Alcune scuole accelerano su didattica a distanza nelle ultime settimane di attività, i bambini invece hanno bisogno di stare all’aria aperta

di redazione

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Pubblicate sulla Gazzetta del Mezzogiorno-Basilicata di oggi 11 maggio 2020, condividiamo le riflessioni di un genitore sulla DaD, tra solipsismi casalinghi  e connettività a tutti i costi:

SOLIPSISMO CASALINGO E CONNETTIVITÀ DA AVERE A TUTTI I COSTI
(Gazzetta del Mezzogiorno, ed. Basilicata, 11/05/2020)
Mentre pediatri, psicologi e pedagogisti di tutto il mondo si interrogano sugli effetti dell’isolamento sociale sulla salute e sull’equilibrio psicofisico di bambini, ragazzi e adolescenti, la macchina della cosiddetta “didattica a distanza” messa in moto in tutta fretta dal Ministero dell’Istruzione procede spedita, spesso travolgendo i già precari equilibri di molte famiglie italiane.
Nel territorio lucano come altrove non sono mancate le segnalazioni di difficoltà delle famiglie impegnate nella gestione, tutt’altro che “smart”, della didattica dei figli: genitori alle prese con le nuove modalità di lavoro da remoto o sopraffatti da problemi di natura economica, genitori separati o famiglie numerose, con bambini disabili, autistici o con disturbi più o meno gravi dell’apprendimento, hanno affrontato al meglio delle loro possibilità le più disparate richieste e le più assurde latitanze delle scuole a cui avevano affidato l’istruzione dei propri figli.
In virtù dell’autonomia scolastica ed in mancanza di chiare ed univoche indicazioni ministeriali siamo stati testimoni del proliferare di richieste differenti e sovrabbondanti per modalità, piattaforme, applicazioni, in cui vi è stato un unico comune denominatore, un unico chiaro imperativo: l’iperconnessione digitale.
Il noto medico e sociologo Paolo Crepet ha recentemente dichiarato, riferendosi ai principi pedagogici espressi da Don Milani e Maria Montessori, che il potenziamento della didattica online costringe “i bambini nel solipsismo casalingo per diventare autistici digitali”, sostenendo che non può definirsi istruzione, né educazione, né didattica, né può esserci apprendimento, senza il coinvolgimento di tutti i sensi.
Ci chiediamo quindi quale sia l’opportunità, ad un mese dalla fine di un anno scolastico interrotto di fatto al primo quadrimestre, di spingere sull’acceleratore della connettività a tutti costi, proprio nel momento in cui i bambini potrebbero e dovrebbero finalmente correre all’aria aperta, allentandosi le maglie della reclusione forzata.
Scuole che colpevolmente hanno di fatto abbandonato per due mesi famiglie e ragazzi iniziano solo in questi giorni a mandare i primi segnali di vita, cercando di riallacciare il rapporto bimbo/docente bruscamente interrotto dalle condizioni emergenziali; altre che avevano impostato un programma modulato sull’età dei bambini, al quale tutti gli attori coinvolti avevano adeguato i ritmi quotidiani nonostante alcune evidenti criticità, impongono d’un tratto un’accelerazione ingiustificata ed inopportuna, aumentando spropositatamente le ore di didattica online e sollevando la sdegnosa disapprovazione di tanti genitori e le competenti proteste di tanti insegnanti, entrambi consci da un lato del gravio insopportabile per le famiglie nel momento della ripresa delle attività lavorative, dall’altro di tutte le deficienze di un sistema educativo mediato dalla connettività digitale, senza trascurare l’estrema e spesso irreversibile dannosità dell’esposizione prolungata dei fanciulli non solo agli schermi, secondo l’OMS lasciapassare per le dipendenze da gioco elettronico, ma soprattutto alle radiofrequenze dei sistemi di connettività wireless a cui molte famiglie hanno dovuto piegarsi alla ricerca di una immediata possibilità di garantire per i loro figli il diritto allo studio.
La risposta a questo agire frenetico sembra essere la necessità impellente per le scuole di spendere i soldi assegnati per la digitalizzazione, vincolati dal rigido disciplinare ministeriale: non computer collegati alla rete fissa, ma notebook e tablet, internet key e modem-router 4G/LTE.
Dal PON FESR  Asse II – Infrastrutture per l’istruzione infatti il Ministero lancia l’Avviso pubblico per la realizzazione di smart class per le scuole del primo ciclo: alle scuole lucane assegnati 13.000€ per l’implementazione della didattica a distanza, indirizzati principalmente alla scuola primaria, che potranno poi “costituire una forma ordinaria di supporto alle attività didattiche”.
La didattica a distanza non sarà quindi una modalità emergenziale e temporanea, ma si appresta a diventare ossatura portante di un sistema educativo non solo contrario a tutti i principi pedagogici, ma estremamente rischioso per la salute dei bambini che quotidianamente la vivono.
Apprendiamo poi da testate locali che la grande quantità di denaro (800.000 euro) assegnato nel 2018 a cinque Istituti Comprensivi del capoluogo di Regione dall’ITI Sviluppo Urbano della città di Potenza all’interno del PON FESR Basilicata 2014-2020 in favore della digitalizzazione delle scuole saranno destinati all’acquisto di dispositivi per videoconferenze da scuola e per sopperire alle necessità delle famiglie in difficoltà.
Ci chiediamo se almeno le amministrazioni e le istituzioni scolastiche locali abbiano valutato l’impiego di questi denari per una “sanificazione” strutturale e duratura delle scuole dei nostri figli, guidati dallo stesso principio di tutela della salute che ancora ne impedisce la frequentazione, finalizzandoli alla rimozione di tutti gli impianti wi-fi e al completo cablaggio degli edifici, assicurando quindi una infrastruttura duratura alle scuole e una gestione delle tecnologie priva dei rischi correlati all’esposizione elettromagnetica, particolarmente gravi per bambini e ragazzi, oltre che per docenti e personale scolastico.
La scuola sta perdendo una grande occasione di rinascita, involvendo in modalità didattiche i cui effetti nefasti sulla salute e sulla crescita culturale delle nuove generazioni che stiamo allevando saranno purtroppo quantificabili nell’immediato futuro.
Antonella Masi, GeCo Genitori Consapevoli Basilicata
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