Alda Merini nella ungarettiana inquietudine della terra promessa

di Lalla
ipsef

di Marilena Cavallo – Alda Merini (Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1º novembre 2009) ha recitato il silenzio della croce e il vissuto del Calvario sull’onda di una parola che diventa sempre Passione. Ma la poesia, ad ascoltare la Merini, è dentro l’intreccio della sofferenza di uno scavo vissuto sui percorsi ungarettiani di una terra scavata e che diventa costantemente "terra promessa" come effetto metaforico della speranza. La parola è speranza ed è lungo la sintesi del graffio della vita che la speranza non può che accompagnare l’esistenza dei popoli, delle civiltà e degli uomini.

di Marilena Cavallo – Alda Merini (Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1º novembre 2009) ha recitato il silenzio della croce e il vissuto del Calvario sull’onda di una parola che diventa sempre Passione. Ma la poesia, ad ascoltare la Merini, è dentro l’intreccio della sofferenza di uno scavo vissuto sui percorsi ungarettiani di una terra scavata e che diventa costantemente "terra promessa" come effetto metaforico della speranza. La parola è speranza ed è lungo la sintesi del graffio della vita che la speranza non può che accompagnare l’esistenza dei popoli, delle civiltà e degli uomini.

Ci sono versi pungenti. Ci sono versi che lasciano ferite nell’anima. Ci sono versi che si portano dentro lo strascinamento di tutta una vita. Forse anche per questo nella allegoria della fede la Croce diventa un "carnevale". In un gioco di interpretazioni il linguaggio del vocabolario di Alda Merini si intreccia in una intelaiatura sia letteraria che umana. Appunto nella raccolta "Il carnevale della croce" Alda Merini raccoglie la sintesi del suo strazio tutto interiorizzato nelle parole.

Perché insiste la croce nella poesia della Merini? Perché è intorno alla croce che la sofferenza – dolore, depositata nella memoria e nel tempo, si apre in uno spiraglio in cui la fede non è teologia. Non può essere tale ma, invece, si ridisegna nel mistero. In fondo tutta la poesia di Alda Merini è adagiata sul velo atipico di una farfalla che esiste in quanto è possibile percepire il suo volo attraverso la grazia del mistero. Eppure il camminamento poetico di Alda Merini parte da molto lontano.

Le sue esperienze critico – letterarie la portano dentro un Novecento che ondeggia tra il lirico stupore di Dino Campana e il paesaggio onirico e "tristeggiante" di Lorenzo Calogero che approda con la sua anima inquieta nei voli del mattino sino ad un Camillo Sbarbaro dei "truciuoli" della nostalgia e a un Clemente Rebora della rivelazione nel segno, appunto, della grazia.

Ma la Alda Merini di "Corpo d’amore. Un incontro con Gesù" del 2001 non è la stessa de "La presenza di Orfeo" del 1953. In cinquant’anni di testimonianza tra la vita, gli amori, il dolore c’è un attraversamento completamente affidato non solo ad orizzonti di disperazione ma ad una mai cessata inquietudine.

In "Orfeo" l’inquietudine era fortemente lacerata dentro la vita e le uscite di sicurezza non conoscevano né il contemplativo paolino e tanto meno il recitativo del misterioso. Una inquietudine, in fondo, tutta terrena e anche l’amore era fatto di corpo, di pelle, di sangue. Così nella continuità che tocca la fine degli anni Ottanta con "Delirio amoroso" del 1989. Un libro che può leggersi come spartiacque è certamente "Vuoto d’amore" del 1991 e poi "Ballate non pagate" del 1995, dove alcune di queste poesie sono dedicate a Miche Pierri e anche a Dino Campana.

Nel suo incontro con la Croce la poesia si sviluppa intorno ad alcune coordinate che sono quelle del messaggio cristiano, del volto di Maria, del "Cantico dei Vangeli" sino a toccare le parole del "Canto di una Creatura" che riporta chiaramente a Francesco d’Assisi. La poesia è vivificante rivelazione che si sviluppa nell’esasperante visione dell’attesa verso la meraviglia.

In Alda Merini ci sono strumenti che non conducono alla "persuasione" del linguaggio poetico stesso. Anzi, in molti versi c’è una "liberalità" di un vocabolario che sempre assentarsi dalla poetizzazione della parola. Questo perché la Merini pur restando dentro la tradizione del Novecento, anche attraverso le sue ramificazioni storiche ed ereditarie, consuma i linguaggi nella modernità che si fa
contemporaneità. Forse anche per questo è amata dai ragazzi, dai giovani, dagli studenti.

D’altronde il suo linguaggio è parte integrante dei linguaggi della comunicazione musicale. Amata da Roberto Vecchioni, da Fabrizio De André, da Fernanda Pivano ha rappresentato un nuovo modo di approccio al testo poetico. Questo non può che essere un dato positivo dal punto di vista interattivo tra linguaggi imperanti all’interno della società ma Alda Merini resta, in fondo, una poetessa della costante malinconia della gioia. La nostalgia dell’allegria.

Infatti uno dei suoi maestri non può che rintracciarsi in Giuseppe Ungaretti che passa il suo onirico senso tra il dolore e una allegria dei naufragi. Morire d’amore, morire per amore, amarsi sempre. Una triangolarità che è possibile afferrare proprio negli ultimi testi della Merini.

Una poesia, dunque, che è l’estrema attenzione di un Novecento che si apre con il tragico orizzonte nicciano e si avvia, proprio con la Merini, ad una risposta di riconciliazione con il mistero che attacca l’anima e la vita tutta nella sua drammaticità di esistere nel presente e nel tempo.

Come nei versi della poesia "Maria Maddalena": "Il sale delle mie labbra guarirà/le tue molte ferite". Un verso lancinante ma in Alda Merini, bisogna non dimenticarlo, c’è l’eresia dell’uomo che si cerca per non perdersi, sapendo che soltanto l’amore è la bellezza che potrà salvare l’umanità. Un novecento poetico inquieto tra la speranza della contemplazione dolstoiskiana e l’enigma onirico di Ionesco.

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