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Adolescenti ed educazione alle emozioni. Perché il successo di Inside Out 2? L’ansia come personaggio protagonista

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Perché tanto successo per un film d’animazione che parla delle emozioni degli adolescenti? È quello che è successo ad “Inside Out 2”, il secondo capitolo della Disney-Pixar dedicato alle emozioni, che in sole due settimane ha registrato il record d’incassi in Italia per questa tipologia di film. Il fatto è che tocca un tema estremamente attuale, appunto quello delle emozioni e di come funzionano, analizzando in questo sequel in particolare quelle dell’adolescenza e che lo stratagemma dell’animazione è riuscito a rendere di facile comprensione fenomeni complessi.

È un tema che su Orizzonte Scuola abbiamo ampiamente affrontato e analizzato negli ultimi anni, accendendo l’attenzione su un disagio giovanile sempre più crescente che portava alla conclusione della necessità di un’educazione emozionale, un argomento che è stato attenzionato anche dal parlamento italiano con l’approvazione in tale direzione della Legge 2782/2022. Insomma, c’è un malessere di fondo nei nostri giovani, un malessere al quale, in particolare la famiglia, non riesce a dare adeguate risposte, basti pensare che l’emozione protagonista di “Inside Out 2” è l’ansia, un’emozione che pervade la nostra società e che i nostri ragazzi iniziano a sperimentare sempre in più giovane età.

L’importanza di ascoltarli

Un aspetto particolare che caratterizza la realizzazione di questo film è che gli autori hanno deciso di affidarsi ad una task force di adolescenti. Oltre all’aspetto di una conoscenza tecnica, dovuta alle consulenze di vari esperti in questo ambito, Kelsey Mann, il regista del film, si è voluto avvalere anche di un gruppo eterogeneo di adolescenti, proveniente da vari territori degli Stati Uniti, ed è proprio dal loro ascolto che si è potuto realizzare un film che parlasse ai più giovani con il loro linguaggio.

Pensare all’adolescenza con una mente adulta e legata alla propria esperienza non ci permette di cogliere al meglio i particolari che vive un adolescente oggi, con tratti estremamente differenti dal passato. Quello di interpretare le necessità degli adolescenti è un errore che commettiamo frequentemente, sia da parte della famiglia che della scuola, mentre l’ascolto è un aspetto che dovremmo adottare costantemente in ogni ambito, perché più che indicare ai nostri ragazzi cosa fare e come comportarsi, che rispondo più al nostro bisogno di sopire il disagio o l’ansia del mondo adulto, essere sé stessi a modo nostro, dovremmo adottare un approccio più propenso all’ascolto, sintonizzandoci sul loro modo di sentire e vivere le emozioni, permettergli di fare i propri errori e di crescere anche sperimentando esperienze negative.

Le emozioni si ereditano

Un aspetto interessante che riguarda le emozioni è il suo carattere ereditario. Se è vero che le emozioni primarie sono un’eredità di specie, dal punto di vista filogenetico, ovvero che appartengono a tutti gli esseri umani, il modo di come sentiamo e viviamo queste emozioni si caratterizza nelle nostre ultime tre generazioni.

Questo vuol dire che la memoria emozionale è influenzata dall’eredità dei nostri genitori e dei nostri nonni, nel DNA viene tramandato come i nostri antenati hanno vissuto ad esempio la paura, la gioia o la rabbia ed è per questo che alcune persone possono essere più paurose di altre, oppure vivere in maniera più gioioso o più triste la realtà che affrontano. Le informazioni scritte nel DNA sono influenzate dal nostro vissuto che attiva, inibisce o modula l’espressione genica. In pratica è l’insieme di reazioni biochimiche che lascia un’impronta nel DNA che viene trasmessa alle generazioni successive. I nostri antenati ci lasciano in eredità modelli e strategie per affrontare le sfide quotidiane, gli stessi modelli che poi riprogrammiamo e tramanderemo ai nostri discendenti.

Le emozioni si formano nel contesto di vita

Se è vero che ereditiamo le emozioni, l’approccio epigenetico ci ha spiegato che è l’ambiente che caratterizza il nostro potenziale, compreso quello emotivo. L’ambiente che ci circonda e le esperienze che viviamo determinano il modo di esprimersi del potenziale genetico e questo influenza anche il modo di sentire e vivere le emozioni. In particolare le emozioni secondarie si caratterizzano e si differenziano a seconda del contesto sociale che viviamo.

Ad esempio emozioni come vergogna e senso di colpa sono sentite e vissute in modo diverso se siamo cresciuti in un paese nord europeo o in Italia o nella penisola arabica. Inoltre l’ambiente nel quale crescono i nostri ragazzi è un ambiente ibrido, formato dal reale e dal virtuale, il cui confine non è facilmente identificabile. Crescere nell’onlife, appunto questo ambiente ibrido, determina nuovi modi di svilupparsi che le generazioni più adulte non conoscono. È la prima volta nella nostra storia evolutiva che si sperimenta un cambiamento così netto a che le generazioni adulte non sono in grado di affrontare, se non per tentativi.

L’importanza dello sguardo

Le emozioni sono qualcosa che viviamo ma sono anche influenzate dalle persone che ci circondano. Se ad esempio siamo con un amico che sta vivendo un triste momento, ecco che ci sintonizziamo su quello stato emotivo e lo facciamo nostro, è l’empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni dell’altro. Lo strumento che permette questa condivisione è lo sguardo, entrare in relazione con l’altro attraverso lo sguardo significa capire lo stato emotivo che vive la persona che ci è vicina ed entrare in sintonia con lui. Il volto rappresenta in modo unico ogni emozione e la semplice osservazione ci permette di decifrare quell’espressione e associarla all’emozione correlata. Per un educatore è un aspetto importante, mantenere il contattato visivo con i propri alunni rafforza il nostro messaggio, che viene arricchito dalle emozioni, e ci permette di sintonizzarci con loro.

L’ansia, l’emozione del nostro presente

Tra le varie emozioni è necessario dedicare una particolare attenzione all’ansia, identificata come l’emozione predominante della nostra società. L’ansia è anche l’emozione protagonista di “Inside Out 2”, ma si caratterizza in una maniera completamente differente negli adolescenti di oggi rispetto a quella che abbiamo vissuto noi adulti. Basti pensare, come detto anche in precedenza, che oggi l’ansia è vissuta già dalle fasce di età dei bambini della scuola primaria, cosa impensabile per le generazioni dei Millennials o della GenZ. Questo fenomeno in parte dipende dall’uso, sempre più precoce, dei dispositivi digitali e dei social media, che non si differenziano per fasce d’età ma creano un appiattimento generalizzato, e in parte dallo stile di vita che abbiamo adottato, basato prevalentemente sul controllo. Ma come vivono l’ansia i nostri ragazzi? Per noi adulti l’ansia era caratterizzata dalla prestazione legata principalmente alla ricerca di un miglioramento, ma che poteva diventare fonte di stress perché ci imponeva di dover prevalere sempre su tutto e tutti; per i nostri ragazzi è diventata un’ansia caratterizzata da una società continuamente stressata e stressante, dove il mondo adulto cerca di trovare un equilibrio attraverso il costante controllo dei propri figli.

Non è più consentito arrampicarsi sugli alberi, sbucciarsi un ginocchio, cadere dalla bicicletta, rincorrersi per la strada, marinare la scuola, insomma fare esperienze anche se negative, e tutto questo perché generà irrequietezza in noi adulti, destabilizza la nostra necessità del controllo, non capendo che questo approccio rende più fragili e insicuri i nostri bambini. La loro è un’ansia da paura della separazione, dell’ansia generalizzata, dell’ansia sociale, delle varie fobie che possono insorgere, forme che diventano bloccanti nel momento in cui non si riesce a tenere tutto sotto controllo. Questo aspetto è rappresentato bene proprio nel film “Inside Out 2” quando la protagonista perde il controllo della situazione e nella sua testa Ansia diventa un vortice inarrestabile che blocca ogni possibile soluzione ragionata, non essendo più in grado di gestire il proprio corpo e la propria mente, in pratica ha un attacco di panico caratterizzato da quel senso di impotenza. Non bisogna minimizzare gli aspetti negativi, ma imparare a riconoscerli e a gestirli prima che diventino bloccanti.

Più che del controllo gli adolescenti hanno bisogno di autonomia, di sperimentare e correggersi negli sbagli per migliorarsi e diventare più forti, così facendo saranno capaci di affrontare anche quegli episodi mai vissute in precedenza e che li mettono alla prova. L’ansia ha due facce, una che stimola, che attiva i processi attentivi e ci aiuta a svolgere il compito nel migliore dei modi, ma deve avere una breve durata legata allo svolgimento dell’atto, l’altra faccia è quella patologica, che diventa bloccante, che non ci fa ragionare, che diventa ruminante e ci pervade per lunghi periodi rendendoci fragili e insicuri.

La ricerca dell’equilibrio

Un altro aspetto importante da non sottovalutare è che le nostre emozioni non sono un qualcosa a sé stante, ma si manifestano in un corpo che cerca sempre un costante equilibrio. Piacere e dolore vivono in equilibrio, cercare la felicità a tutti costi genera un disequilibrio che il nostro corpo cerca di ripristinare, insomma cerca l’omeostasi. Questo fenomeno è alla base del meccanismo delle dipendenze, sia da sostanza che non, ed è ben noto ai pubblicisti e in modo particolare agli sviluppatori dei social media. Se fate caso a quali siano i social media più diffusi, noterete che propongono contenuti molto attinenti ai nostri gusti ma di breve durata, proprio per stimolare una continua ricerca del piacere che si alterna con il dolore. Dobbiamo essere consapevoli che la continua ricerca del piacere genera dolore e che per ripristinare questo equilibrio bisognerà adottare comportamenti utili come l’astinenza. L’astinenza è in grado di ripristinare il circuito della ricompensa e la nostra capacità di trarre gratificazione dai piaceri più semplici.

L’importanza delle emozioni in ambito educativo

L’effetto positivo delle emozioni in ambito educativo è un aspetto che da tempo si sta facendo strada. In pratica è stata ampiamente superata la visione dualistica che vedeva contrapposti gli aspetti cognitivi a quelli emotivi, a favore di una visione monistica che vede questi due aspetti interagire ed influenzarsi a vicenda costantemente. Studi sull’educare con le emozioni calde, quelle positive, hanno dimostrato i benefici effetti di questo approccio. In pratica durante l’apprendimento oltre a registrare le informazioni relative all’oggetto di studio, registriamo anche l’emozione che proviamo al momento di questo apprendimento. Ciò comporta che nel richiamare le informazioni apprese il nostro cervello richiama automaticamente anche l’emozione ad esse legata. Un apprendimento con paura determina una fuga da questo vissuto, mentre un apprendimento con gioia porta a restare nella conoscenza e attiva altri processi di rinforzo all’apprendimento come la curiosità e la riflessione. Non dimentichiamo che paura e gioia sono emozioni primarie e le risposte fisiologiche sono inscritte nel nostro DNA e si attivano automaticamente.

Possiamo provare a modificare alcuni tratti di queste risposte, magari attenuando gli aspetti più forti e negativi, ma non cancellarli totalmente. Per questo motivo è importante imparare a riconoscere le nostre emozioni e a saperle gestire. Riuscire a comprendere le proprie emozioni vuol dire essere consapevoli dei propri stati emotivi, ciò permette una connessione profonda con sé stessi e ci permette di capire meglio quali sono le nostre esigenze ed agire in modo più consapevole e intenzionale. Non bisogna fuggire le emozioni negative, vivere sempre nella felicità, come abbiamo detto prima e come vorrebbero alcuni stereotipi del mondo moderno, non è possibile, basti pensare che tra le sei emozioni primarie due sono legate al sentire positivo (gioia e sorpresa) e quattro al suo opposto (rabbia, tristezza, disgusto e paura). Ma cambia anche il modo di “sentire” queste emozioni, infatti le emozioni positive hanno una breve durata, mentre quelle negative hanno una durata prolungata. Questo perché non dobbiamo dimenticare che nella nostra storia filogenetica le emozioni sono legate alla sopravvivenza della specie, perciò di fronte ad un pericolo è necessario attivare processi attentivi per periodi più lunghi.

L’educazione emozionale

Quindi abbiamo capito che per formarsi le emozioni partono dalla nostra eredità e si sviluppano nell’ambiente, oggi ibrido, tramite le nostre esperienze. Nell’ambiente le esperienze si sviluppano con il vissuto e le relazioni. Proprio quest’ultimo aspetto oggi è molto critico, le relazioni sono sempre meno frequenti e si sviluppano prevalentemente in ambiente formale, ovvero la scuola, o in ambienti preorganizzati, come l’attività sportiva o altri tipi di attività strutturati. La scomparsa dei cortili come luogo di aggregazione libera e volontaria è un tema caldo e caro ad una larga parte di esperti in ambito educativo, questo comporta la minore possibilità di un’esperienza libera, in particolare con i pari, i propri coetanei, al di fuori della scuola o di altre attività programmate.

La gestione dei conflitti, imparare il rispetto reciproco ed il rispetto verso le cose sono legati alle emozioni e da esse caratterizzati. Per poter insegnare ai più piccoli ad imparare a gestirsi e a relazionarsi, partendo dalla conoscenza delle proprie emozioni, è importante che siano prima gli educatori ad avviare questo percorso. Un percorso che non può essere relegato solo ad alcune ore specifiche legate a questo tema, perché le emozioni le viviamo in ogni momento, durante le ore di lezioni con gli insegnanti e i propri compagni di classe, a casa con i genitori o durante le attività con i pari.

Insomma, l’educazione emozionale non si impara su un testo, ma tramite la conoscenza di sé stessi, dal capire come monta un’emozione semplicemente ascoltando il proprio respiro e il proprio battito cardiaco. Comprendere le emozioni ci aiuta ad imparare a controllarle partendo dall’imparare a gestire proprio aspetti come il respiro e il battito cardiaco. È un percorso che richiede tempo e preparazione perché dobbiamo imparare innanzitutto noi educatori.

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