AESPI. Abrogazione del fondo di istituto e aumento dello stipendio ai docenti

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red – Tenuto conto delle sue diverse voci (quota base, quota concessa per particolare complessità scolastica, ecc. ecc. ecc.) l’importo del fondo si aggira intorno ai 150 milioni di euro.

red – Tenuto conto delle sue diverse voci (quota base, quota concessa per particolare complessità scolastica, ecc. ecc. ecc.) l’importo del fondo si aggira intorno ai 150 milioni di euro.

La proposta dell’AESPI (Associazione Europea Scuola e Professionalità Insegnante) è che il fondo venga abrogato, e che la metà di esso venga inglobata nella RPD (retribuzione professionale docenti). Dividendo la somma così impegnata (75 milioni) per il numero degli insegnanti Italiani (circa 670.000, secondo le stime ufficiali) si ottiene la cifra di 115 euro, che in tempo di carestia è tutt’altro che disprezzabile. I restanti 75 milioni costituirebbero il risparmio per la Pubblica Amministrazione, con profitto del Bilancio dello Stato anche tenuto conto delle prescrizioni che l’Europa non cessa di indirizzarci.
 

Ma il vantaggio, dicono dall’AESPI, dell’operazione non è esclusivamente di natura finanziaria. Esso si determina anche in ordine alla stessa qualità della prestazione professionale nonché delle relazioni umane fra i colleghi.
 

Di che genere sono le attività incentivate dal “fondo”? Secondo l’AESPI "Meramente burocratiche o, comunque, tali da non aver nulla a che vedere con l’attività didattica. Accoglienza, salute, organizzazione delle gite scolastiche, composizione delle classi, conferenze sulla vivisezione, danza, teatro, chitarra, corsi di capoeira."
 

"Attività, come si vede, – leggiamo dal comunicato – che distraggono il docente da quelle che sono, o dovrebbero essere, le sue attività istituzionali: la preparazione delle lezioni, l’attività didattica in classe, la correzione degli elaborati. Dunque la loro scomparsa, con contestuale affidamento al personale di segreteria di quanto di sua competenza, permetterebbe agli insegnanti di concentrarsi sui fondamentali della professione, migliorando il proprio rendimento e, per conseguenza, la preparazione degli studenti. Contestualmente l’estinzione della miriade di “commissioni” “progetti” e “figure” legate ad incombenze organizzative ed impiegatizie farebbe crollare i tanti potentati che nelle scuole si costruiscono su fondamenta a-culturali: ci si riferisce a quelle piccole ma tracimanti oclocrazie cui la maggior parte dei docenti non sa o non vuole opporsi, offrendo ai loro stessi allievi spettacolo di pusillanimità invece di educarli all’auspicabile libera fortezza d’animo. Se poi si considera che questi potentati sono sovente allocati in aule a loro riservate – autentici sancta sanctorum ai quali al docente peone non è dato accedere – ben si comprende il vantaggio di recuperare locali scolastici al loro utilizzo istituzionale, vale a dire ad ospitare gli studenti con i loro insegnanti."
 

Miglioramenti cadrebbero anche nelle relazioni umane tra colleghi, verrebbero a mancare le motivazioni delle dispute economiche per la gestione del fondo, invidie, maldicenze e ripicche.
 

Altro vantaggio, secondo l’AESPI, sarebbe la naturale sparizione delle RSU, non essendoci alcun salario accessorio da distribuire. "Non si tratta – dicono dall’ASPI – di un vantaggio di poco conto: assai sovente, infatti, la Rappresentanza sindacale intavola trattative col tipico piglio del sindacalista metalmeccanico, coinvolgendo la “categoria” (così nomata nelle more della contrattazione d’istituto) in accanite quanto invereconde battaglie con i dirigenti per la distribuzione di grami spiccioli. Non si terrebbero più, ad esempio, estenuanti contrattazioni per “incentivare” il docente che ha più “buchi” nell’orario di servizio, o quello che per raggiungere la sede disagiata è costretto a utilizzare “ben due mezzi di trasporto, bagnandosi in caso di pioggia” (di tale angusto tenore sono infatti, quasi sempre, i contenuti delle trattative sindacali a scuola)."

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