Ai colleghi, ai ragazzi, alle famiglie: silenzio. Lettera

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Inviata da Maria Cristina Maffeis – Silenzio. Ho spento la radio che mi faceva compagnia con il suo sottofondo musicale. Sta per cominciare il bollettino, la lugubre conta della scorsa giornata e non riesco più a respirare. Mi sale un’ansia che non riesco a reggere.

È difficile quando non si dorme, in tempi di Covid19. Più difficile che mai perché il silenzio dura poco, interrotto dal frequente suono delle sirene.
Una, una seconda, una terza. Qualcuno sta male. È terribile essere confortati da quel suono, pensare che in fondo è il meno peggio, perché altrimenti non ci sarebbero allarmi: solo silenzio. Quello che impaurisce. Quello che ci fa chiedere che succede tra un’ambulanza e l’altra. In quanti non ce l’hanno fatta.

Per non soffermarmici, inseguo altri pensieri, i tanti che premono nell’urgenza di essere ascoltati. Il primo è per la mia città.
Bergamo è, e rimarrà sempre, la mia città, anche se da vent’anni vivo alla periferia della sua provincia. Mi manca la passeggiata sulle mura, la visita che ogni fine settimana le rendo come se andassi a trovare un’anziana parente cui l’età non ha tolto né splendore né grazia. Un impeto d’amore mi sovrasta, mi serra la gola, e mi impedisce di gridare il bene che le voglio. E allora scrivo, cercando di non dare spazio alla retorica.

Sono una bergamasca, un’italiana che non è riuscita a staccarsi dal suo Paese pur avendone l’opportunità, eppure, resto ancora quell’umana che si è sempre orgogliosamente definita ”cittadina del mondo”. Questo virus mi ha messo di fronte al senso delle mie radici e ha consolidato la mia percezione della parola “comunità”.

Le foreste – dice Peter Wohlleben in The Hidden Life of Trees riportando una scoperta all’avanguardia – sono degli ecosistemi sociali. Come gli esseri umani formano famiglie, comunicano, condividono il nutrimento, non solo con i propri discendenti, ma con tutti gli individui in difficoltà. Quando serve mettono la collettività in allerta, si prendono cura dei malati e dei morti. Le piante sono immobili, eppure sanno creare legami invisibili e tenaci.

Allo stesso modo, vorrei che le radici degli esseri umani si diffondessero in
maniera sotterranea ma salda, per stringersi le une alle altre fornendo conforto. Le radici, nello svolgimento delle loro funzioni, sono tutte uguali, che siano alla base di un cipresso, di una quercia, di un baobab, fanno lo stesso mestiere: tengono in piedi l’individuo, gli offrono le sostanze necessarie allo sviluppo sano e forte delle sue caratteristiche.

Dovremmo fare come gli alberi, in questo periodo così difficile. Approfittare
dell’isolamento, cogliere l’opportunità straordinaria che ci viene data per rallentare, connetterci con noi stessi e decidere che persone vogliamo essere. È ciò che vorrei chiedere ai miei studenti, invece di parlare di programmi. Sì, vorrei chiedere loro di esprimere i sentimenti, le vite, i timori, senza alcuna considerazione riguardo all’inglese, la disciplina che insegno. Chissà se la mia dirigente capirebbe. Già, perché in tutto questo affannarsi all’essere super efficienti, forse ci stiamo scordando
di quelle radici, di ciò che è interiore e nascosto e che ci tiene in piedi.

La didattica a distanza è, appunto, didattica, istruzione. È importante perché mi consente di parlare con i ragazzi, di usare parole che in classe non userei, di esprimere sentimenti che, altrimenti, potrebbero solo intuire. I miei studenti sanno che sono un’insegnante affezionata, non ho mai avuto bisogno di dirlo. Lo “sentono” con quel verbo che in inglese è così preciso e così chiaramente distinto dalla percezione sensoriale. Con la didattica a distanza, no. Ecco perché le prime parole per loro, quelle che continuerò a ripetere perché in questo momento mi sembrano l’essenza del mio rapporto con loro, sono state «vi voglio bene, cuccioli».

«Vi voglio bene, cuccioli. Che cosa pensate, che cosa capite, che cosa provate?», questo è ciò che mi interessa. Mi fanno sorridere le nostre ansie di docenti, quelle dei genitori, dei ragazzi stessi, rispetto ai voti, alle verifiche. Davvero è tutto ciò che vi importa?

Vorrei dire loro: leggete, leggete tutto ciò che potete, tutto ciò che non avete letto finora. Leggete qualcosa che vi piace e che non avreste mai letto in altre occasioni; ascoltate musica che non avreste mai ascoltato. L’inglese lo imparerete, ma ora le vostre radici e il vostro cuore, come quelli di tutti noi, hanno bisogno di sostanze che vadano in profondità, non di nozioni. Insegnare significa lasciare un segno; se un giorno la troverete, vorrei che la mia traccia dentro di voi andasse oltre la traduzione di parole e concetti. Ora che siete rinchiusi, fatevi domande che non vi sareste mai posti, ora che si chiudono le frontiere, apritevi al mondo e chi se ne importa dei voti.

Vorrei chiedere: dormite? E com’è il vostro sonno? Com’è quello dei colleghi che non si sono precipitati sul primo treno ma sono rimasti qui, spesso soli, in trincea insieme a noi, a ricevere più comunicazioni dalla scuola che messaggi dagli amici.

Questo è ciò che ritengo necessario adesso, ora che le sirene risuonano
incessantemente. Una, un’altra, un’altra ancora.
Non ce la faccio. Soffoco. Cerco un po’ d’aria in giardino.
Il ciliegio è in fiore. Il trillo di un uccello. Un altro. Un cane abbaia.
Le ortensie sono rigogliose, fra qualche tempo fioriranno.
Ecco, ora ricordo: la vita.

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