ADHD: “Lockdown ha peggiorato sintomi, dai pensieri ossessivi alla violenza domestica. DAD efficace solo se famiglia presente”. INTERVISTA

Il Coronavirus ha modificato in maniera sostanziale i nostri stili di vita, il mondo della scuola è stata una delle realtà che maggiormente hanno sofferto questa crisi con ripercussioni sulla propria organizzazione e soluzioni ancora in divenire. A soffrire maggiormente di questo stravolgimento sono stati, in particolare, i ragazzi con Bisogni Educativi Speciali e quelli con Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Ne abbiamo parlato con Cristina Lemme, Presidente dell’associazione AIFA LAZIO odv che raccoglie le famiglie con ragazzi affetti da disturbo da deficit di attenzione iperattività (ADHD).

Presidente Lemme, ci spiega cosa ha comportato la fase di chiusura per le famiglie con figli affetti da disturbo ADHD?

L’ADHD consiste in un disordine dello sviluppo neuro psichico del bambino e dell’adolescente, caratterizzato da iperattività, impulsività e incapacità a concentrarsi. Si stima che circa il 4% della popolazione scolastica ne sia affetta.

La fase di chiusura provocata dal Coronavirus ha provocato diverse criticità, in particolare uno degli aspetti che maggiormente hanno creato disagio è stata la sospensione delle terapie, di tutte le tipologie, da quelle in convenzione presso istituti di riabilitazione a quelle private che tutte le nostre famiglie seguono, perché il nomenclatore non prevede alcune delle psicoterapie comportamentali necessarie alla cura e gestione del disturbo ADHD. Inoltre la chiusura ha provocato il fermo di tutte le attività ludiche-sociali, le terapie accessorie, come ad esempio la pet terapy, ed ogni tipo di attività all’aperto che per bambini iperattivi sono fondamentali.

Tutto ciò ha comportato un aumento dei fenomeni legati alle dipendenze. Per i preadolescenti e gli adolescenti abbiamo riscontrato un maggior attaccamento ai videogiochi; per i più grandi, compresi gli adulti, un maggior uso di sostanze psicotrope. Inoltre abbiamo riscontrato un aumento dei disturbi del sonno, dei pensieri ossessivi, dei comportamenti dirompenti e di violenza domestica, fino ad arrivare ai TSO e ai ricoveri in SPDC o in Neuropsichiatria per i minori.

In pratica il lockdown, di fatto, ha incrementato lo stato di emarginazione che i soggetti ADHD e le loro famiglie già vivevano, esacerbando gli aspetti negativi del disturbo.

In un contesto già critico come quello che ci ha appena raccontato, cosa ha comportato l’utilizzo della Didattica a distanza per i ragazzi in età scolare con disturbo ADHD?

La DAD ha funzionato laddove c’era una relazione scuola-famiglia efficace, con basi solide. Cosa significa? Che in queste realtà c’è stato un rapporto pedagogico educativo funzionale che ha permesso di superare le distanze fisiche. In sostanza se il rapporto era efficace prima del lockdown la DAD ha funzionato, diversamente no. I bambini e i ragazzi ADHD hanno grandi difficoltà a mantenere l’attenzione in ambienti non adeguatamente strutturati. Nei contesti in cui gli insegnanti erano riusciti ad instaurare un rapporto di fiducia con gli alunni, questo ha permesso ai nostri ragazzi, seppur con alcune difficoltà, di poter lavorare con maggior impegno nonostante l’interposizione e la freddezza dei dispositivi tecnologici quali pc, tablet e smartphone.
Purtroppo abbiamo avuto modo di riscontrare che molti bambini non hanno ricevuto gli aiuti specifici, necessari e previsti per le loro necessità. Non hanno ricevuto nessuna lezione individuale (nonostante avessero l’insegnante di sostegno). Siamo consapevoli che il mondo della scuola non era preparato a gestire una situazione così particolare come quella che ci siamo trovati di fronte. Molte scuole non avevano piattaforme idonee a gestire la DAD. Inoltre molti docenti hanno incontrato enormi difficoltà nell’affrontare lezioni online e gestire in contemporanea una classe via chat in quanto non adeguatamente formati, e questo ha aumentato le difficoltà per i nostri figli.

In questa situazione di confusione è mancato un supporto decisivo da parte delle istituzioni scolastiche. Non ci sono state direttive specifiche su come condurre la DAD, gli insegnanti sono stati lasciati da soli nell’organizzazione delle attività e in alcune zone le lezioni online non hanno avuto attuazione.

Alcuni comuni sono intervenuti in supporto delle scuole, ad esempio a Roma il comune ha sostenuto le famiglie con l’estensione del servizio di OEPA (operatore educativo per l’autonomia e la comunicazione ex AEC) a distanza che con il loro intervento hanno supportato lo svolgimento della Didattica a Distanza.

La DAD, anche se necessaria nella fase di chiusura, ha mostrato tutti i suoi limiti, in particolare per gli alunni ADHD, ora Governo e Ministero dell’Istruzione stanno ragionando su quali modalità adottare per la riapertura delle scuole. Qual è la vostra opinione in merito?

Innanzitutto avremmo gradito un maggior coinvolgimento delle famiglie, con particolare attenzione alle famiglie degli alunni disabili. Pensiamo che questo avrebbe potuto creare una maggiore aderenza al rispetto delle regole che si dovranno adottare.

Alcune iniziative, di cui siamo venuti a conoscenza, ci hanno lasciato perplessi, ad esempio molte famiglie si sono viste recapitare l’invito a far fare al proprio figlio il prelievo venoso per il test sierologico per il Covid-19, con tanto di appuntamento fissato, senza nessuna spiegazione in merito.

Detto ciò, come AIFA Lazio riteniamo che ci siano dei provvedimenti necessari da adottare in questa fase di riapertura scolastica. Consideriamo che sia importante garantire un supporto psicologico adeguato a tutte le figure operanti nel contesto scolastico. L’impatto emotivo causato dal lockdown è stato forte, per questo riteniamo che provvedimenti di questo tipo possano aiutare il mondo della scuola a ripartire nel migliore dei modi, così come siamo consapevoli dei cambiamenti inevitabili a livello lavorativo che riguarderanno tutti gli operatori della scuola.
Per strutturare al meglio la fase di riapertura riteniamo che sia necessario coinvolgere le associazioni come la nostra che quotidianamente si confrontano con i problemi dei ragazzi con disabilità. Questo per avere il maggior sostegno possibile per affrontare le specificità delle varie disabilità che la scuola si trova ad affrontare.

Non ci convincono alcune indiscrezioni anticipate dagli organi di stampa. Ad esempio non comprendiamo la decisione di far rilevare la temperatura corporea alla famiglia in quanto riteniamo che non sia garanzia di sicurezza pubblica e interesse della collettività.

In conclusione, pur confidando nel buon senso del Governo e delle istituzioni scolastiche, crediamo che il confronto tra i diversi attori che sono coinvolti nel mondo della scuola possa portare all’adozione di provvedimenti più efficaci ed incisivi. I tempi sono stretti, ma con la buona volontà tutto è possibile.

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