Adolescenti un anno dopo, la Dad non è tutta da buttare: per il 40% degli studenti è interessante integrare l’attività normale con quella online

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La pervasività dei social sui quali si è di fatto trasferita, per un anno, la socialità degli adolescenti, e una ulteriore preoccupante precocizzazione del loro utilizzo, ma i fenomeni di cyberbullismo non sembrano essere aumentati. Sonno e cibo on-demand in un anno pericolosamente “disordinato”. Voglia di scuola “a scuola”, ma la didattica a distanza non è da buttar via completamente. Diminuiti i consumi di alcol, ma c’è il rischio di un rimbalzo con le riaperture senza vincoli? E comunque tanta voglia di riprendersi la vita e ricominciare soprattutto a viaggiare.

È questa la prima fotografia che emerge dall’edizione 2021 dell’indagine sugli stili di vita degli adolescenti che vivono in Italia, realizzata da Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca IARD su un campione nazionale rappresentativo di oltre 10500 studenti di età compresa tra i 13 e i 19 anni.

“L’indagine di quest’anno – sottolinea Maurizio Tucci, Presidente di Laboratorio Adolescenza – mette in evidenza significativi cambiamenti, nel bene e nel male, nei comportamenti degli adolescenti, ma anche nella loro visione strategica riguardo il futuro. A questo punto sarà importante capire se “l’effetto Covid” sarà superato come una spiacevole parentesi o lascerà il segno in una generazione che, sia pure non dal punto di vista sanitario, ha subito moltissimo le privazioni sociali imposte dalla pandemia. Gli adolescenti saranno resilienti, per utilizzare un termine ormai abusato, o si porteranno dietro le cicatrici di questa esperienza che ha di fatto sospeso un processo evolutivo ed esperienziale che a quell’età è fondamentale?

Dipenderà da loro ma anche, moltissimo, da noi. Da noi “società” in generale, ma soprattutto da tutti coloro che per motivi personali o professionali sono a più stretto contatto con l’adolescenza. Pensiamo che l’ormai ventennale osservatorio sull’adolescenza di Laboratorio Adolescenza e IARD, con il suo vastissimo patrimonio di dati, possa essere un utile strumento di riflessione e analisi”.

“I dati e le analisi prodotte da questo rapporto di ricerca – afferma Paolo Paroni, Presidente di Rete ITER-Istituto IARD – sono un punto di partenza importante per progettare interventi e politiche finalizzati a garantire alle nuove generazioni un contesto sociale in cui vivere adeguato alle loro esigenze e ai loro obiettivi futuri. Proprio nello spirito con cui Rete ITER, con Laboratorio Adolescenza ed altre organizzazioni che si occupano di adolescenza, ha di recente varato il manifesto programmatico “Prima il Futuro. Prima i Giovani” che propone interventi concreti e misurabili a favore dei giovani, da realizzare anche sfruttando i fondi che proverranno dal Recovery Fund”.

Che l’indagine abbia coinvolto oltre 10500 studenti in tutta Italia – commenta Carlo Buzzi, sociologo dell’Università di Trento e coordinatore scientifico del lavoro – è un risultato straordinario da descrivere come un fenomeno a prescindere dal contenuto delle risposte. Molte scuole si sono reciprocamente sollecitate a partecipare attraverso un passaparola diretto e molte altre, venute a conoscenza dell’iniziativa, ci hanno contattato chiedendo di essere coinvolte.

Naturalmente questa adesione spontanea non ha compromesso la rappresentatività del campione, sul quale abbiamo successivamente lavorato per riequilibrarlo secondo i parametri corretti, ma ha dimostrato una grande desiderio di partecipazione e, soprattutto, di dare modo agli studenti di raccontare, anche attraverso un questionario, il loro vissuto dopo un anno in cui l’adolescenza è stata troppo spesso lasciata ai margini.

Lo sdoganamento di social e smartphone H24, ma il cyberbullismo non aumenta

L’anno Covid – forse era inevitabile – ha reso sempre più invadente la presenza dei social network nella vita degli adolescenti e ulteriormente abbassato l’età in cui un bambino entra in possesso di uno smartphone e inizia la sua vita in rete.

Da un lato la necessità di mantenere un contatto – almeno a distanza – con gli amici e dall’altro un trend che appariva pericolosamente tracciato anche prima della pandemia ci mettono ora difronte ad un problema consistente. Le ore passate in rete, senza contare quelle della scuola a distanza, si sono moltiplicate. L’80% degli adolescenti ha affermato di aver utilizzato i social, nell’anno della pandemia, “più che in passato” e tra questi il 45% ha precisato “molto più che in passato”. E se fino
a febbraio 2020 qualche genitore cercava di mettere delle regole e contenerne l’uso oggi – dopo mesi in cui la permanenza full time in rete è stata sdoganata se non addirittura promossa dagli stessi genitori (“almeno fa qualcosa”) sarà molto difficile tornare indietro. Come sarà difficile che quel 76,5% di adolescenti che non spegne il cellulare neanche di notte (era il 59,1% nel 2019) cominci a farlo adesso.

L’overdose di social non sembra però aver incrementato i fenomeni di cyberbullismo. Se il 74% sostiene che su questo fronte nulla è cambiato, né in meglio né in peggio, per un 6,4% che parla di episodi aumentati all’interno delle proprie frequentazioni amicali c’è un 17% che segnala una diminuzione.

Situazione assolutamente verosimile se si considera che gli episodi di cyberbullismo adolescenziale si sviluppano sul web, che fa da amplificatore, ma hanno spessissimo origine in contesti reali (scuola, sport ecc.). Essendo, con la pandemia, venuti a mancare o comunque essendosi ridotte moltissimo le occasioni di frequentazione e contatto, è anche venuta a mancare
molta materia prima da rendere virale in rete.

I social-baby
Il fenomeno che appare più insidioso, relativamente all’uso di telefonino e social, è quello della sempre maggiore precocizzazione.

Nel 2019 aveva lo smartphone a meno di 11 anni il 60,4% degli adolescenti (era il 40,9% nel 2016), ed oggi la percentuale è salita al 78,1%. Discorso analogo per l’utilizzo di social da parte degli under 11: 20,5% nel 2016; 34,5% nel 2019; 41,8 nel 2021. E il confronto con le risposte date dagli studenti delle scuole superiori (vedi tabella) dimostra quanto il fenomeno di questa pericolosa precocizzazione sia recente.

La “scuola” a scuola, ma la Dad non è tutta da buttare
La difficoltà a seguire le lezioni a distanza (a prescindere dalle difficoltà di tipo tecnico) è stato il problema più segnalato dagli studenti (47% negli istituti tecnici e professionali, 42,7% nei licei e 37,2% nelle scuole medie inferiori). Al secondo posto la mancanza dei compagni e a seguire, con percentuali intorno al 15%, sono state segnalate le difficoltà tecniche e la mancanza del contatto diretto con gli insegnanti.

Interessante osservare che le difficoltà tecniche erano state segnalate dal 56% degli studenti in un analogo rilevamento effettuato da Laboratorio Adolescenza nell’aprile-maggio 2020, in pieno lockdown. Segno evidente che, passata la prima emergenza a cui si è fatto fronte in modo inevitabilmente improvvisato e confuso, la scuola è riuscita ad organizzarsi in modo tutto sommato efficace, almeno nella gestione degli aspetti tecnici. Così come la scuola online ha avuto una funzione di straordinaria importanza, proprio nel primo lockdown, nell’essere riuscita comunque a mantenere una sorta di agenda nella programmazione temporale della giornata, che ha aiutato moltissimo ragazze e ragazzi a vivere accettabilmente una situazione imprevedibile e sconcertante.

Della Dad, con tutti i suoi limiti, gli studenti hanno però anche segnalato dei punti a favore. Se si esclude l’aspetto della comodità (minor perdita di tempo negli spostamenti, indicato dal 57% degli studenti delle superiori e dal 38% degli studenti delle medie inferiori la cui scuola è generalmente più vicina a casa), circa un quinto del campione (un terzo se ci riferiamo solo alle scuole medie inferiori) ha indicato la maggiore autonomia nei tempi di studio e un ulteriore 20% ha indicato la
maggiore responsabilizzazione nello studio o il modo complessivamente più moderno di studiare.

Ma il giorno – si spera presto – in cui si riuscirà a tornare alla normalità che ne faremo della Dad? Se il 40% degli studenti delle superiori e il 47% delle medie afferma nettamente che deve essere messa in soffitta, il 40% (che ai licei raggiunge il 45%) sostiene che sarebbe interessante integrare la normale attività scolastica con qualche attività online. Fino ad arrivare ad un 12% che gradirebbe mantenere online un’attività prevalente. Se in quest’ultimo gruppo si nasconde probabilmente qualche disagio che non ha necessariamente a che fare con la scuola, il dato complessivo merita una valutazione attenta. Soprattutto se si confronta con le risposte date dagli studenti nell’indagine realizzata durante il lockdown: la percentuale di studenti che NON vorrebbe più utilizzare, nemmeno in modo complementare, la didattica a distanza scende, da maggio 2020 a maggio 2021, di un 10% netto.

Vaccinazioni
Nessun riferimento alla vaccinazione contro il Covid – anche perché quando si è avviata l’indagine la vaccinazione under 18 non era in calendario – ma la riproposizione di una domanda che viene ciclicamente inserita nelle indagini annuali Laboratorio Adolescenza – IARD e che chiede agli adolescenti di manifestare il proprio accordo o disaccordo su alcune affermazioni che riguardano le vaccinazioni.

Rispetto all’ultima rilevazione del 2019 (vedi tabella) il feeling tra vaccinazioni e adolescenti sembra segnare un deterioramento.
Se da un lato cresce la consapevolezza del valore sociale della vaccinazione “Vaccinarsi è importante per sé stessi e per proteggere le persone che non possono vaccinarsi per motivi di salute”, dall’altro aumentano i sospetti “Alcune vaccinazioni sono pericolose” e diminuisce rispetto al 2019 – seppur rimane fortemente maggioritaria (intorno all’85%) – l’adesione al concetto generale di vaccinazione “È molto importante vaccinarsi e tutti dovrebbero farlo”.

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