale che, come afferma Bruner, andrebbero compilati da esperti della ricostruzione strutturale di una disciplina (esperti nei vari settori del sapere), da esperti della strutturazione mentale dell’alunno (psicologi) e da esperti dell’applicazione della struttura della disciplina alla struttura mentale (pedagogisti).
In questa prospettiva, per garantire il successo scolastico e l’inserimento nel mondo del lavoro, non serve cambiare didattica o
modo d’insegnare, occorre, soprattutto, dare impulso e nutrimento alla ricerca scientifica nei vari ambiti pedagogico-psicologico-metodologico-didattico-disciplinare, per sostenere un cammino, quello degli insegnanti e dell’insegnamento, che, per non essere deludente, necessita di sostegno e contributi multipli.

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