Al bando i concorsi, altrimenti sarà un “settembre nero”. Lettera


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inviata da Maria Bruno – Leggo che il Ministro della Università e Ricerca, Gaetano Manfredi, ha varato un esame di abilitazione alla professione che consiste in una prova orale a distanza.

E non sono professioni qualunque, tra queste: agronomo, architetto, biologo, chimico, geologo, ingegnere, psicologo, odontoiatra, farmacista, dottore commercialista, revisore legale.

Leggo anche che la Ministro della Pubblica Istruzione, Lucia Azzolina, ha varato due concorsi per “reclutare” i docenti per la scuola di ogni ordine e grado.

Bene, ne deduco che le facoltà frequentate dai primi professionisti siano di più alto spessore formativo e le facoltà che formano i futuri docenti di minimo spessore, per cui è necessaria una ulteriore indagine.

Anche se non è la mia opinione, si ritiene che la preparazione universitaria non sia uniforme, anzi quella dei docenti è carente.

Se dipende dalla qualità dei professori universitari, per il futuro dovrà pensarci il Ministro Manfredi, docente anche lui.

Oggi, però, i primi, appena laureati, potranno con un colloquio orale affacciarsi al mondo del lavoro, i secondi, molti dei quali da anni nel settore della scuola, dovranno fare un concorso, che dal lavoro potrebbe farli uscire.

Sono le regole del concorso da contestare in generale e in questa fase.

Il concorso in sé non tiene conto dei cambiamenti che dal 2008 circa sono avvenuti per l’assunzione (su questo terreno non posso addentrarmi per spazio e tempo), e non considera lo scenario futuro.

Per evitare un “settembre nero”, sarebbe più proficuo mantenere i docenti nella cattedra che occupano al momento, cattedra ottenuta per punteggio, e verificare dopo l’anno di prova quale sia stato il risultato didattico raggiunto.

Gli alunni si troverebbero dall’inizio dell’anno con i docenti che li hanno seguiti prima della pandemia, i docenti potrebbero colmare le lacune e verificare la validità della didattica a distanza, che si prevede debba continuare.

Meglio concentrare le energie per capire come far fronte ai pensionamenti o come evitare le classi pollaio.

Non sarebbe difficile risolvere quest’ultima difficoltà: dimezzare il numero degli alunni a vantaggio di didattica, socializzazione e formazione.

Questo non è un suggerimento scaturito dalla crisi sanitaria, questo è quello che si sarebbe dovuto fare.

Come ci siamo trovati impreparati per le sciagurate scelte nel campo della Sanità, tanto da coinvolgere per necessità medici appena laureati, allo stesso modo abbiamo strutturato un miope progetto per il mondo della Scuola.

Salute e Cultura sono valori fondanti e non accessori. Se ci siamo accorti di aver trascurato la Salute, ad osservare bene abbiamo da tempo trascurato la Cultura e la Scuola.

Allora al bando, nel senso di allontanare, questi concorsi e si dia spazio a chi tenta di insegnare da anni nella scuola pubblica, nelle leFP , nella privata, nella paritaria, lì dove c’è possibilità di insegnare, perché si ha questo entusiasmo. Anche le ripetute annualità di servizio, tre anni, sono da scartare se si considera che molti di questi precari hanno dovuto accontentarsi di ricoprire incarichi anche brevi, senza guardare alla continuità di servizio, pur di guadagnare senza chiedere sussidio allo Stato.

Per inciso i precari percepiscono lo stipendio fino a metà giugno.

Ministro Azzolina, se vuole lasciare un segno significativo, non crei il caos come tanti altri ministri dell’Istruzione, metta ordine e abbia fiducia negli insegnanti, non con le parole ma con i fatti.

Per essere vissuta nella realtà scolastica, con piacere allora e con nostalgia oggi, so che non bisogna avere pregiudizi sui docenti, quasi tutti lavorano con slancio e hanno a cuore i loro alunni.

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